20 film del 2015 di cui parleremo adesso


Noi Folli facciamo il massimo che possiamo per parlarvi dei film che abbiamo visto, che ci sono piaciuti o magari abbiamo odiato o trovato interessanti per qualche ragione. Ma a volte la pigrizia ha il sopravvento e ad anno finito ci si accorge che ne mancano moltissimi all’appello.

Alla fine, tra i film che ho visto in questo 2015, ne ho selezionati venti: qualche riga ciascuno, per colmare una mancanza e magari dare qualche suggerimento di visione. Sperando che questo 2016, ormai abbondantemente iniziato, mi trovi con meno pigrizia, ma non con meno film da vedere e apprezzare.

Taxi Teheran

TAXI TEHERAN (Jafar Panahi; Iran) ****
Vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino, l’ultimo film di Jafar Panahi è uno dei più importanti e belli usciti quest’anno. Innanzitutto, è un film girato clandestinamente, sfidando il divieto imposto dal governo iraniano al regista di fare il suo lavoro, filmare: nel 2010, al regista è stato ufficialmente vietato fare film, scrivere sceneggiature, rilasciare interviste e lasciare il paese, per una durata di vent’anni. Tutte le scene sono quindi riprese da una piccola videocamera piazzata dentro una scatola di fazzoletti e messa sul cruscotto di un taxi, condotto dal regista in persona, chiamato nel film “signor Panahi”, che va in giro per Teheran fingendosi tassista, e filmando i suoi variopinti clienti.
Con pochissimi mezzi, e con un’invidiabile leggerezza, Panahi firma un film dove l’amore per il cinema e per la libertà di espressione sono davvero contagiosi. Le scene con la nipotina che filma con una macchina fotografica ciò che avviene fuori dal taxi per un progetto scolastico, dovendo già fare i conti con questioni di censura e autocensura, sono di grande forza. Tutti i personaggi che entrano nel taxi rappresentano una diversa sfaccettatura della società iraniana, dal ladruncolo, alle anziane col velo che portano in giro un pesce rosso in una boccia di vetro, al rivenditore di film pirata che va a vendere il suo campionario (comprendente film stranieri proibiti) a uno studente di cinema, all’avvocatessa che difende i diritti umani degli oppositori al governo. Panahi, che interpreta se stesso, è sempre sorridente, e risponde alle restrizioni impostegli con un amore palpabile per la sua arte, per la sua gente, per la libertà. Un film umanista, tecnicamente molto ingegnoso, coraggioso. Se amate il cinema, amerete Taxi Teheran.

Maggie-2

MAGGIE (Henry Hobson; USA) **
Si è fatto un gran parlare di questo film prima che arrivasse nei cinema, e una volta arrivato sul grande schermo, stranamente non se n’è parlato più. Rimediamo adesso.
Maggie (non si capisce per quale motivo in italiano si chiami Contagious – Epidemia mortale) è il famoso film di zombie in cui Schwarzenegger fa un ruolo drammatico e recita con la barba. Non so se sia una prima volta, non conosco bene la filmografia di Schwarzy, a parte forse il periodo in cui si era convertito alla commedia, che coincide con un’età in cui guardavo tutto ciò che passava in televisione. Ma il ruolo di amoroso padre di famiglia alle prese con la malattia della figlia, Maggie, colpita da un’epidemia che trasforma le persone in zombie, sembra abbastanza inusuale, e il film è probabilmente il più indie a cui l’eroe di mille film d’azione abbia mai partecipato. Per dire, il regista, Henry Hobson, non ha nemmeno una pagina Wikipedia dedicata.
Vi dirò, a me il film tutto sommato è piaciuto. Trattandosi di zombie e di scenari post-apocalittici, c’è poco di nuovo, non so quanto si possa essere originali con una materia già così abusata. Ma ci sono buone idee, e il film col pretesto degli zombie parla in modo sottile di malattie incurabili ed eutanasia, temi pesanti anche per le larghe spalle di Schwarzy. Troppo pesanti, al punto che lui non può farsene davvero carico: in un film in cui l’azione è ridotta al minimo e in cui a farla da padrone dovrebbe essere il controllo delle emozioni, il senso di sicurezza da infondere a una figlia malata quando in realtà il mondo ti sta crollando addosso e sei spossatissimo e non ce la fai più, beh, ci vorrebbe una prova d’attore che Governator non può fornire. Perché, parliamoci chiaro, Schwarzenegger è un cane d’attore, e il film in questo senso mostra tutti i suoi limiti a ogni inquadratura. Pochissime espressioni facciali, rigidità mostruosa, e un accento tedesco che continua a sentirsi dopo decenni di recitazione in inglese. L’equivoco del film, allora, è che non si capisce bene a che tipo di pubblico sia diretto: il pubblico dei film d’azione di Schwarzy lo snobberà perché troppo serioso e cupo, quello del cinema indipendente (la brava protagonista Abigail Breslin era la piccola Olive di Little Miss Sunshine) lo snobberà perché troppo mainstream, e il pubblico dei film horror lo troverà forse troppo poco originale. Il problema è che hanno tutti un po’ ragione, e quindi Maggie non può piacere molto davvero a nessuno. Da parte mia, lo trovo un bel-film-mancato, di quelli a cui si finisce per volere tutto sommato bene, per alcuni buoni sprazzi (e anche per la scommessa coraggiosa, folle, e perdente, di far recitare Shwarzenegger) e nonostante tutti i loro, grandi e visibili, limiti.

