Questa volta è guerra – Aliens: Scontro Finale


Come dare un seguito all’horror perfetto?

Semplice, non si fa: si cambia tutto e si esorcizza nello spazio uno dei più grandi traumi della storia americana – fino ad allora – e tutto senza sbagliare un solo maledettissimo minuto su 137 di azione senza respiro. Se sei il James Cameron degli anni ’80, puoi.

Sono James Cameron e ce l’ho grosso così

Torniamo indietro un attimo.

È il 1983 e un giovane Cameron sta finendo la lavorazione di Terminator: siccome è un grosso che non si ha idea ed è ispiratissimo, va dai produttori della 20th Century Fox (tra i quali David Giler e quell’altro bel tipo di Walter Hill) a proporre qualcuno dei suoi progetti. Sfortunatamente, però, nessuna delle idee incontra il favore di Giler e Hill, e Cameron se ne va un po’ deluso. Senonché, mentre sta uscendo, a Hill viene in mente che c’è ancora il sequel di Alien di cui si parla da almeno un paio d’anni ma che non è ancora partito.

A Cameron non sembra vero: da sempre si dice ammiratore del capolavoro di Scott e l’occasione è davvero grossa per un esordiente che ancora non immagina il successo che otterrà con Terminator.  Hill e Giler, dal canto loro, danno a Cameron un suggerimento che col senno di poi sembra il matrimonio perfetto (tra i personaggi, ma anche tra soggetto e regista): “Ripley coi soldati”.

BOOM.

Cameron si mette al lavoro frenetico e adatta una sceneggiatura che casualmente aveva già pronta: si chiama Mother e – sempre casualmente – ha come protagonista una donna forte “molto simile a Ripley” (secondo le parole dello stesso Cameron), una regina aliena, uno scontro tra le due e un forte tema materno.

Ma siccome Aliens è un film benedetto da tutte le fortune, il nostro James sta lavorando contemporaneamente a un’altra sceneggiatura, la cui influenza sarà altrettanto fondamentale nella creazione del secondo capitolo degli xenomorfi cattivi: Rambo 2 – La vendetta (o First Blood: Part II, se preferite).

Certo, questa seconda influenza porterà anche alcune similitudini un po’ ridicole fatte di fasce rosse, fucilazzi e canotte e la stessa Sigourney Weaver si riferirà al suo personaggio con il nome di “Rambolina”, ma fa anche sì che Aliens porti con sé quel retrogusto di denuncia che lo rende molto più di un film di guerra con marines buoni contro ragnazzi malvagi.

Come Rambo ma col 100% di bambina in più

(In ogni modo, si dice che la sceneggiatura piacque ai produttori, i quali, però, dissero a Cameron che gli avrebbero affidato Aliens solo se Terminator fosse andato bene. Ancora non sapevano, gli ingenui)

“lol zio, non ti preoccupare”

I Marines Coloniali di Aliens sono inviati in una missione di cui sanno poco in una zona di cui non sanno nulla e vengono immediatamente decimati da un nemico che conosce ogni cunicolo, ogni anfratto della stazione su LV-426 e che sa sfruttare l’ambiente a proprio vantaggio (“Vengono fuori dalle fottute pareti!”). Sono convinti di essere addestrati a tutto e hanno un arsenale tecnologicamente più avanzato degli Xenomorfi che abitano la base, ma la loro potenza di fuoco e la semplice dimensione delle loro armi si rivela controproducente, tanto che l’unica opzione possibile – poi fallita – diventa bombardare senza più mettere piede a terra.

Se si sostituisce il planetoide remoto con una certa landa del sudest asiatico e i mostri creati da H.R. Giger con gli abitanti di quel paese si ha un calco quasi perfetto della guerra del Vietnam, di cui Cameron lesse diffusamente per la stesura della sceneggiatura di Rambo 2. A pensarci bene, l’intero presupposto di Aliens si basa su un’ambiguità etica: cioè è vero che gli alieni sono brutti e cattivi e hanno ucciso i coloni, ma tanto per cominciare c’erano già da prima – quindi gli invasori sono gli umani – e il tentativo di colonizzazione di LV-426 non ha altro scopo che arricchire le tasche di una compagnia privata (la Weyland-Yutani). In sostanza, è l’Uomo che con la sua sete di denaro va a disturbare una specie che sarebbe meglio lasciar stare, perdipiù in casa sua. Addirittura, dopo che Burke ha cercato di far impregnare lei e Newt da un Facehugger per poter portare sulla terra un esemplare da usare come arma biologica, Ripley mette in dubbio la  presunta superiorità morale degli uomini: “Loro non si ammazzano per una sporca percentuale”.

“Degli uomini” inteso come umanità, ma forse anche come genere: sono gli uomini a condannare la missione (l’arroganza dei marines, l’inesperienza del tenete Gorman, le macchinazioni del viscido Burke) mentre sono le donne a sopravvivere. Lo scontro finale, poi, è lo scontro di due madri per la sopravvivenza della prossima generazione.

Per la missione su LV-426 Cameron mette insieme un cast perfetto: oltre alla monumentale Weaver si porta il suo talismano Michael Biehn, Lance Henriksen a salvare la reputazione degli androidi, la faccia da schiaffi nevrotica del mai troppo compianto Bill Paxton Paul Reiser nel ruolo dell’infido uomo della Weyland-Yutani.

E ditegli qualcosa se siete capaci

Dopodiché dà libero sfogo alla sua grossezza: dove l’originale di Scott creava l’angoscia dell’ignoto tra (e dentro, letteralmente) di noi, Aliens ribalta il presupposto. Siamo noi precipitati senza nessuna pietà in mezzo ai mostri e Cameron ci tiene lì, continuando ad alzare la posta: ogni situazione potenzialmente sicura si rivela una trappola ancora peggiore, ogni volta che ci sembra di poter tirare il fiato ci presenta una minaccia ancora più grande.

Visto oggi, a trent’anni e passa di distanza, resta il manuale su come prenderti per le – metaforiche – palle e tenerti lì, col respiro corto ad attendere la strizzata che, immancabilmente, arriverà. Fino a quella successiva.

Aliens: Scontro Finale – IMDb – Wikipedia

 

Luca Traversa
Passa sull’internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

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This article was written on 19 Mag 2017, and is filled under Amarcord, Binge-watching, Scuse per parlare di film.

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