Amy. The girl behind


Il documentario Amy di Asif Kapadia – lo stesso regista di Senna – è stato distribuito in Italia quasi completamente doppiato: le uniche parole non lasciate alla traduzione sono quelle in cui Amy Winehouse parla o canta. E se sulle prime ciò può far arrabbiare, bisogna onestamente constatare che la visione non ne esce danneggiata. Il motivo è che questa scelta, non so quanto consapevolmente, contribuisce a sottolineare quello che nel film è sostanziale: dividere Amy, musica e parole, da tutto il resto: narrazione e punti di vista altrui.

Esiste un dietro e un davanti in questo documentario che è l’asse portante della narrazione, fattuale e emotiva. Amy è lasciata quasi sempre alla telecamera, alla sua lente, sia quando è qualcun altro a raccontare di lei, sia quando è lei stessa ripresa con gli amici, la famiglia o durante le esibizioni. C’è un gruppo di persone che si muove letteralmente dietro la telecamera, tra cui spiccano suo padre e il suo fidanzato, poi marito, poi ex marito. E ce n’è un altro, meno pesante ma comunque evidente, che invece si muove davanti alle telecamere: le sue migliori amiche, il suo primo manager Nick, almeno finché non è sostituito, il suo grande idolo Tony Bennett, i musicisti che suonano con lei, i coristi.

Il documentario salta continuamente da un verso all’altro della telecamera e a ogni azione corrisponde uno svelamento di quello che non si vede. A volte si intuisce soltanto, altre si ignora completamente.

Ciò che fa da ponte a questo passaggio continuo è Amy, o meglio: il suo corpo martoriato e problematico, sfruttato e mai preso sul serio fino in fondo che si libera o si occlude, a seconda del momento. Nei primi anni della sua carriera Amy è una ragazza già pronta a diventare una pop star, a suo agio in quasi ogni situazione, che da timida si concede con generosità alla sua arte e al pubblico. Negli ultimi anni, invece, assistiamo a una involuzione progressiva che la porta a fuggire, cercare nascondigli.

Il corpo di Amy, silenzioso, ci guida durante i circa dieci anni raccontati nel film, ma lo fa naturalmente e senza mettersi davvero in mostra: Amy parla, canta, si nega ai paparazzi, scappa dalle telecamere, i dettagli sono spesso sulle sue espressioni facciali e sui testi delle canzoni, che segnano il percorso, ma a fine visione, durante i titoli di coda, la sensazione di aver perso qualcosa e che questo qualcosa sia fondamentale esplode: è il corpo che riavvolge tutto il nastro e diventa retroattivamente il protagonista assoluto, tanto presente quanto scontato, quindi piuttosto facile da marginalizzare.

Nel film, Amy è un corpo fatto di muscoli forti che le permettono di (in)cantare e poi di muscoli deboli che non reggono la sregolatezza delle dipendenze, di muscoli malati che soffrono la bulimia, di muscoli sinceri quando cercano di trovare in suo padre un nascondiglio sicuro. E di muscoli che, tutti insieme, come una armonia ben riuscita, scelgono la soluzione finale: la resa.

Amy – IMDbWikipedia

Elena Marinelli
È nata in Molise vicino a un passaggio a livello, ora abita a Milano. È sempre informatissima sui percorsi delle autolinee urbane. Dorme nel posto più vicino alla porta. Tutto questo, in qualche modo, ha a che fare con il fatto che guarda molti film.

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This article was written on 21 Set 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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