Mustang
MUSTANG (Deniz Gamze Ergüven; Francia/Turchia) ***½
Mustang è un film francese ma interamente girato in turco, opera prima di Deniz Gamze Ergüven, giovane regista uscita dalla scuola di cinema della Fémis, piuttosto famosa negli ambienti cinefili parigini. È la storia di cinque sorelle che vengono praticamente sequestrate dallo zio, in modo da evitare ogni contatto con i maschi del villaggio dove abitano. In effetti le giovani sono sbarazzine e amano giustamente giocare coi ragazzini: alcune di loro sono anche nell’età dei primi amori. Giorno dopo giorno sono sottoposte a condizioni sempre più rigide, fino a vivere in una vera e propria prigione domestica, dove vengono educate a essere spose perfette e proposte in matrimonio a perfetti sconosciuti. Le ragazze reagiscono in modo diverso, a seconda dell’età e del carattere, ma spesso gli eventi prendono una piega tragica.
Si tratta di un piccolo gioiello di film, dove si respira una grande empatia verso le malcapitate ragazzine, vittime delle idee patriarcali, bigotte e nazionaliste della periferia turca. In questo senso, l’atto d’accusa contro le tendenze sociali che in Turchia sono da anni esasperate dal potere di Erdogan e del suo partito è forte. Il film è politico, femminista, umanista, e anche molto attento nel ritrarre ciascuna delle ragazze con tratti caratteriali ben distinti. Le scene corali sono di una grande finezza e giustezza psicologica.
Mustang è entrato nella cinquina per l’Oscar al miglior film straniero. Un riconoscimento meritato, per un film capace di parlare alla testa e al cuore.

The Duke of Burgundy

THE DUKE OF BURGUNDY (Peter Strickland, Regno Unito) ****
Pinastri, pinastri… se bastasse dire pinastri per risolvere tutto… L’inglese Peter Strickland colpisce ancora, e dopo averci regalato un film delizioso e straniante come Berberian Sound Studio, ambientato nel mondo dei B-movies italiani degli anni ’70, firma un film ancora più straniante, elegantissimo quanto morboso, sul rapporto di dominazione e sottomissione tra due donne in un’universo narrativo toalmente privo di uomini, in cui l’entomologia e i rapporti BDSM sono le uniche ragioni di vita.
Strickland si rifà ancora una volta al cinema degli anni ’70, riattualizzando l’estetica delle produzioni a basso budget e mille idee di quegli anni: si sente forte l’influenza di Fulci, di Jean Rollin e di Jesus Franco, si respira una libertà creativa così spesso assente nel cinema contemporaneo. Nei momenti più onirici, siamo vicini al David Lynch più ispirato. Infine, io azzarderei anche un paragone più ambizioso e letterario: desiderio amoroso ed entomologia fanno venire in mente Vladimir Nabokov.
Il rapporto tra le due protagoniste (una bellissima Sidse Babett Knudsen e una perfetta Chiara D’anna) si dipana tra giochi sadomaso, ripetizione rituale degli stessi gesti, momenti di abbandono, gelosie, stanchezza, invecchiamento. Il film esplora in maniera audace e tutta particolare il rapporto di coppia: il ribaltarsi continuo dei ruoli, la comunicazione a volte difficile, il desiderio a volte diverso, le esigenze personali che devono talvolta trovare un compromesso, accettare certi limiti, anche quelli nuovi, come una debolezza fisica inedita, una maggiore stanchezza dovuta all’età, al lavoro. Due donne che si amano nel loro modo particolare, e che invecchiano insieme attraverso routine, litigi, difficoltà, ma anche una grande tenerezza, in un mondo surreale, saturato di luce e colori: un film di grandissimo fascino e un regista da seguire con attenzione.

Les mille et une nuits

LE MILLE E UNA NOTTE (Miguel Gomes; Portogallo) **½ (Parte 1: **½ / Parte 2: ***½ / Parte 3: **)
Miguel Gomes, già autore del bellissimo Tabù, è tornato nelle sale nel 2015 con un progetto enorme: una trilogia che in 9 ore porta Sherazade negli anni della crisi economica e dell’austerity imposta, in un Portogallo impoverito e stremato. Gomes insiste con la sua estetica dell’apposizione: in Tabù aveva accostato il realismo delle scene contemporanee con l’esotismo magico di una storia d’amore in bianco e nero nelle colonie portoghesi in Africa; nelle Mille e una notte tenta un’operazione di realismo magico, tra il Pasolini della Trilogia della vita e un cinema sociale, che a volte si fa persino documentaristico. Questa Sherazade portoghese narra molte storie, e nel corso di tre film lo spettatore passa da un registro all’altro, con episodi però abbastanza diseguali. Dei tre film, il migliore è certamente il secondo: è in questo capitolo che l’alternanza di toni tra il magico e il realista si presta meglio al discorso di Gomes. In particolare, l’episodio in cui un cagnolino passa di proprietario in proprietario in una zona periferica di Lisbona colpita dalla disoccupazione e sempre più depressa a causa dell’austerità vale davvero tutto il film: come in un romanzo, le vite dei personaggi di queste brutte case popolari si incrociano, e avanzano malinconicamente, tra sprazzi di felicità, e la voglia timida e frustrata di mantenere saldi i legami sociali, in un mondo sull’orlo dello sfacelo. Quando il regista lascia perdere il concettismo un po’ pesante di certi episodi del film, e si fonde interamente nel mondo dei suoi personaggi, ritroviamo un cinema umano in cui le molte miserie e i pochi splendori della vita quotidiana di poveri diavoli ci permette di solidarizzare con loro, e persino la loro gioia nell’ascoltare un melensissimo successo anni ’80 di Lionel Richie ci strappa un sorriso empatico.
A margine, bisogna notare che i film di Miguel Gomes sono sempre una miniera d’oro di canzoni: come aveva già dimostrato in Tabù, in pochi sanno usare le canzoni nei loro film come il regista portoghese. Guardate le Mille e una notte e provate a togliervi dalla testa Perfidia.

