Se 50 sfumature di nero è softcore, Avril Lavigne è punk


California Über Alles

Alzi la mano chi è abbastanza vecchio da ricordarsi quando uscì al cine Dirty Dancing. “Dirty Dancing – Balli proibiti”, per l’esattezza.

Se non ve lo ricordate, provate a fingere: leggete il titolo “Balli proibiti” (o “sporchi”, come si traduce l’originale), che pensate?
Il film comunque lo conoscete tutti, non è un soft-core, non ci prova neanche, non è mai stato spacciato per tale, ha giusto questa paraculata di essere ambientato nel 1962 (un 1962 alternativo, in cui si suonano canzoni anni ’80) per cui accennare una roba che sembrava la bozza di un’imitazione timida della fotocopia sbiadita della lambada era da pericolosi ribelli che sfidavano la galera.

Era un trucchetto: è come se io facessi un film intitolato “Abiti provocanti”, solleticando gli erotomani, e poi in realtà raccontassi di una che gira con le caviglie scoperte nel Kentucky del 1910.
La saga delle 50 sfumature copre esattamente quella stessa demografica.

Quella strana demografica che è il contrario del target di Panorama: non quelli che vogliono delle gran foto di tizie con le tette di fuori ma siccome si vergognano vogliono poter fingere di aver preso un magazine di “approfondimento politico/sociale”, ma quelli che vogliono annusare il proibito ma poi ne hanno una paura fottuta per cui viceversa per qualche motivo sono attratti da una copertina “spinta” ma poi desiderano un contenuto pudico e rassicurante. Avevo ampiamente descritto questa casistica nella rece del primo film, per cui andiamo oltre.

Questo 50 Sfumature di Nero fa esattamente il passo che temevo, e in modo assolutamente esplicito. Nella scena 1 vediamo Grey che ha incubi notturni sulle violenze subite da piccolo, causa dichiarata della sua sadomasochite acuta, dopodiché la sua missione è chiara: vuole smettere, vuole “guarire” e vuole una vita “normale”. È tutto chiaro, pacifico e alla luce del sole. Anastasia è  lì per questo, per cambiarlo e “salvarlo”: gli esperimenti del primo film sono falliti male, si fottano i contratti e la stanza dei giochini, non ne vuole sapere mezza dei suoi vecchi vizi, discorso chiuso. Per lui è ok.

Se questo film ha un pregio, è quello di eliminare ogni ambiguità: non è una specie di soft-core pentito e vergognoso, è Pretty Woman fatto e finito. Un Pretty Woman in cui il personaggio maschile fa la parte sia del megaricco da mondo delle favole che del “puttano”, quello dalle abitudini sessuali riprovevoli bisognoso di redenzione; di conseguenza, quello femminile può dedicarsi a essere semplicemente la ragazza “normale” in cui tutte si identificano.

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La storia che racconta non parla neanche quasi più di sesso, ma soltanto di un miliardario traumatizzato che ha bisogno di cambiare abitudini: Grey deve imparare ad abbandonare il proprio passato e ad aprirsi, dialogare, lasciarsi toccare (anche letteralmente, un surreale artifizio di sceneggiatura mirato a chi non è in grado di comprendere una metafora).

Non c’è nemmeno una vera trama a essere onesti: si spinge fortissimo sulla fantasia escapista, una fantasia che più classica, banale e universale non si può, e si procede per accumulo di scenette sul tema, legate tra di loro con una graffetta. Spunti che iniziano e vengono risolti in 5 minuti. Vacanze di lusso, di nuovo a casa. Weekend di lavoro, di nuovo a casa. Viene presentato un personaggio nuovo che sembra importante, in realtà sparisce per tornare un’ora dopo e chiudere la sua sottotrama con una scena di dialogo.

Addirittura, proprio quando ti aspetti che inizi uno straccio di sottospecie di terzo atto, Christian ha un incidente aereo in cui rischia la vita, 60 secondi di preoccupazione al TG, poi lui torna a casa da solo con la maglietta sporchina e fine. Alla fine non c’è un vero terzo atto, c’è solo una specie di “bon, ora impostiamo il terzo film e- hey, dov’era finita Kim Basinger? L’abbiamo chiuso il suo sketch?”.

E tutto ciò viene sporadicamente intervallato da scene di sesso come se fosse una specie di break musicale nei film di Bollywood, o l’interruzione pubblicitaria. Anzi, bisognerebbe farlo l’esperimento: trasmettere il film su un canale Mediaset, far scattare la pubblicità prima di una scena di sesso, riprendere il film subito dopo, saltandola: punto 100 euri che nessuno se ne accorge.

Da qualche parte probabilmente un dirigente sta pensando a un cut PG-13 aggiustabile in pochi minuti, e che avrebbe un target non indifferente. Il sesso non è proprio più argomento di discussione: ogni venti minuti c’è uno stacco, parte una canzone orribile, Christian tira fuori un aggeggino timido da sexy shop entry level, Anastasia dice “ok dai proviamo” con sguardo birichino, i due vengono inquadrati in controluce e via alla missionaria tra il sollievo dei morigerati.

Famolo strano

I momenti migliori del film sono proprio quando il montaggio sembra rendersi conto dell’assurdità di una struttura simile e ci gioca, passa da un climax romantico a una scena di sesso “deluxe” e sembra divertirsi di questo suo essere una specie di barzelletta, in cui Julia Roberts torna da un gala con Richard Gere e PAM! Tette fuori e palline vaginali. Vista da un genere opposto, è un po’ come assistere a Optimus Prime che al culmine della solita battaglia tra pixel volanti urla “hai rotto il cazzo Megatron, vaffanculo!”. Non più intenso di così però.

E nonostante tutti vogliano farci pensare che sia un moderno Nove settimane e mezzo è così che va preso. È pur sempre nato come parodia di Twilight, e per la prima volta il lato beffardo e sostanzialmente insincero dell’operazione si intravede sul serio. Nove settimane e mezzo a confronto pare un Walerian Borowczyk, e Basic Instinct direttamente uno snuff da mercato nero.
Sull’aspetto sadomaso è quindi meglio sorvolare, viene trattato con aperta ostilità e con la stessa apertura mentale con cui trattavano gli spinelli nei cinegiornali anni ’30. L’apice è ovviamente il personaggio di Bella Heathcote, una “tossicodipendente” di sadomasochismo che gira magra, imbruttita e vestita come una strafatta di crack.

Chiudo quindi con due considerazioni:
1) James Foley è un signor professionista che ha alle spalle diversi film notevoli (A distanza ravvicinata, The Corruptor, Americani), ma ha anche diretto Who’s That Girl, non è la prima volta che cala le braghe e non ha ancora evidentemente imparato a farlo con dignità;
2) Jamie Dornan è un manichino telecomandato male, ma Dakota Johnson è assolutamente perfetta, capisce il ruolo e il tono, e la naturalezza con cui vende sia i banalissimi artifizi romantici che i bruschi passaggi al sesso “esplicito” (tra mooolte virgolette) non va sottovalutata.

È tutto amici, vado a spararmi.

 

50 sfumature di nero – IMDbWikipedia

Quando non è impegnato a difendere le strade dell’East London dalla criminalità organizzata, scrive di action, horror ed eccezioni meritevoli su i400Calci.com. Le esplosioni sono importanti.

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This article was written on 13 Mar 2017, and is filled under Ho un amico per cena, Le storie del cine, Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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