Big Eyes: il Re è morto, lunga vita al Re


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So che morite dalla voglia di saperlo. Non stiamo troppo a girarci intorno, allora. L’ultimo film di Tim Burton non è questo grande film di Tim Burton. Si esce dalla sala non annoiati ma nemmeno emozionati e, quei pochi che prima di pagare il biglietto si aspettavano ancora di vedere un film di Tim Burton, dopo i primi dieci minuti di proiezione si sono dovuti ricredere.

Big Eyes è uno di quei film su cui si può dire tutto e il contrario di tutto. “Grande successo di critica!”; nel senso che se i critici ci si volessero cimentare davvero, sarebbe una bella bestia con cui avere a che fare e da stroncare, o da salvare, a secondo dell’impegno che ci si vorrebbe mettere nel trovare una via di fuga dignitosa per una narrazione che scivola via senza sobbalzo alcuno e una regia (volutamente?) ammiccante al genere wesandersoniano (che poi, magari è Wes Anderson a dover pagare dazio a Burton e non il contrario).

Poi, si diceva, “Scarso successo di pubblico!”, come attesta la freddezza delle cifre del botteghino USA, che però potrebbe far rallegrare una fetta di appassionati cinefili del genere “commedia stilosa” che troverebbero in Burton un nuovo e inaspettato paladino mentre i goth-darkettoni-neoromantici d’antan, come amanti traditi, potrebbero sputare sulla tomba del loro regista cult evidentemente morto e sepolto.

Ora, in quella che può sembrare una pellicola fatta d’acqua limpida e freschetta, con una inedita fotografia dai toni luminosi e pastello, rassicuranti e, ancora, con attori adornati da costumi per lo più semplici e sgargianti (che salvo come una delle cose migliori del film), le acque, se proprio vogliamo stare a rimestarle, si fanno presto torbide ed è forse questo intorbidimento (e intorpidimento) della realtà che può regalare alla pellicola un ponticello scricchiolante per uscire con classe del retro del teatro e far sospendere il giudizio tra “è una prova di maturità stilistica” e “è una gran cazzata”.

In Big Eyes nulla è palesemente come sembra, e tutto il film è la struttura portante, come fossimo all’entrata di un baraccone di Coney Island, di una grande stanza degli specchi, che mette in scena una continua rappresentazione della mimèsi, un gioco dove la danza tra l’apparire e il nascondersi, il continuo caracollare della verità nella menzogna e viceversa, ci vorrebbe suggerire che c’è di più dietro le immagini proiettate sullo schermo ma anche dietro tutte le altre immagini, siano esse considerate arte o meno. Succede così che Margaret Keane (Amy Adams che si è portata a casa un Golden Globe ndr) scopre finalmente che anche solo una arraffazzonata pennellata su un quadro mediocre è in grado di celare la grandiosa grettezza dell’intero genere umano.

La storia forse la sapete: una casalinga di provincia appassionata di pittura è in fuga con la figlia da un matrimonio andato male. Senza un uomo al suo fianco, cosa davvero strana nell’America fallocentrica (ho scritto davvero fallocentrica?) della seconda metà dei ‘50, si trasferisce a San Francisco per cercare un lavoro e una nuova vita. Qui Margaret incontra il suo futuro nuovo marito Walter Keane (Christoph Waltz), anch’egli un wannabe artista.  Walter diventerà a breve il borioso firmatario, volto stupido, sorridente e insolente che si cela dietro i quadri che la sottomessa, grata e dubbiosa donna produrrà per lui per più di un decennio, in segreto, assurgendo velocemente e inaspettatamente, grazie alle ingegnose strategie di comunicazione di Walter, all’olimpo delle glorie commerciali ancor prima che Andy Warhol inventasse il pop e i quindici minuti.

È in questo continuo rimando di opposizioni che si gioca tutto quello che c’è di buono nel film. L’interpretazioni istrionica e spesso troppo sopra le righe di Waltz fa da controcanto a una Adams intensa e volutamente low-profile. I cieli inspiegabilmente chiari e azzurri di San Francisco, i prati verdi, le acque limpide di una piscina che riverbera i suoi colori all’interno della villa dove ormai l’affermata coppia di falsari e bugiardi conduce una vita agiata ma apertamente conflittuale, è l’archetipo architettonico della menzogna più cupa e disarmante, il cavalletto che supporta la grossa e pesante tela del ritratto di un Dorian Gray gonfio, deformato, imbruttito dallo champagne di mille vernissage e, contemporaneamente, legno che ospita l’angosciante, vorace, ingrata tarma che di questa fama si nutre per ridurre l’artista e il suo lavoro in inutile segatura.

È la sottigliezza del racconto grottesco e surreale (pop-surrealista!) che il regista fa di questa condizione dei due protagonisti e il suo contemporaneo sparire dietro il quadro della storia narrata che mi fa necessariamente pensare che oltre la siepe non ci sia solo il buio; che sia stata una scelta consapevole ma non per questo riuscita e che sarà possibile continuare ad amare Burton anche dopo questo film.

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Concludo con una menzione speciale alla bellissima e brava Krysten Ritten che interpreta il ruolo dell’amica mondana ma furba di Margaret, e che fa la sua entrata in scena in un abito goticissimo completamente nero, mentre intorno assistiamo a un mezzogiorno di fuoco californiano.

Per tutto il film, la Ritten sarà l’unica a indossare prevalentemente abiti dai toni cupi, in perfetto stile burtoniano, come a volerci dire: “Ehi, sono io, il vostro Tim, sono qui, sono ancora vivo, non preoccupatevi, vi guardo da lontano ma ci sono. Non vi affannate troppo, tanto, di questo film, se ci fosse qualcosa da capire, non la capirete mai.”

Big Eyes – IMDbWikipedia

Vincenzo Prencipe
Braccia rubate alla terra del sud, fine intelletto sottratto alla mala, vive stoicamente in quel di Milano dove fa cose di computer e di correre. Il sabato pomeriggio va al cinema perché alle diciotto gli viene la signora delle pulizie e poi ci tiene a lasciarle lunghe lettere dove fa critica salace del film che ha visto. Ma lei non capisce un tubo perché è filippina. O perché proprio non si capisce un tubo.

2 Comments

  1. Giuseppe Marino
    gennaio 18, 2015
    Giuseppe Marino

    Deludente oltre ogni aspettativa. Se sotto c’è qualcosa di molto complesso, l’ha nascosto davvero bene.

  2. […] tutto questo, ci sono buone vibrazioni che avvolgono l’attuale Big Eyes, film dal cast rinnovato rispetto alle abitudini, con al centro Amy Adams e Christoph Waltz, […]

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This article was written on 15 Gen 2015, and is filled under Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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