Tale of tales

TALE OF TALES (Matteo Garrone; Italia) **½
Povero Garrone: il suo nuovo film è stato quasi ignorato, tranne che per imbastire delle photogallery acchiappa-clic sui siti Web di quasi tutti i giornali, per declamare la bellezza delle location, tutti meravigliosi posti italiani poco conosciuti, a cui il regista ha sapientemente saputo conferire un’aura fiabesca. Così si è parlato del castello di Roccascalegna, di Castel del Monte, delle Gole dell’Alcantara, ma pochissimo del film.
Intendiamoci: non tutti sono necessariamente capaci di valorizzare i luoghi che filmano, facendoli diventare dei luoghi magici o minacciosi, e va dato tutto il merito al talento estetico di Garrone. Il regista ha scelto tre storie dal Cunto de li cunti di Basile per dare la sua versione di un genere pochissimo affrontato dal cinema italiano, e assolutamente inaspettato nella sua filmografia: il fantasy. Dal punto di vista visivo, lo spettacolo è addirittura sontuoso, con un’attenzione minuziosa nella scelta dei costumi e dei colori, e inquadrature da antologia (Salma Hayek che divora il cuore del drago, Stacy Martin vestita solo dei suoi capelli rossi in mezzo al bosco). Eppure, come spettatore, sebbene sia rimasto spesso affascinato (e persino ipnotizzato) dalle immagini, le storie non sono riuscite a coinvolgermi più di tanto. Gli attori sono bravi, ma il film resta un po’ freddo, esangue. Forse a fare da contraltare alla raffinatezza della messa in scena avrebbe potuto esserci più ruvidezza: magari un cast diverso o il napoletano di origine al posto dell’inglese. Per dire, Toby Jones nei panni del re di Altomonte innamorato della sua mostruosa pulce mi è piaciuto molto, ma continuavo a pensare a come avrebbe potuto interpretare lo stesso ruolo Ernesto Mahieux (il viscido imbalsamatore dell’omonimo film di Garrone). Alla fine del film, gli occhi sono felici, ma l’elemento pitturale sembra aver predominato un po’ troppo su quello fiabesco vero e proprio.

La loi du marché

LA LEGGE DEL MERCATO (LA LOI DU MARCHÉ) (Stéphane Brizé; Francia) ***
Thierry ha cinquant’anni ed è disoccupato da più di un anno. Vita non facile, la sua. Proprio per un cazzo, a dirla fuori dai denti, dato che suo figlio è anche disabile. Fa un colloquio dietro l’altro, ma ritrovare un posto è difficile alla sua età. Per recuperare dei soldi lui e sua moglie decidono di mettere in vendita una “mobilhome” che posseggono e a cui sono affezionati, ma la coppia di acquirenti interessati propone loro un prezzo ridicolo. Ora: Thierry sarà anche sfigato, non sa vendere bene le sue cose, non è bravo nei colloqui di lavoro, ma di sicuro è uno a cui non piace essere trattato da mendicante. La casa non la vende. Resiste. Infine trova un lavoro, come vigilante in un supermercato. Lì le cose, se possibile, vanno pure peggio: l’ambiente è orribile, i superiori sordidi, e più che i clienti gli tocca spiare i colleghi. E i colleghi ogni tanto rubacchiano qualcosa, o magari intascano qualche buono pasto: perché non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. Una collega, licenziata, si suicida. Thierry alla fine lascia anche questo lavoro, perché non ce la fa più dal disgusto, davanti all’ennesima umiliazione. E nemmeno la sua, ma l’umiliazione inflitta agli altri.
Questo film politico presentato a Cannes è trainato dalla maestria con cui l’attore principale, Vincent Lindon (premiato come miglior attore della rassegna), tratteggia quest’uomo frustato dalla vita, che china la testa fino a che però la coscienza non gli impone di rialzarla e di ribellarsi. Sempre con estrema dignità. Un film morale, in cui la legge del mercato del lavoro viene mostrata nella sua schifosa brutalità e ingiustizia. Uomini e donne ridotti a “dipendenti”, a oggetti nel grande ingranaggio della produzione. C’è speranza per il futuro? Non sembra. Si lascia la sala attoniti, e più depressi che incazzati.

Aferim

AFERIM! (Radu Jude; Romania) ****
Valacchia, 1835. Costandin, una sorta di sceriffo, viene inviato dal boiardo locale a recuperare il suo schiavo zingaro Carfin, datosi alla macchia dopo una scappatella con la moglie di lui. Si porta appresso il figlio, tra le campagne rumene, a cavallo, all’inseguimento di questo povero cristo. Una volta acchiappato lo schiavo, il viaggio prosegue a ritroso, con lo zingaro legato al cavallo, per riconsegnarlo al suo padrone.
Aferim! è un film storico che in certi momenti ricorda il western, girato in un bellissimo bianco e nero. Un altro modello evidente è quello di Don Chisciotte: come l’eroe di Cervantes va in giro con il suo fidato Sancho Panza, a cui dispensa pillole di dubbia saggezza, così Costandin si porta indietro il figlio, un ingenuo a cui lui vuole spiegare il mondo. E il mondo che gli vuole spiegare è un mondo ancora arcaico, in cui prevalgono dinamiche brutali e sistemi di pensiero a cui Costandin, pur essendo in fondo un buon diavolo e risultando a volte anche simpatico, aderisce completamente suo malgrado. Moraleggiando col figlio, lo sceriffo gli tramanda tutto quel “buon senso” fatto di razzismo (specie contro gli zingari, chiamati “corvi” per la loro pelle più scura), antisemitismo, sottomissione al potente di turno, inferiorità della donna, rapporti di forza brutali davanti a cui nemmeno la legge (che in qualche modo lo sceriffo dovrebbe rappresentare) può nulla. E se a volte, persino per Costandin troppo è troppo, non gli resta che un dirsi cono tono rassegnato che “così va il mondo” e abbozzare. Quando la coppia di eroi acchiappa lo zingaro, le cose si fanno più interessanti. Lo zingaro è chiacchierone, e Costandin, pur trattandolo da inferiore, è curioso. Carfin ha viaggiato, è stato in Europa, e pur essendo uno schiavo, ha uno spirito più libero di Costandin e del figlio. Gli spiega la sua versione della storia: è stata la moglie del boiardo, Sultana, a sedurlo. Con loro, per un pezzo di strada, ci sarà anche uno zingarello, che verrà poi portato a un mercato degli schiavi durante una sosta in un villaggio, e ceduto. L’epilogo, col boiardo che punisce crudelmente Carfin, nonostante lo sceriffo abbia intercesso per lui e nonostante la moglie si dichiari pubblicamente colpevole, è amarissimo, ma in linea con quanto visto durante tutto il film.
Il film è impressionante per la sua ricostruzione storica minuziosa, nei costumi, nei riferimenti a una Romania che è territorio di passaggio e terra di nessuno in cui Ottomani, russi, ungheresi, e potentati locali fanno il bello e cattivo tempo, negli usi sociali (le locande, i mercati, il modo di vivere degli zingari, le contese di confine), nella musica, persino nel linguaggio. Il regista Radu Jude ha svolto un lavoro enorme di ricerche sui documenti storici di quegli anni, per portare al suo film una visione e una lingua il più possibile precisi, un approccio filologico rigoroso. Ne esce un film di grande e rara bellezza, che ricorda certi grandi affreschi storici del vecchio cinema del blocco dell’Est. Però, in filigrana, nelle disuguaglianze e nei rapporti gerarchici brutali che vengono mostrati, nella povertà, la discriminazione, i pregiudizi, l’oppressione, quanto somiglia in fondo alla nostra, questa società del 1835.

