Paradossalmente ARQ


Primer, Ritorno al futuro, Ricomincio da capo, Source code, The edge of tomorrow e oggi su Netflix: ARQ.

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Un paragone sarebbe impietoso e noi cercheremo di non farlo (ARQ uscirebbe con le ossa rotte anche contro The edge of tomorrow), però ci siamo capiti, la storia si colloca lì. C’è un loop temporale (spiegato malissimo, quasi brontolando) e c’è una coppia di amici/amanti/ex amanti/nemici/poi di nuovo amici/poi no/poi ci farei un pensierino/(eccetera) che s’arrabattano per uscirne. La coppia è interpretata dalla sagoma di cartone di Robbie Amell che riesce nella non facile impresa di far sembrare la sagoma di cartone di suo cugino Stephen, che interpreta Arrow, una fonte di grande espressività, e da una Rachael Taylor che in Jessica Jones sembrava tanto bravina mentre qui forse ha dovuto affrontare un ruolo un po’ troppo complicato (donna debole che invece è forte, ma non così forte cioè un po’ più debole, ora un po’ meno, no, più forte, un po’ più forte e così via per tutto il film) dal quale non esce benissimo.

ARQ è l’opera prima di tale Tony Elliott, premiato sceneggiatore di Orphan Black, che ai miei occhi si era già distinto con un bellissimo cortometraggio del 2014 intitolato Entangled (lo trovate qui sotto finché non lo toglieranno da YouTube per violazione di qualunque diritto alla riproduzione mai inventato al mondo).

Cortometraggio talmente bello che avevo deciso di non inserirlo nella rassegna dei corti, perché mi sembrava valesse quasi la pena parlare solo di lui. A parte il fascino che evidentemente Elliott prova per la tecnologia raffazzonata e grezza, i riferimenti non so se consapevoli al ciclo dei Paratwa di Christopher Hinz, ciclo da quale traggo ormai ispirazione in ogni cosa che scrivo – soprattutto le liste della spesa – sono stati per me sufficienti a farmelo amare di amore vero. Sto dicendo che il giudizio su ARQ può essere stato contaminato da un’aspettativa troppo alta? Sicuramente sì.

Una cosa è certa: Tony Elliott è bravo ad andare sul risparmio. Orphan Black, un serial dove tutti i personaggi sono interpretati dalla stessa attrice, è paradigmatico su come andare a risparmiare con il casting. E anche Entangled non ci delude da questo punto di vista con la sua moltiplicazione di personaggi che non corrisponde a una moltiplicazione di interpreti.

Non nasconderti dietro alle sagome di cartone! Non sono a prova di proiettile!

Non nasconderti dietro alle sagome di cartone! Non sono a prova di proiettile!

ARQ è costato meno di due milioni di dollari (e si vede, Tony, mi spiace), è stato girato tutto in 19 giorni a Toronto e la sua sceneggiatura viene da lontano: Elliott l’aveva scritta prima ancora che Source Code e The edge of tomorrow uscissero e anzi il lavoro come sceneggiatore di Orphan Black lo ottenne proprio spedendo la sceneggiatura di ARQ come prova delle sue capacità. Insomma è una specie di regalo che Netflix (che ne ha curato la produzione) gli ha fatto, un suggello al buon lavoro da lui svolto fino a questo momento.

La storia è incentrata una macchina, l’ARQ appunto, che apparentemente è in grado di generare una quantità infinita di energia sfruttando il fatto che il moto perpetuo, in realtà, è solo un mito. Tranquilli, quando avrete finito di sbattere la testa contro al muro le cose miglioreranno. Purtroppo attorno a questo ARQ, per motivi che non verranno mai chiariti e che anzi cambieranno nel corso della narrazione, si crea un ciclo temporale che fa rivivere alla coppia Renton e Hannah (e non solo a loro) lo stesso giorno ancora e ancora, senza apparente via d’uscita. All’inizio tutto sembra come in Ricomincio da capo: Renton si risveglia bruscamente, guarda l’orologio della sveglia e si rende conto di aver già vissuto quel momento.

ARQ

Le analogie con Ricomincio da capo però finiscono qui. Al paradosso della memoria che Renton ha dei cicli precedenti si sommano numerosi altri paradossi che non riveliamo e che portano la narrazione all’interno di una trama molto complessa e forse non risolta con la dovuta eleganza. Fatto sta che le trovate non mancano, i colpi di scena si susseguono fino all’ultimissima sequenza e il film, se il continuo ricominciare da capo non va in odio, è autenticamente divertente.

Si resta però con un po’ di amaro in bocca non solo per la recitazione scadente ma per il fatto che il tema del loop temporale e in generale dei viaggi nel tempo ha bisogno di una spinta narrativa maggiore per non far finire lo spettatore intrappolato nei propri déja vu. Un film di déja vu che intrappola lo spettatore nei propri déja vu. Se non è un paradosso questo.

E ora per la rubrica di grande successo “Forse correlati”:

  • Ars Paradoxica, un bel podcast in inglese fantascientifico infarcito di viaggi nel tempo raccontati come si deve.
  • Dark Matter di Blake Crouch, un libro di fantascienza appena uscito, e quindi non ancora tradotto in italiano, che definirei soltanto “carino” ma che certamente apporta qualcosa di nuovo alla discussione sui paradossi. Ne faranno un film, lo recensiremo.
  • Udite udite, nel nuovo film di Tim Burton, “Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali”, in uscita il prossimo 15 dicembre in Italia, i time loops vengono usati in modo molto molto creativo (non dico altro).

ARQ – IMBb – Wikipedia (in inglese, in italiano non c’è ancora un articolo)

Scrive romanzi e racconti. Da sempre appassionato di fantascienza e da quasi sempre di cinema e teatro, scrive di notte nel silenzio della campagna inglese o tormentato dal vento del Mare del Nord.

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This article was written on 17 Ott 2016, and is filled under Parlo mai di astrofisica io?.

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