Alien, il feroce ventre acido del cosmo dal 1979


Se un film riesce a sopravvivere a tutto, soprattutto a se stesso, al suo regista, a tutto il cucuzzaro derivato dal suo essere perfetto, a tutto quello che è successo dopo, allora siamo davanti a qualcosa che è impossibile replicare nello stesso modo.

Potrei annoiarvi con un pippone enorme sui reboot, i remake etc il perché e il percome della loro esistenza ma al solo pensiero mi sto addormentando per cui state sereni. Quello che voglio dire come premessa in sostanza è che Alien non è qualcosa che si può replicare. Facciamo un esempio scemo per capirci: la Gioconda non è replicabile. Quando riutilizzata, rivista, maltrattata da immaginette cretine rimane sempre se stessa. Beffarda, immobile, sempre uguale, sempre unica. Così Alien. Lo puoi trasformare in merda o in adamantio e quello per magia torna nella sua forma originale. Provate a pensarci: quale altra entità aliena vi è rimasta impressa oltre allo Xenomorfo? Eppoi anche le mie immagini con le dida stupidine mica lo scalfiscono. Anzi. Mi batte la stecca cento a uno.

Niente boccacce in pubblico, regazzi’

La storia
Nello spazio profondo Mother, l’intelligenza artificiale che governa la nave da carico Nostromo sveglia l’equipaggio dall’ipersonno. Ha ricevuto un segnale di richiesta di aiuto da un pianeta sconosciuto. Una squadra di persone viene mandata in esplorazione. Si troveranno all’interno di un ambiente biomeccanico che si rivelerà essere un’astronave millenaria. Mentre perlustrano cavità enormi che paiono vive e perdono bava trasparente, immense distese di uova verdognole non aspettano altro che di schiudersi e rilasciare la sorpresa. Così accade. Dovrebbe scattare l’emergenza quarantena che però non viene rispettata da un membro della crew (Ian Holm, che stronzo). Il parassita agganciato alla faccia del malcapitato (John Hurt) è impossibile da eradicare, le sue lunghe dita nodose sono legate alle funzioni vitali. A un certo punto la creatura viene trovata morta e l’uomo sembra essere tornato in salute. Durerà poco: mentre mangiano allegri, comincia a sputare sangue. Il suo corpo si dimena in spasmi terrificanti finché qualcosa non esce dallo stomaco con suoni orripilanti sconvolgendo tutti. La cosa fugge via e da quel momento è un gioco completamente impari tra l’essere (che cresce con una velocità spaventosa) e gli umani più un gatto (essendo gatto ha sette vite e riesce ad arrivare fino alla fine, mica è cretino) ed è così che nasce anche il mito del tenente Ripley, archetipo della donna pratica e che vuole sopravvivere a tutti i costi, l’unica che vorresti come amica mentre finisce il mondo.

Sigourney Weaver
Fu scelta per la sua presenza scenica pazzesca e a ragione nonostante fosse pressoché agli esordi e fu una scelta felicissima di cast. Va detto che tutto il cast è ben assortito. Ma lei in particolare spicca. Con un villain così carismatico l’antagonista doveva bucare lo schermo e infatti (l’altro buca astronavi). È la prima a sospettare di Ash (Ian Holm), quella che solleva dubbi, quella che guarda dritto in faccia la disperazione e non molla mai seppure terrorizzata, quella col lanciafiamme e la faccia che sprizza coraggio mentre vorrebbe tantissimo farsi i cazzi suoi sul suo pianeta. Lei e la sua tuta da meccanico dello spazio e le Converse bianche. Fantastica.

Team double cazzo guardi

L’androide
Per chi ama il film e se lo rivede quando capita o quando gli pare, studiarsi la recitazione di Ian Holm dà molta soddisfazione a posteriori. Antipatico, gelido, crudele e scassaminchia. Programmato per salvare la Creatura e sacrificare l’equipaggio. Nel momento in cui si rivela essere un androide è perché ormai non può più nasconderlo mentre suda sangue bianco e fa lo stronzo per l’ennesima volta. Risentirlo mentre soccombe alle legnate, rivedere le quantità copiose di liquido bianco, i cavi biologici e meccanici esposti regala sempre una sensazione di orrore molto precisa e indimenticabile. Il lavoro di sound design – in genere – del film è eccezionale.

Madonna come mi state TUTTI sui coglioni

Kane
L’uomo incubatrice, la vittima designata. Grandissimo attore John Hurt (scomparso recentemente) capace di una recitazione sottile e chirurgica, è il primo che si sveglia dall’ipersonno, magrino, esile e con gli occhi taglienti. Quello che davanti al mistero non usa la prudenza e si butta a pesce nella scoperta che poi gli si rivolta contro. La leggenda vuole che la scena della macabra nascita del baby Alien dal suo stomaco sia stata la tipica buona la prima e che tutti fossero preparati ma solo fino a un certo punto. Per cui la sorpresa sulle facce degli attori è vera. Fiction nella fiction, una cosa meta che ti fa sbrodolare di amore per il cinema una volta di più.