Much loved

MUCH LOVED (Nabil Ayouch; Marocco) ***
Prostitute a Marrakech. Si autogestiscono, hanno una lingua tagliente, sono cafone e sentimentali, calcolatrici e deboli, allo stesso tempo. Si fanno forza l’una con l’altra, serrano le fila dietro alla loro “capa”, ma hanno caratteri e sogni diversi, litigano, si sbattono, arrancano in un mondo difficile, tra clienti che si innamorano (raramente) e clienti aggressivi, ricchi, da domare per spillare soldi, da cui imparare a difendersi.
I film sulle prostitute si somigliano tutti, e anche questo non sfugge ad una narrazione dai tratti molto classici, dal realismo sociale che vuole portare uno sguardo umano su un mondo che resta sempre misconosciuto, con il suo orgoglio e le sue miserie. Però c’è questa particolarità: questo è un film marocchino, le puttane parlano arabo, tra i clienti ci sono dei grettissimi e ricchissimi sauditi, e tutto si svolge a Marrakech, in una società dove questi argomenti sono assolutamente tabù. E infatti il film, che è sì esplicito (mostra anche dei travestiti che si prostituiscono) ma mai volgare, è stato vietato in Marocco, con pesanti strascichi legali e di minacce sia al regista che alle attrici. Un atto di coraggio, quello di mostrare i rapporti tra le donne e gli uomini, tra le lavoratrici locali e un turismo sessuale di origine sia europea che araba. Ma non c’è solo la dimensione politica, in questo film. C’è una storia di amicizia tra donne, con i suoi alti e bassi, e con un uso del linguaggio spregiudicato, sboccato, vivissimo, sguaiato (il film è assolutamente da vedere in lingua originale). C’è soprattutto la forza debordante di queste donne, che riempie di calore e colore lo schermo.

Youth

YOUTH (Paolo Sorrentino; Italia) ***½
Sorrentino ci riprova con un film in inglese, e stavolta il risultato è molto migliore che This must be the place. Merito di Michael Caine e Harvey Keitel, due mostri sacri; merito della bravissima Rachel Weisz, che quest’anno ha recitato in questo film e in The lobster, dimostrando scelte niente affatto banali; e merito di Sorrentino, che con la macchina da presa è sempre incantevole, una spanna al di sopra degli altri. Narcisista, dirà qualcuno? Per me va bene così: che importa se poi sbrodola, se esagera, se deve infilarci cose sempre più “alla Sorrentino”, come un sosia di Maradona. Forse si compiace, forse i suoi dialoghi vorrebbero essere più letterari e illuminanti di quanto poi in effetti sono, forse certe trovate sono scontate (chi non si aspettava che il monaco buddista poi volasse sul serio?), ma andatele a trovare altrove certe inquadrature, certi volti, certi corpi. Giovinezza, dice il titolo, ma c’è tanta vecchiaia nel film, a volte stanca o forse quieta, come quella del compositore Ballinger (Caine), a volte indomita, come quella dell’amico Boyle (Keitel), che si circonda di giovani sceneggiatori per scrivere ancora un nuovo film. Due visioni del mondo che non si affrontano, perché possono coesistere tranquillamente nel legame di amicizia, e perché sono entrambe necessarie nell’arte.
Youth mi sembra un film maturo, estetizzante e bellissimo da vedere, dove Sorrentino continua il suo corpo a corpo personale con lo scorrere del tempo, con il rapporto con il passato, la paura e le speranze per il futuro e gli interrogativi sulla missione dell’arte. Nonostante l’aria filosofeggiante, non è un film che vuole imporre una posizione, ma cresce sui dubbi: c’è sempre tempo, come fa Ballinger, anche per cambiare le posizioni tenute più saldamente, più testardamente.

