Big Game: Finlandia, questa sconosciuta


Finlandia.

Paese europeo celebre per aver reso popolari nel mondo il freddo, Kimi Raikkonen e i Leningrad Cowboys, in quest’ordine. Volevo iniziare questa recensione dimostrando le mie conoscenze in fatto di cultura finlandese ma dopo circa una riga di testo ho di fatto esaurito tutti gli argomenti. Non che la Finlandia, soprattutto nel campo che ci interessa ovvero quello cinematografico, abbia mai esportato grandi prodotti nel panorama mondiale filmico. Vero, Aki Kaurismaki è un noto regista finlandese, un plauso alla signorina laggiù in fondo che me l’ha ricordato. Ma se andiamo ad analizzare la sua carriera registica notiamo che il primo film che lo ha reso popolare fuori dalla Finlandia è il lungometraggio sui Leningrad Cowboys, quindi tutto torna. Giusto, è anche la patria di Babbo Natale, la Finlandia. E questa informazione è quella più rilevante di tutto l’intero primo paragrafo.

Tipico paesaggio finlandese durante il periodo invernale.

Tipico paesaggio finlandese durante il periodo invernale.

Jalmari Helander è un regista finlandese. Assieme al fratello diventa celebre per un paio di cortometraggi di buon successo che culmineranno in un film, Rare Exports, che narra le vicende di un piccolo paesino alle prese con la vera forma di Babbo Natale ovvero un demone malvagio che mangia i bambini. Buon esordio, film simpatico, bravi tutti. Passano gli anni e Jalmari, distaccatosi professionalmente dal fratello, tenta di sfondare nel cinema che conta con una co-produzione anglo-tedesco-finlandese, riuscendo a coinvolgere anche un buon numero di attori importanti che però non riescono a salvare la baracca. Cerchiamo di capire perché Big Game, nonostante un trailer spettacolare, si sia rivelato più di una mezza delusione.

La trama. Oskari, figlio di un grande cacciatore, è alle prese con un rito di iniziazione all’età adulta ovvero viene mandato in un bosco dal quale dovrà tornare con una preda per dimostrare di non essere più un bambino. Se non fosse che precipita l’Air Force One e si ritrova a difendere il presidente degli Stati Uniti da un complotto che arriva sin dentro il Pentagono.

"Sala operativa con tazze d'ordinanza" (attori su pellicola, 2015)

“Sala operativa con tazze d’ordinanza” (attori su pellicola, 2015)

Lo sapevate che, secondo Newsweek, la Finlandia è il miglior Paese del mondo? Sicuramente non è il Paese con i migliori sceneggiatori del mondo. Big Game (modo inglese di dire “caccia grossa”) mette in scena una storia piuttosto semplice con dei colpi di scena quasi nulli se non durante l’irrilevante e confuso finale nel quale si prova a dare una motivazione al tentato complotto buttando tutto in vacca. Ma, nonostante ciò, i presupposti per un piccolo gioiello c’erano tutti: considerando la linearità della trama, si sarebbe potuto esagerare, premendo l’acceleratore per evitare di cadere nella banalità come purtroppo invece accade. Gli eventi spettacolari ci sono ma tutte le volte che li si mette in scena sembra si faccia fatica a sfondare prepotentemente la barriera dell’incredibilità. Perché, diciamolo chiaramente, da un film in cui il presidente degli Stati Uniti si fa difendere da un ragazzino di tredici anni con un arco e delle frecce non pretendo e non mi aspetto grande realismo. Tanti scatti, molto fiatone ma pochi risultati esaltanti. C’è da allenarsi ancora.

E lo sapevate che gli immigrati in Finlandia rappresentano solo il 2,5% della popolazione? Perché, a vedere questo film, non sembrerebbe. Anche perché se si vuole tentare il salto della distribuzione internazionale bisogna aprire le porte a tutti senza discriminazione di nessun tipo. Ed è sicuramente per questa motivazione che il cast di Big Game è piuttosto notevole. Oltre a Onni Tommila (il bambino, già presente anche in Rare Exports), Samuel L. Jackson la fa da padrone in un ruolo a metà tra il serio, il gigione e il presidente di White House Down che spara con la mitragliatrice dal finestrino della sua auto. Purtroppo però questa indecisione nell’inseguire una determinata caratterizzazione indebolisce il personaggio di mister Jackson, il quale pare recitare un gradino sopra rispetto il pilota automatico, precisamente alla tacca “Va beh dai, mi sembra un film carino, tanto oggi non avevo impegni”. Il resto del cast è perfetto; non occupa spazio e sono tutti piuttosto ben bilanciati. Insomma, Ray Stevenson, Victor Garber, Ted Levine e Felicity Huffman se la cavano e portano la pagnotta a casa.

"Fury, Nick? Sbagliato numero, spiacente"

“Fury, Nick? Sbagliato numero, spiacente”

E che la Finlandia ha una densità di circa 16 abitanti per km quadrato, lo sapevate? Perché in Finlandia si starà larghi ma il direttore della strategia di marketing del film ha deciso di comprimere l’intero film nel trailer. Un trailer in cui sono presenti tutte, dico tutte, le sequenze più spettacolari. E quindi se durante il trailer si sta stretti, durante la visione di Big Game si ha un po’ la sensazione di stare un po’ larghi, nonostante la breve durata (un’ora e un quarto titoli di testa e di coda esclusi). Pochi avvenimenti, quelli degni di nota più o meno già completamente visti e con una serie di sequenze pseudo-riempitive tra una scena spettacolare e l’altra a causa di una trama non così intricata. Un film che sa di già visto grazie a se stesso.

Perciò nonostante l’ottimo esordio, Jalmari Helander consegna al pubblico un film, sì, carino, sì, simpatico ma destinato a cadere presto in un dimenticatoio dal quale si potrebbero salvare alcune immagini provenienti più da clip promozionali che dal contesto filmico in sé. Qualche inquadratura notevole non sollevano un prodotto che poteva essere amore ed invece è un calesse.

Big Game – IMDb – Wikipedia

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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This article was written on 20 Ott 2016, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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