500 giorni in auto: Baby Driver


[Street cred]
Abbr. di “street credibility”. Possedere un alto livello di rispetto in un ambiente urbano, dovuto alle conoscenze o all’esperienza in campi che influiscono nel suddetto ambiente.

“Uhmmm…ssssì, sì, direi che sono io, sì”

Edgar Wright (in compagnia dell’amico Simon Pegg) ha scritto e diretto quella che viene chiamata “la trilogia del Cornetto” (che, se non conoscete, oh, insomma, non so che dirvi, ma dovreste farvi delle domande sulla vostra vita).
I tre film sono andati bene, hanno ottenuto uguale successo di pubblico e di critica e questo ha permesso a Wright di fare qualsiasi cosa. E lui ci ha provato: preso su dal carrozzone dei film Marvel ha scritto e cominciato a dirigere Ant Man, prima che, com’è noto, la casa produttrice ha pensato che non fosse in linea con i suoi film e lo ha gentilmente allontanato.

Ma, siccome Wright ha la street cred, dopo quell’esperienza si è buttato su un altro progetto sempre da lui scritto e diretto, a cui teneva molto e che, appunto, sperava di poter produrre, dopo l’esperienza con i supereroi. Un heist movie, dove il protagonista (un giovane autista di rapine, un genio del volante, vagamente autistico, con un trauma uditivo che placa ascoltando continuamente musica) si muove nel mondo accompagnato da una colonna sonora continua e variegata di canzoni che sembrano uscite dalla playlist di uno ubriaco che fa zapping su Virgin Radio.

Questo ha due difetti: il primo è che la colonna sonora è capace di passare da momenti in cui pensi “uh fico questo” a “uh questa non la ascoltavo da una vita” a “oddio, quando finisce questa insopportabile rottura di palle?”.

Il secondo, a livello narrativo e, ancora di più registico, è che il film ha dei momenti in cui sfocia, chiaramente nel musical. Nessuno si mette a ballare e a cantare, però gli effetti sonori della “realtà” combaciano con il ritmo delle canzoni (ne potrete trovare un ottimo esempio in questo trailer qui).
“E questo è un bene o un male?”, mi chiedete voi, piccoli lettori.
Grazie per la domanda.

“Scusa, hai detto Al Bano?”

Le scene di azione di Baby Driver sono dirette molto bene. Aggiungo: molto meglio di quanto mi aspettassi da Wright, il quale, comunque, già in Hot Fuzz (ma, soprattutto, in La fine del mondo) aveva dato prova di sapere come si fa.
Gli inseguimenti in macchina sono dinamici, veloci e, soprattutto, non annoiano mai. Il duello finale tra due auto sembra una roba di leoni che si scontrano e che, per molti aspetti, mi ha quasi fatto pensare a una scena dell’ultimo Fast & Furious (ma molto meno tamarro).

I personaggi, dal protagonista ai comprimari, sono ben tratteggiati e, pur nel loro essere archetipi, sanno a volte sorprenderti con svolte di carattere che, magari, non avevi messo in conto (Jamie Foxx, che io adoro, dà vita al solito criminale violento e psicopatico, lasciandosi fregare da un John Hamm, dolente ex yuppie, che pur riempendo meno lo schermo si porta via le scene dove stanno insieme). Le svolte narrative non sempre originali, ma narrate con scioltezza, sebbene la parte centrale fatichi un poco, rallentando di colpo e cominciando ad arrancare, prima di riprendersi nel finale adrenalinico.

Cosa non mi ha convinto, quindi?
Nessun film del genere potrebbe essere completo, senza una storia d’amore. E la storia d’amore tra Baby e Debora è, volendo esser carini, melensa. Niente di particolarmente originale neanche qui, né niente di particolarmente orribile, ma è piena di dèja-vu e, come tale, annoia un po’ e, soprattutto, è accompagnata dalla famosa colonna sonora di cui sopra che non aiuta a superare in scioltezza i pezzi scritti peggio del film

Colpevole, vostro onore.

Baby Driver è un film divertente, con qualche parte più farraginosa, ma che vi godrete dall’inizio alla fine, lasciandovi, probabilmente, pure la voglia di vederlo nuovamente. Però, proprio per lo street cred di cui sopra, l’aspettativa era leggermente più alta di quello che poi mi è stato mostrato. Che è stato divertente e con delle scene di inseguimento notevoli e una regia decisamente ispirata, ma che però fatica a raggiungere l’eccellenza a cui Wright ci aveva abituato.
Avercene di film così, sia chiaro. Ma, come si suol dire, ad maiora.

Baby Driver: Il genio della fuga – IMDbWikipedia

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi "Perché sto guardando Step Up 4?". La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po' di importanza ce l'ha, ma sorvoliamo).

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This article was written on 04 Set 2017, and is filled under Scuse per parlare di film.

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