Im keller

IN THE BASEMENT (Ulrich Seidl; Austria) **½
Nei sottoscala austriaci si può trovare davvero di tutto: nostalgici nazisti appassionatissimi di musica popolare, poligoni di tiro in cui avvengono animate discussioni politiche (potete immaginare di che tipo), coppie sadomasochiste, cacciatori con teste di animali di ogni tipo appese alle pareti, signore inquietanti che parlano con le loro bambole come se fossero i loro figli. Vedere da vicino questo spaccato di umanità nascosta, rintanata nel sottosuolo, è straniante. Ancora più straniante è l’ossessione simmetrica di Seidl, che lascerebbe di sasso anche uno come Wes Anderson: persino nel documentario, il regista austriaco non rinuncia al rigore compositivo delle inquadrature, imprigionando i suoi soggetti in una serie di geometrie molto cerebrali. Ognuno potrà reagire a modo suo alla visione di un tale circo: si tratta di freaks? Prima di tutto, sono uomini e donne. Per quanto siano strani, tavolta persino sinistri, hanno a tutti loro modo un certo candore nel mostrare alle telecamere le loro passioni segrete. Alla fine, sono quasi teneri. Il sottosuolo diventa una sorta di rifugio in cui sfogare una parte oscura dell’animo umano, che il regista guarda senza condiscendenza e senza partecipazione, con una punta di humor nero, ma in fondo perso nella sua ossessione, quella del voyeur, quella del maniaco che di fronte a un gioco sessuale estremo, a un vecchietto filonazista che suona ubriaco e felice, o a delle signore che lavano i panni nelle lavatrici dello scantinato, pensa sempre solo alla stessa cosa: fare un’inquadratura elegante, un bel piano sequenza. Che il vero freak allora sia il regista stesso?

Son of Saul

IL FIGLIO DI SAUL (László Nemes; Ungheria) ****½
Son of Saul è un film ungherese sull’universo concentrazionario che probabilmente trionferà come miglior film straniero agli Oscar di quest’anno. Girato interamente in close-up, il film racconta di Saul, ebreo che fa parte dei sonderkommando, la speciale divisione di deportati costretti ad aiutare le SS con le operazioni di ordine e pulizia relative allo sterminio degli altri ebrei. Cose come spingere gli altri deportati nelle docce, trascinare via i cadaveri, pulire tutto. Un vero e proprio inferno, dentro il quale Saul vive la sua personale missione: ritrovare il cadavere di suo figlio, e dargli una sepoltura religiosa. Una missione insensata in un mondo disumanizzato come quello del campo, e pericolosa, nel pieno di un delicatissimo tentativo di rivolta dei prigionieri.
Si tratta di un’esperienza stremante per lo spettatore. L’orrore non è mai interamente mostrato, ma è sempre in agguato, dietro l’angolo, negli spari e nelle urla quasi ininterrotte, nel sangue da lavare e nei cadaveri ammucchiati per terra, nei magistrali fuori fuoco che prendono poi le sembianze di qualcosa di infernale. Il ritmo del film è parossistico, e l’adozione rigorosa del punto di vista di Saul (vediamo sempre quello che vede lui), fa sì che viviamo nel suo stress, nel suo delirio, nel caos senza senso che lo circonda.

The lobster

THE LOBSTER (Yorgos Lanthimos; Grecia, Europa) ***
In un futuro distopico, chi resta single viene deportato in un hotel, dove gli è concesso un mese e mezzo di tempo per trovarsi un nuovo partner. Se non ci riesce, verrà trasformato in un animale da lui scelto all’inizio del soggiorno. David, che ha scelto di essere trasformato eventualmente in un astice, si mette in coppia con una donna sadica e senza emozioni, ma in realtà sta fingendo di essere come lei: cosa severamente punita, perché in questo futuro le sole coppie che si pensa possibili sono quelle con tratti caratteriali (o fisici) simili. David fugge dalla struttura e si unisce ai ribelli, tra i quali vigono regole altrettanto severe rispetto alle relazioni: nessuna coppia è consentita, ogni rapporto sessuale e sentimentale è vietato. David però si innamora, corrisposto, di una donna (e vorrei ben vedere: è Rachel Weisz!).
Il greco Yorgos Lanthimos ama le storie surreali, e lo conferma con questo film straniante sui rapporti sociali e interpersonali. E però, per quanto il film sia bello, a tratti audace, e molto intelligente, la satira verso le ossessioni sociali per la coppia, il matrimonio, il romanticismo, l’obbligo delle affinità (con una punta di sarcasmo verso i sistemi di dating, online quanto offline), non sembra poi così sferzante. Ben più virulento era Kynodontas, altro film dall’umorismo nero e straniante, in cui si prendevano di mira le fondamenta delle relazioni sociali: il linguaggio, la famiglia. Oltre alla satira sui rapporti umani, anche in The lobster c’è una riflessione sulle strutture di potere che sottomettono l’individuo. Si tratta della parte più amara del film. I ribelli non sembrano migliori degli oppressori; fortissima è la violenza dell’omologazione, una sorta di pensiero unico che fa sì che, persino dopo le traversie della fuga, dell’amore in clandestinità, della punizione, e di un’altra fuga, stavolta in due, il protagonista continua ad accettare, schematicamente, automaticamente, il pensiero che governa l’assurda società in cui vive. Se la sua amata è cieca e lui no, l’affinità fisica è venuta a mancare, e lui non può più essere il suo compagno. Gli restano due soluzioni: sceglie quella più poetica, ma anche la più stupida: si acceca, per poter restaurare l’affinità e continuare a stare con la sua donna. Nessun pensiero di ribellione profonda, di rimessa in discussione della società sembra scuotere, né lui né nessun altro personaggio del film. Lo sguardo sull’umanità è feroce, e in fondo molto pessimista.

