Con Big Eyes in sala, uno sguardo sulla filmografia di Tim Burton


joker-revolver

Tutto comincia con Pee-wee Herman, personaggio per la tv dei ragazzi americani che nel 1985 diventa protagonista del primo lungometraggio di Tim Burton: un Pee-wee’s Big Adventure dai ritmi blandi e lo sguardo lieve, che già lascia scorgere l’anima stralunata del regista. Da subito intercetta gli umori e le finanze del pubblico, e tre anni dopo Beetlejuice (da noi accompagnato all’amabile descrizione Spiritello Porcello) è già un esemplare compiuto di cinema d’intrattenimento dalle peculiari tinte dark, ricco di humour, elementi fantastici e invenzioni visive. Nel film Michael Keaton e Winona Rider, nomi ricorrenti nel cinema di Burton, da subito portato ad affezionarsi a uno staff di fedelissimi.

A un passo dai ’90 — indubbiamente il decennio di Tim Burton — Batman è la prima versione moderna e senza calzamaglia del giustiziere di Gotham, nonché il fenomeno di massa che aprirà la strada ai franchising dei supereroi. Lo stile di Burton costruisce un mondo grottesco, debordante, avvolgente, che pur non avendo grandi velleità filologiche riesce autonomamente a ricreare un’atmosfera da fumetto, dove un uomo mascherato può suscitare sorpresa e contemporaneamente essere preso sul serio. Molti dei contagiati dall’antica batmania non riusciranno mai davvero ad adattarsi al Batman nolaniano, figura seriosissima con la mantellina e le orecchie a punta in un universo alla Michael Mann che tende continuamente a rigettarlo. Cardine del Batman di Burton è Joker, Jack Nicholson nel suo ruolo d’elezione, che porta il villain dadaista a impadronirsi dello schermo, sancendo definitivamente la superiorità dell’antagonista nell’economia del racconto. Tutto è efficacemente iconico: la bionda Basinger, Michael Keaton eroe solitario abbastanza duro da reggere il duello, e una serie di giocattoli meravigliosamente analogici, un baraccone esagerato, cinefilo e denso di scene cult.

Fin qui, tutto bene.

L’anno dopo – il ritmo di produzione è serratissimo – arriva quello che per molti è il film della consacrazione, anzi il film di Burton: Edward Mani di Forbice. Messo da parte Michael Keaton, Tim Burton comincia a dipingere la faccia di Johnny Depp, pratica che nei ventidue anni successivi sentirà spesso il bisogno di replicare. Ho dovuto rivederlo, Edward, perché temevo di aver cristallizzato un ricordo distorto e disfattista, ma anche la revisione non ha fugato la maggior parte dei miei dubbi. Sotto l’aura mitologica, e ancora sotto la satira smaccata, si cela un film profondamente patetico. È indubbio il fascino visivo e in particolar modo scenografico, interessante l’amalgama impossibile fra le tinte zuccherine del borgo anni ’50 e il mondo punk e gotico del protagonista. Ma a voler considerare Edward per quello che è, cioè un film e non un poster nella stanza di una ragazzina, la sceneggiatura di Caroline Thompson è ricorsiva e poco propensa a giustificare i passaggi narrativi, mettendo alla prova anche la struttura accondiscendente della fiaba. Burton parla molto di sé, della sua diversità ed emarginazione, adoperando simboli e metafore molto dirette e diluendole in spunti umoristici autoindulgenti. Sarà più interessante vederlo parlare della sua arte, come accadrà con Ed Wood.

edward

Fra i due compare il secondo episodio dedicato all’eroe mascherato, quel Batman – Il ritorno, l’unico sequel a firma Burton. Pur essendo un buon film non raggiunge il livello del primo, denso d’istinto pionieristico e artigianale. Incentrato sulle figure del Pinguino e di Cat Woman (anche qui Keaton è in secondo piano, mentre Michelle Pfeiffer fornisce il personaggio più interessante dell’episodio), il film è più solido, definisce con sicurezza i meccanismi del giocattolo, e per questi motivi è meno aperto e intrigante.

Nel 1994 Ed Wood è un film a sorpresa nella filmografia di Burton: per originalità e intensità, è il migliore. Ogni impeto grottesco è radicato nel mondo reale, rendendo tutto molto più amaro. Non c’è il patetismo di Edward, ma il sentimento vero nel rievocare, di nuovo attraverso Depp, la vita e le ossessioni di quello che è stato definito il peggiore regista di sempre. Tim Burton parla della nascita del suo immaginario, e lo fa con un film sincero, delicato, che può limitare il linguaggio solitamente debordante, trovando nel racconto del reale il modo più raffinato ed efficace per offrire spunti onirici e per rincorrere i suoi modelli ideali.

ed-wood-depp-landau

Agli antipodi il successivo Mars Attacks! (1996), un film eccessivo, ripetitivo, omaggio sfrenato alla fantascienza anni ’50 che, attorno ad alcuni riusciti spunti visivi, costruisce davvero poco.