Mi sento un po’ malino

Gli altri
Dicevo prima del cast ben assortito: sono sette in tutto gli attori e oltre i sopracitati c’è Dallas (Tom Skerrit) quello che si è sentito un po’ celebrity e che sul primo momento aveva declinato il ruolo. La produzione poi era tornata con più soldi e aveva deciso per il sì. Il barbetta avrà la giusta punizione per la sua arroganza, l’altra donna è Veronica Cartwright, notevole caratterista dagli occhi di ghiaccio che ha tutt’ora una sua dimensione di attrice comprimaria di tutto rispetto. I miei preferiti sono T.J. Parker (Yaphet Kotto che ha lavorato anche ne L’Implacabile e qui Zio Nanni Cobretti sarà contentone) che passerà tutto il tempo a dire FREEZE IT I TOLD YOU FREEZE IT DAMN FREEZE IT! e nessuno che gli dia retta. Il suo compare è un altro caratterista di lusso Harry Dean Stanton. Pensate a un film: ecco ci sono ottime probabilità che lui abbia avuto una parte. Le sue battute sono Kitty Kitty Kitty Kitty e Right, Right e Kitty Kitty Kitty. Right.

FREEZE IT!

 

Gli stadi dello Xenomorfo
Molto della leggenda di Alien risiede, oltre che nella sua morfologia così peculiare, nel complesso ciclo vitale che si realizza in quattro stadi con relative forme fisiche diverse. Nel tempo poi, a seconda del corpo ospite, subirà delle modificazioni genetiche, anche qui c’è del fascino che irretisce come un incantesimo perverso.
Egg: il primo stadio di Alien è sottoforma di uova (che vengono deposte dalla Regina che compare però in tutta la sua maestosa capacità colonizzatrice nell’Alien di James Cameron). Sono alte circa un metro e sono composte da materiale organico che si schiude in quattro lembi e che lascia intravedere il Facehugger in trasparenza. In Alien la prima volta che le vediamo si nota uno strato di nebbia bluastra che le protegge. La curiosità è che si tratta di una tecnologia creata dai tecnici della luce dei The Who che stavano lavorando negli studi accanto dove si svolgevano le riprese di Alien. Fico no?
Facehugger: zompano fuori dalle uova e nel momento in cui ti brancano puoi salutare tutti. Si infiltrano nel sistema vitale e ti usano come incubatoio. Sono formati da otto lunghe dita nodose che, al taglio, sgorgano sangue corrosivo verde che brucia qualsiasi metallo. Possiedono anche una coda, fanno salti pazzeschi e quando lasciano il corpo ospite muoiono. La parte interna ha la morfologia di una cozza mista a un’ostrica e a una vagina atroce (altroché il mito di quella dentata). Un incubo.
Chestbuster: dopo aver impiantato l’embrione e morto il Facehugger, il corpo ospite sembra riprendere le attività vitali nella norma ma è solo una finta traditrice perché il neonato mefitico si fa largo nel torace facendolo esplodere e iniziare così la sua opera di terrore e fagocito di qualsiasi essere vivente.
Xenomorfo adulto: il neonato nel giro di 3-4 ore fa la muta e si trasfonde nello stadio adulto con grande dispendio di mucose e fluidi biologici. Diventa un essere di colore scuro con un cranio allungato e liscio, doppia mandibola, bipede o quadrupede a seconda delle esigenze. Una miscela di elementi meccanici e organici eccezionalmente letale. Ne ho vista una replica in bronzo a grandezza naturale a una mostra e vi assicuro che era una cosa pazzeschissima. Gli stronzi poi l’avevano messo in un cunicolo che aveva una specie di spioncino e mentre attraversavi il corridoio ti accorgevi che qualcosa ti stava guardando e indovinate chi cazzo era.

Qua la mano, amico

HR Giger
Non si può parlare di Alien senza parlare di Giger (Rambaldi si occupò di rendere Alien meccanico e di realizzare la tuta che il buon Bolaji Badejo indossò) ovvero di un pazzo e fottuto genio visionario. Tutti aggettivi usati di solito a schiovere ma applicati a lui sono giusti. Ha realizzato il concept e tutto il mondo scenografico. Ho visto parecchie delle sue mostre e dei suoi enormi quadri aerografati. Giger ha definito il concetto di orrore affascinante e se persino egli stesso era stupito di cosa riuscisse a concepire la sua mente e ne era spaventato, figuriamoci noi. Ma le sue creature sono bellissime, eleganti, malvagie e oscene in un modo del tutto unico.

L’atmosfera
In genere l’atmosfera di Alien è asettica con la contrapposizione di set bianchi a set neri. La fotografia è pulita e l’occhio della regia è secco, saldissimo senza mai, dico mai una sbavatura. Sei lì con Ridley Scott che assisti a uno degli spettacoli più feroci mai messi in scena. Lo rivedi oggi e dà le piste a tutti: è credibile persino nell’uso della tecnologia che appare obsoleta ma perfettamente coerente all’interno dell’ecosistema Alien. Il caro Scott non riesce a mollare la presa su lui (vedi Prometheus, vedi Alien Covenant) e continua a farlo tornare e ritornare perché non riesce a chiudere il cerchio. Ma ci sta: Alien è una creatura che sopravviverà ai suoi padri e a tutti noi. Soprattutto a se stesso.

Alien – WikipediaIMDb

 

Daniela Elle
Apre il suo primo blog di cinema nel 2004. Dopo averci pensato per almeno tre anni, nel 2014 fonda il collettivo cinefilo de Gli88Folli. Giusto per menarla quanto basta ha scritto e pubblicato un sacco di cose che sono arrivate in Cina e in Russia e voi no.

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