American Sniper: il mestiere di uccidere, lo stress di vivere


imageAmerican Sniper è la storia di Chris Kyle, cecchino dei Navy SEALs la cui precisione nel corso di quattro missioni in Iraq (160 uccisioni confermate, 255 secondo lo stesso Kyle) gli è valso il soprannome di “la Leggenda”.

Il film apre con Kyle sdraiato su un tetto, mentre inquadra nel mirino una donna e un ragazzino. Prima di scoprire se sparerà, tuttavia, inizia un lungo flashback sul passato di Kyle: lo vediamo a caccia con il padre, mentre abbatte un cervo.

Caccia, guerra, cervo: ora non vorrei saltare a conclusioni affrettate, ma a me sembra un omaggio e contemporaneamente la negazione di un altro film di guerra vagamente famoso (peraltro Cimino, all’esordio, diresse proprio Eastwood in Una calibro 20 per lo specialista).

Ora, ideologicamente Eastwood non è Cimino: lo sappiamo noi, lo sa lui e gli va riconosciuta l’onestà di non provarci nemmeno. Chris Kyle è un cowboy che fa i rodeo con il fratello, si ubriaca e scopa finché non vede alla TV le immagini degli attentati qaedisti alle ambasciate americane di Nairobi e Dar-es-Salaam, realizza che al mondo esiste il male e si arruola nei Navy Seals.

Il nemico è il male e così sarà: ogni uomo, donna e bambino che i soldati americani incontrano in Iraq (ecco, forse sul fatto che il film mostri l’Iraq come diretta conseguenza dell’attentato alle Torri Gemelle si potrebbe obiettare qualcosa a Eastwood) è un nemico disposto a imbracciare le armi per uccidere i buoni. Non è un caso che la squadra di Kyle porti sui giubbetti il teschio del Punitore, il personaggio Marvel con meno remore morali di tutti.

Persino per l’antagonista di Kyle, il cecchino siriano Mustafa, non esiste alcuna redenzione: pur ricevendo un minimo di connotazione umana come marito e padre, morirà da solo, abbandonato sul tetto da cui prendeva di mira i genieri americani.

American Sniper non è però soltanto un film di guerra: è, o meglio vorrebbe essere, un film sulla difficoltà del rientro, sul come lo stress della guerra renda impossibile ai soldato il tornare a vivere le proprie vite. Dico “vorrebbe essere” perché in realtà non c’è dubbio sul fatto che le simpatie di Eastwood – e di conseguenza le nostre – stiano con Chris Kyle, con il suo desiderio di tornare a salvare i suoi commilitoni e amici e di compiere il suo dovere nei confronti del paese che ama.

Dopotutto non c’è dubbio che Chris ami sua moglie e i suoi figli: le (poche) scene in cui si dimostra un padre affettuoso sono lì a spiegarcelo, ma loro non rischiano la vita, i suoi compagni in Iraq sì ed è quindi a loro che bisogna pensare. Così, missione dopo missione, ritorno dopo ritorno, vediamo ergersi il muro di diffidenza tra Chris e la moglie Taya e proviamo l’insofferenza di lui nei confronti di questa donna petulante e lacrimosa che, nella sua bella casa in un paese al sicuro, si lamenta che lui sia in Iraq per uccidere chi vorrebbe far loro del male.

A voler essere molto maliziosi, si potrebbe anche pensare che la scelta di un’attrice britannica ancorché nata a New York come Sienna Miller nel ruolo di Taya sia voluta, perché una “brava femmina americana” capirebbe i sacrifici fatti per la libertà, la democrazia e la torta di mele, ma probabilmente sono io che eccedo in dietrologie.

American Sniper, dicevamo, non è un film di sottigliezze: è duro, è asciutto, è rigoroso, ma non è sottile. È persino un po’ didascalico a volte. Un esempio? Per significare che Kyle non ritorna veramente dall’Iraq tra una missione e l’altra, Eastwood fa sì che ogni volta che torna si porti dietro un pezzo di abbigliamento militare in più.

La prima volta che torna dall’Iraq porta la barba e gli stessi occhiali che indossa in missione; la seconda volta, ha lo stesso cappello che indossa durante gli appostamenti di cecchinaggio; la terza volta ha la barba, gli occhiali e il cappello. Dopo il quarto turno, quando realizza di essere pronto a tornare a casa, si taglia la barba, toglie gli occhiali e cambia il berretto.

Non solo: per mostrarci l’incomunicabilità tra Chris e i civili, Eastwood lo fa – letteralmente – gridare dietro un vetro della nursery, inascoltato dalla puericultrice: più chiaro di così, manca solo che gli metta un cartello al collo con scritto PARLAMM’ E NCE CAPAIMM’!

Anche gli spazi in cui si muove Kyle contribuiscono alla sensazione: gli Stati Uniti dove Chris cresce, vive, si addestra e si sposa sono fatti di radure, spiagge, lunghi moli sul mare; l’Iraq dove combatte è un posto di stanze anguste, sottoscala in penombra, vicoli stretti e pertugi attraverso cui mirare. Sui tetti non c’è visibilità, tra lenzuoli stesi che celano il pericolo e muri dietro a quali potrebbe essere appostato un cecchino nemico.

Man mano che le missioni si accumulano, anche negli Stati Uniti Chris pare muoversi quasi esclusivamente in luoghi chiusi, limitati: le stanze della casa, gli ospedali, l’auto. Soltanto alla fine, quando finalmente accetta di tornare, Kyle si riappropria degli spazi aperti, anche se lo fa sempre sparando: quando accompagna il figlio maggiore a caccia, quando fa pratica con i reduci al poligono. L’ultima scena ci mostra Kyle all’aperto, a fianco della propria auto, mentre accompagna un ex marine: è Taya a guardarlo da dietro la porta, con uno sguardo a metà tra il sollevato e il preoccupato. Kyle sarà ucciso quello stesso giorno, da quello stesso ex marine.

Sì, ma alla fine ti è piaciuto?

Beh, sì: Bradley Cooper è ingrassato, bravissimo e riesce ad attraversare l’intero film con la convinzione di essere nel giusto ma contemporaneamente portare su di sè, sulle proprie spalle, il logorio di un lavoro che diventa sempre più un ossessione in cui il dovere non c’entra più nulla; Eastwood maneggia la guerra con precisione millimetrica, riesce a tirar fuori tensione da un appostamento su un tetto e si permette di omaggiare sia i cliché più frusti (il SEAL che compra l’anello per la propria fidanzata è quello che verrà ferito mortalmente nella missione) che gli sparatutto in soggettiva (con la sparatoria nella tempesta di sabbia).

E durante il montaggio finale, con le immagini dei funerali del vero Chris Kyle, le bandiere a stelle e strisce che sventolano, i reduci che riempiono il Cowboys Stadium e la bara coperta di sigilli dei Navy SEALs è impossibile non provare un pochino di pelle d’oca, probabilmente la stessa che prova Clint Eastwood.

Maledetto vecchiaccio.

American Sniper – IMDbWikipedia

Luca Traversa
Passa sull'internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

Lascia un commento

Information

This article was written on 08 Gen 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

Current post is tagged

, , , ,