Sleepy Hollow torna al fumettone gotico, con la costruzione più dettagliata e coesa dell’universo immaginifico del regista. È, al tempo stesso, il film che con più evidenza mostra grandi capacità nella creazione di personaggi e atmosfere e, d’altra parte, sfilacciamenti nella gestione dell’azione. Una tendenza e un limite che il regista mostra anche in opere, come questa, che richiamano spesso l’azione. Niente poteva lasciar presagire Planet of the Apes, film che Tim Burton sembra gestire in preda alla noia, sentimento trasmesso intatto allo spettatore.

La produzione altalenante porta nel 2003 a Big Fish, l’ultima pellicola davvero riuscita. Affiancato da un inedito Ewan McGregor, Tim Burton mette in scena un viaggio fatto di incontri, avventure, esplorazione, un racconto incentrato sul senso epico che il tempo regala agli avvenimenti e, soprattutto, sull’idea di una narrazione che diventa identità, esclusivamente se chi ascolta è disposto a farne parte. Pur permeato di malinconia, anche grazie a McGregor Big Fish è mediamente più soleggiato delle altre opere burtoniane.

Con La Fabbrica di Cioccolato (2005) nei panni di Willy Wonka s’impone nuovamente l’impiastricciato Depp, per un lavoro pop tutto sommato godibile e più brillante della versione piuttosto sgangherata del 1971, spesso indicata come trasposizione migliore del libro di Roald Dahl più per affezione anagrafica e nei confronti di Gene Wilder, che per altro. Gli anni successivi segnano un progressivo abbandonarsi alle raffigurazioni in computer grafica, che muta radicalmente il cinema di Tim Burton. Molto del suo fascino, infatti, è dovuto alla capacità di portare nel reale figure e tinte di un definito immaginario fantastico, mentre il cinema “numerico” spazza via buona parte del fascino artigianale.

Nell’estetica burtoniana, Sweeney Todd risente molto di questo vuoto digitale, ma è reso interessante dall’essere l’unico film davvero cattivo del regista. Il cinema di Burton ha sempre messo in scena diversi dal cuore d’oro, buttandola spesso sul melodrammatico passando per il finto horror (per molti tratti è l’esatto opposto del cinema di Gilliam). In Sweeney Todd la gente ferita e disturbata si dà alla schietta macelleria, restituendo per una volta alla favola i suoi aspetti più autenticamente e semplicemente malati, e offrendo dei succulenti pasticci di carne come non se ne vedevano dai tempi di Titus.

alice-in-wonderland

Nel 2010 Alice in Wonderland, che sembrava dover essere l’approdo naturale degli istinti di Tim Burton, è un film arreso al green screen, poco riuscito praticamente da ogni punto di vista, eccetto quello degli incassi. L’ennesimo truccatissimo e distratto Johnny Depp è un Cappellaio che di matto ha poco e che conduce lo spettatore in situazioni e ambientazioni desolate e desolanti. L’avventura di Alice è ridotta a una storia classicissima, strutturalista fin nel midollo, fatta di eroe, antagonista, aiutante, oggetto magico, percorso formativo e tutto il resto. La nota più credibile del film è la giovane Mia Wasikowska, azzeccata nella parte della protagonista.

Un ulteriore passo indietro, ad ogni modo, è ancora possibile, e Dark Shadows, partorito quando il boom dei vampiri cominciava a segnare il passo, è un film inesistente e perennemente fuori bersaglio, invischiato in pennellate di nero sempre più sintetico e innocuo.

Nonostante tutto questo, ci sono buone vibrazioni che avvolgono l’attuale Big Eyes, film dal cast rinnovato rispetto alle abitudini, con al centro Amy Adams e Christoph Waltz, dedicato, come Ed Wood, alla particolarità di una storia reale. Il trailer è di quelli che raccontano proprio tutto.

Tim Burton – IMDbWikipedia

Giuseppe Marino
preferisco i film dove le cose non succedono.

3 Comments

  1. […] CON BIG EYES IN SALA, UNO SGUARDO SULLA FILMOGRAFIA DI TIM BURTON […]

  2. […] aperto col titolo a cui più tenevo, vado oltre. Big Eyes (Tim Burton 2014), l’ultimo di Tim Burton, qualcuno lo ricorda ancora? Sinceramente speravo in un riscatto, un colpo di reni, speravo che, […]

  3. […] Pubblicato su Gli 88 Folli […]

Lascia un commento

Information

This article was written on 10 Dic 2014, and is filled under Amarcord, Binge-watching, Le storie del cine.

Current post is tagged

, , , , , , , , , ,