El Club
EL CLUB (Pablo Larraín; Cile) ***
Cosa succede quando la Chiesa scopre un caso di pedofilia? In El Club scopriamo che i preti colpevoli in Cile vengono mandati in pensione, in una sorta di confino spirituale forzato nemmeno troppo sgradevole, vicino al mare, insieme a una suora anch’essa ridotta allo stato laicale. I quattro protagonisti di questo film vivono una vita certo ritirata, ma non troppo cattiva; unica loro attività è l’addestramento di un cane da corsa, che è fortissimo e che fa guadagnare loro i big money. Ma le cose cambiano quando arriva un nuovo padre a vivere con loro: non fa quasi in tempo a prendere posto in mezzo agli altri, che un ragazzo visibilmente squilibrato vuole vederlo, insiste, inizia a fare una piazzata in pubblico ripetendo ossessivamente cose sconcissime. I padri del Club danno al nuovo socio una pistola per uscire a spaventare il tizio in questione (un ex bambino abusato) e allontanarlo: ma il nuovo padre la usa per farsi saltare le cervella. La Chiesa allora manda un giovane gesuita a vivere tra queste canaglie, per indagare su cosa sia successo esattamente, e accessoriamente cercare di farli pentire, e infine chiudere definitivamente la casa. Gli ex padri però resistono, omertosi.
Film interessante, questo El Club, e molto cupo, in cui l’orrore resta non-detto, ma si fa intuire e cresce gradualmente. Questi uomini che vivono insieme, un po’ sinistri e un po’ banali, allevando il loro levriero e uscendo di casa solo di notte, portano dentro di sé segreti orrendi che riaffioreranno solo in parte durante il film. Il film inizia su un tono semplice, come un piccolo film di questioni di periferia cone le sue corse di cani, per diventare poi sempre più disturbante e agghiacciante. Ma sempre senza mostrare granchè: centrale è soprattutto la Parola, quella che dopo la confessione dovrebbe far seguire il perdono, ma che diventa inutile, perché non c’è confessione, e non c’è perdono. C’è solo cattiveria, ipocrisia, e vite inevitabilmente distrutte.

Mia madre

MIA MADRE (Nanni Moretti; Italia) ****
I Cahiers du cinéma hanno incoronato il nuovo film di Moretti come il migliore dell’anno. I pochi giornali italiani che hanno riportato la classifica hanno avuto la premura di aggiungere che si tratta comunque di una rivista un po’ snob. I francesi in realtà (nonostante producano comunque un mare di commedie insipide e di drammi relazionali isterici, di insopportabili film su famiglie medio-boghesi e di film comici dall’umorismo retrivo e dozzinale) hanno una bella poopolazione di cinefili che sanno apprezzare un certo tipo di cinema intimista, spoglio e sincero. Non a caso certi autori e certi film sono più coccolati dai cinefili d’oltralpe che da noi.
In Mia madre Moretti, dopo aver raccontato la morte improvvisa di un figlio, racconta quella lenta e annunciata di un’anziana madre, vissuta dai suoi due figli: una regista persa dietro le nevrosi del suo lavoro (Margherita Buy) e un ingegnere (Nanni Moretti) che invece si è defilato completamente dal proprio lavoro per seguire gli ultimi momenti della madre, ex professoressa di latino . Sottotraccia, si costituisce una trama complessa di rapporti umani: madre-figli, fratello-sorella, genitori separati-figlia adolescente, nonna-nipote, ex maestra-ex allievi, regista-attori. Si potrebbe obiettare che tutto è filtrato dal mondo personale di Moretti, un ceto medio romano ben educato, popolato da professori e maestri di scuola, e dai loro figli e allievi. Non è più il Moretti vulcanico, isterico e urlante (e, a mio modo di vedere, adorabile) dei suoi primi film: la maturità lo sorprende molto misurato, sia come regista che come personaggio, e persino come attore. Mia madre allora è sì un film sui sentimenti, sulle relazioni, sul lutto, ma è anche un film che si interroga su quello che resta dopo la morte, sull’eredità che lasciano le persone, ai loro cari e alla società tutta. Una scena onirica ci presenta la casa della madre completamente vuota, piena di scatoloni, di libri che nessuno più leggerà: un’immagine spettrale, da incubo. Certe cose non devono andare perse, si tramandano: come il latino insegnato dalla madre, anche certi valori di umanità, di civiltà, di dignità resistono.
Le emozioni sono trattenute, ma la trama ha comunque degli aspetti di dramma che Moretti allegerisce da par suo, chiamando John Turturro a far la parte di un attore americano caciarone, sbruffone, al di sopra delle righe. Margherita sta lavorando su un film su uno scontro padrone-fabbrica, a cui partecipa anche Barry Huggins (John Turturro), che però tra una sbruffoneria e l’altra continua a dimenticarsi le battute, rallentando moltissimo la produzione. Turturro regala momenti di grande leggerezza e comicità, col suo italiano maccheronico; e però anche il suo personaggio rivela, nei pochi minuti di una scena bellissima, una sfaccettatura diversa, più delicata e complessa, dietro il suo carattere gradasso. L’aspetto metacinematografico torna prepotentemente nel cinema di Moretti: il film sociale che Margherita sta girando, con grande fatica, è quasi caricaturale. Se ne sente l’esigenza politica, ma il messaggio sembra sbiadito di fronte ai problemi quotidiani, le relazioni, la sfera privata. Fedele a se stesso, Moretti ripropone il dubbio dell’artista diviso tra l’impegno politico, sociale, civile e il discorso quotidiano, privato, sentimentale. Come in Aprile: solo che Margherita non prepara un documentario, né sogna pasticceri trotzkisti che ballano tra le torte, ma fa un film più convenzionale. Giovanni, in una scena splendida, le appare in sogno: mentre fa la coda fuori dal cinema per andare a vedere il film della sorella, la invita a rompere almeno uno dei suoi schemi mentali.
Io non so se Mia madre sia davvero, come sostengono i Cahiers du cinéma, il miglior film del 2015. Di certo è uno dei più belli e dei più sentiti. Moretti matura, migliora sia come regista che come attore, porta sul piatto temi pesanti cercando però di non calcare troppo la mano, con pochi tratti sa tessere intrecci di riflessioni e temi, senza cadere nel sentimentalismo né però restando arido. Senza dimenticare alcuni marchi di fabbrica, le scene oniriche bellissime e i momenti di commedia sgangherata, firma un film molto delicato e intelligente.

Louder than bombs

LOUDER THAN BOMBS (Joachim Trier; Norvegia, USA) **½
Isabella Reed era una fotoreporter molto conosciuta, soprattutto per il suo lavoro nelle zone di guerra, ed è morta in un incidente stradale. Tre anni dopo, si prepara una retrospettiva su di lei, e uno dei suoi ex colleghi giornalisti avvisa il vedovo di avere intenzione di svelare la verità circa la morte della donna: non sarebbe stato un incidente, ma un suicidio dovuto a una profonda depressione. Il padre vorrebbe dire la verità al figlio minore prima che la cosa esca sui giornali; ma lui ha un carattere molto introverso e ombroso, e il padre non riesce a parlargli. Cerca di farsi aiutare dal figlio maggiore, ma non è facile nemmeno per lui, in piena crisi personale dopo la nascita del primo figlio.
Joachim Trier è alla sua prima produzione internazionale, dopo un esordio interessante ma un po’ di scuola (Reprise, molto ispirato alla Nouvelle Vague) e l’ottimo, più viscerale Oslo, 31 agosto. Qui si avvale, nel ruolo della madre fotografa, di Isabelle Huppert, attrice-cinefila che non disdegna di lavorare con autori internazionali giovani, emergenti e di nicchia. La madre è sì morta, ma ha molte scene, perché il film si dipana attraverso molti flashback, anche lunghi: attraverso una struttura è frammentaria, il passato continua a emergere in maniera non lineare, tornando alla superficie a brandelli. Le idee ci sono, ma come in Reprise una certa sofisticazione non sembra aiutare lo svolgimento del film, che avanza con un passo un po’ pesante, e sembra un po’ macchinoso, artificioso. I protagonisti, malgrado il loro tormento interiore, mancano di un certo spessore, e persino le loro ambiguità sanno di già visto, di convenzionale. La difficoltà di comunicazione tra padre e figlio, il tradimento nella relazione di coppia, la paura di diventare adulti, la fragilità emotiva e la sensazione di inadeguatezza: temi importanti, ma che non sembrano offrire qui spunti davvero nuovi. Il film è però elegante, Isabelle Huppert sempre molto intensa e Joachim Trier un giovane autore da seguire con attenzione.

Rams

RAMS (Grímur Hákonarson; Islanda) ***½
Il sottotitolo affibiatogli in Italia (perché Rams giustamente non si capisce, e nessuno si è preso la briga di tradurlo come si deve, “Arieti”), ovvero Storia di due fratelli e otto pecore, è l’ennesimo scempio dei titolisti italiani. Il film narra di due fratelli che non si parlano da quarant’anni, anzi si odiano con veemenza. Entrambi allevatori di ovini, come tutti gli abitanti della loro valle, si scontrano ogni anno al concorso per eleggere la più bella pecora della comunità. L’inizio del film è scoppiettante, con l’invidia, la gelosia e le cattiverie tra fratelli, l’amore per i loro animali, e la grande solitudine in cui vivono i due, che sono tra l’altro anche vicini di casa. Quando, su delazione di uno dei fratelli, viene confermato un caso di scrapie su una pecora dell’altro fratello, le autorità sanitarie decidono di far abbattere tutti gli animali della valle, per evitare la propagazione della malattia. Uno dei due nasconde qualche pecora nel suo scantinato. Quando viene scoperto, chiede aiuto al fratello per evitare che vengano abbattute: sono le ultime discendenti di una dinastia di pecore di famiglia. L’ultima labile cosa che li lega. I due tornano a parlarsi e partono sulle montagne con le loro pecore, per poterle nasconderle e salvarle dalla morte.
Testardi come arieti, i due fratelli si incornano a vicenda in una lotta fratricida senza quartiere. Ma il loro odio nasconde un sentimento più profondo, amaro, malinconico. Il loro odio è, tutto sommato, l’unico mezzo di comunicazione che conoscono. Abbattute le pecore, cade anche l’ultimo pretesto di comunicazione, per quanto ostile, tra i due, nonché la loro unica ragione di vita. Uno dei due cade nell’alcolismo. L’altro trova pace solo quando può stare con le pecore che ha nascosto. Si capisce allora che quelle pecore sono un legame simbolico forte, al tempo stesso il simbolo di una divisione voluta dagli antenati, e di un’eredità, una linearità di successione. Dal realismo e da un certo tono anche surreale e di commedia stralunata, si passa sul piano simbolico, che diventa forte e toccante quando i due fratelli si perdono in una tempesta di neve, si ritrovano, e si stringono in un abbraccio dentro la neve. Ancora una volta il cinema scandinavo riesce a sorprendere, con storie originali, ambientazioni spaesanti, e una grande verve narrativa.

The other side

THE OTHER SIDE (Roberto Minervini; Italia, USA) **½
In The other side il regista italiano Roberto Minervini porta la sua telecamera a filmare i più sporchi, brutti e cattivi emarginati della Louisiana: una comunità di outsider tossicodipendenti, ex galeotti, vecchi sdentati, con la pelle bruciata dal sole, che vivono in baracche. In parallelo, vengono filmati anche dei reduci delle ultime guerre USA in Medio Oriente che si organizzano in gruppi paramilitari per addestrarsi a un’eventuale ribellione anti-governativa. Per tutti, è fortissimo l’odio contro il governo e in particolare contro Obama.
Cinema verità, o documentario leggermente sceneggiato? Difficile da dirsi, perché quando The other side prende a filmare iniezioni di eroina a donne incinte, proclami sovversivi fatti armi in pugno, preparazione e vendita di metanfetamina, è difficile crede che tutto sia davvero reale. Poco importa da quale parte del confine tra documentario e finzione ci troviamo: l’altra faccia dell’America, quella che raramente si vede nei film, è proprio questa, tra disperazione e esaltazione, tra squallore e candore. The other side è un tuffo nell’America più profonda e abominevole, che vi toglierà ogni voglia di voler andare in viaggio in Louisiana. La parte che funziona meglio è quella (del resto preponderante) sulla comunità di tossicomani di West Monroe, centrata su Mark, un tatuatore che è stato anche in galera, sulla sua compagna Lisa e sui loro amici. Qui la camera è portata dentro l’intimità dei personaggi, mostrandone il quotidiano, anche quello più miserabile, in uno sforzo di comprensione. Le persone vengono mostrate per quello che sono, e anche se per lo spettatore non è affatto facile empatizzare con loro, in certi momenti traspare una certa purezza, corrotta dall’aggressività, dalla disperazione, dalla miseria. Particolarmente toccante è l’incontro di Mark con la vecchia madre, per esempio. Il film funziona meno bene invece per le scene dei gruppi paramilitari: le due storie si intrecciano male, e l’accostamento crea una sorta di stonatura. Tra l’altro, se tra i tossicomani la telecamera sembra poter catturare momenti di verità, di intimità, scrutando l’essenza di questi personaggi, tra le milizie accade esattamente il contrario: c’è come una voluta messa in scena continua orchestrata dai soggetti stessi, come in una sorta di film di esaltata propaganda. E comunque, alla luce degli ultimi fatti avvenuti in Oregon, anche questa parte, piuttosto sinistra, si dimostra assolutamente ancorata a una realtà di fatto, e prende un valore documentario di estremo interesse.

El abrazo de la serpiente

EL ABRAZO DE LA SERPIENTE (Ciro Guerra; Colombia) *****
1909. Un esploratore tedesco e il suo aiutante indio, Manduca, arrivano in piroga da Karamakate, giovane e fiero sciamano separato dalla sua tribù. L’esploratore tedesco è gravemente malato, e inizialmente Karamakate si rifiuta di aiutarlo. QUando capisce che l’esploratore, antropologo, ha incontrato altri membri della sua tribù, di cui pensava di essere l’unico superstite, si convince a intraprendere un viaggio con i due alla ricerca della yakruna, una pianta leggendaria con poteri psichedelici e curativi.
Trent’anni dopo, un altro esploratore bianco arriva. Karamakate vive sempre da solo, ed è ormai per davvero l’unico superstite dei suoi. Vecchio e stanco, crede di essere un chullachaqui. Non ricorda molto del passato. L’esploratore americano, un botanico, gli chiede di accompagnarlo in viaggio, per trovare conferma dell’esistenza della yakruna. Insieme fanno un viaggio molto diverso da quello di qualche decennio prima. Il mondo è cambiato, Karamakate è cambiato, e anche l’Amazzonia.
Girato dentro la foresta amazzonica colombiana, in un bianco e nero sontuoso, El abrazo de la serpiente è un film ipnotico, di una bellezza che strega lo spettatore. Il fiume che i protagonisti attraversano in piroga è il fiume del tempo: le due storie si intrecciano e scorrono insieme, alternate tra loro, come se fossero parallele anzichè succedersi nel tempo. I disastri e gli orrori del colonialismo e la buona volontà di alcuni esploratori europei, la saggezza tradizionale e la debolezza e la corruttibilità dell’animo umano, le cosmogonie ancestrali e la razionalità occidentale, la solitudine altera e i legami di amicizia, il sogno e la fotografia, le sostanze psicotrope e la scienza: il film, che prende comunque il punto di vista degli indigeni, non è manicheo, ma è denso di temi in dialogo tra loro, che si annusano, diffidenti, ma devono poi entrare in conversazione. Per questa sua densità il film evita di prendere la facile via di un misticismo new-age: lo sciamano è pieno di dubbi, gli esploratori sono ambigui, anche le comunità indigene possono perdere la loro purezza. La conoscenza, in tutte le sue forme, del mondo e degli altri, è l’unica bussola che permette di orientarsi nell’inestricabile giungla del mondo. Un film davvero magnifico, che coniuga avventura, meditazione sull’uomo, e riflessione storico-politica.

Tangerine

TANGERINE (Sean S. Baker; USA) ***
Vigilia di Natale. Sin-Dee è appena uscita di prigione, e va subito a trovare la sua amica Alexandra. Entrambe sono prostitute transessuali. Mentre parlano davanti a una ciambella da dividere in due, Alexandra si lascia sfuggire che il ragazzo di Sin-Dee, Chester, l’avrebbe tradita mentre era in prigione: e perdipiù con una vera donna. Sin-Dee, furibonda, si lancia alla ricerca della ragazza e di Chester. Troverà entrambi dopo una lunga giornata in giro per Los Angeles. Parallelamente, un tassista armeno cliente abitudinario dei trans deve nascondere il suo vizietto alla famiglia, riunita per festeggiare il Natale. Le due storie entreranno in collisione in una spettacolare resa dei conti in un ristorante di donut.
Tangerine è diventato famoso per un interessante exploit tecnico: è interamente girato con un iPhone. Il budget del film è ridottissimo (100.000 dollari), gli attori principali sono dei non professionisti, transessuali incontrati dal regista in un centro LGBT locale. Il film inizia su un tono sovraeccitato, isterico, rischiando di cadere nel macchiettismo. Pian piano, però, riesce a imporre il suo ritmo e la sua visione, e i suoi personaggi stravaganti da caricature almodovoriane diventano sempre più reali, protagonisti di un mondo ai margini ma comunque pieno di vita e di sentimenti, e di avventure bizzarre. Gli scarsi mezzi tecnici non costituiscono un vero e proprio limite, ma danno invece l’opportunità di cogliere in modo assolutamente fresco e realistico, senza intellettualismi ma con molta immediatezza, questo sottobosco particolare. Il melodramma si sposa con la commedia, e non mancano gag molto divertenti, così come momenti più teneri, soprattutto di amicizia tra le due protagoniste. L’assolatissima (anche a Natale) Los Angeles, con il suo cemento, le sue lavanderie a gettoni, i suoi negozi di donut, gli outsider che fanno la coda alla mensa dei poveri e i taxi, gli autobus, il metrò, è un’altra grande protagonista di questo buon film suburbano indipendente.

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell'Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

One Comment

  1. chiaranelberry
    febbraio 11, 2016

    ringrazia ufficialmente marianz per questa ricca carrelata, con qualche giammangiato e tanta tanta altra bella roba nuova per le nostre serate campagnole 🙂

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