Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)


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Ogni volta che penso a Massimo Di Cataldo e ai cantautori da Cioè degli anni ‘90, mi viene in mente un aneddoto raccontatomi da una conoscenza di Firenze. Un pomeriggio incontrò Marco Masini a passeggio e chiese all’amico di Marco Masini di scattarle una foto insieme al proprio idolo.

Solo dopo aver ringraziato e salutato si rese conto che a scattare la foto era stato Paolo Vallesi che, molto elegantemente, non le aveva fatto notare la grave irriverenza. Guardando Birdman, ho pensato che anche Alejandro Iñárritu evidentemente conoscesse Paolo Vallesi.

Nel film, a coda di una delle numerose conversazioni su cosa vuol dire popolarità – ovvero la cuginetta maiala del prestigio per i lettori più impazienti – il personaggio di Edward Norton informa dall’alto dei propri successi teatrali un Michael Keaton nel ruolo della vecchia star convertitasi in dolente erudito che, insomma, nessuno si ricorda di lui.

Due secondi dopo una famiglia di turisti chiede a Edward Norton se può gentilmente scattare loro una foto in compagnia di Michael Keaton – “Era tipo Batman”, spiega la madre al figlioletto –, meglio due, per essere sicuri.

Se la grandezza di un film sta nella molteplicità dei livelli di lettura, Birdman è un capolavoro. La storia di un attore con manifesti disturbi psichiatrici, che vent’anni prima interpretava l’Uomo Uccello sul grande schermo e che oggi cerca il successo di pubblico e di critica a Broadway con l’adattamento teatrale di un racconto di Raymond Carver, è solo un espediente per parlare di cinema con chi di cinema non si stanca mai di parlare; con la critica ormai assuefatta di metateatralità che pretende sempre meno dai blockbuster e sempre più dal circolo dei festival; con la marea di tuittatori incapaci di cogliere le citazioni ma impazienti di condividere le proprie opinioni; con il cast, rubato ai film di supereroi per parlare di quanto è difficile fare un’opera indipendente che sia credibile e di successo allo stesso tempo.

Iñárritu prende quindi il Bruce Wayne di Tim Burton, il secondo Hulk della storia recente e la prima fidanzatina di Spider Man, li fa discutere sull’opportunità di scritturare Jeremy Renner, purtroppo impegnato con gli Avengers, butta in mezzo alla sceneggiatura l’Iron Man di Robert Downey Jr. e un aneddoto su George Clooney (pre o post Batman & Robin non è dato saperlo), fa duettare Keaton con il suo alter ego supereroico che sembra emulare la voce di Christian-Cavaliere-Oscuro-Bale, concede un paio di comparsate ad appesantiti artisti di strada in abiti da Uomo Ragno e infine chiede ai critici, dentro e fuori dallo schermo, quanto è lecito odiare quel mondo lì o premiare questo gioco qui. E fa scendere il sipario su Emma Stone che guarda fuori dalla finestra, alla ricerca di una risposta dal cielo con gli stessi occhioni che sbatteva aspettando Spider Man.

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Il film è disseminato di queste esche per studenti di cinema fino quasi a mostrare la corda. Eppure Norton all’inizio del film faceva tutta una piazzata su come non fosse necessario dire le stesse cose quattro volte, ché il pubblico è intelligente. Meglio così, perché solo al quarto tentativo di spiegarci che se non sei trending topic non sei rilevante, ho capito che il regista non stava in effetti parlando di Broadway, che dopotutto nessuno tuitta di teatro e che forse quest’ansia da Twitter è più per Iñárritu che per Carver. Più per Babel che per What We Talk About When We Talk About Love.

Qui si fa l’indie movie o si muore.

Birdman è un esercizio di ego. Per il regista, con i suoi piani sequenza posticci a ubriacare lo spettatore, per i suoi personaggi, da Norton nudo impalato davanti allo specchio per cinque minuti senza motivo a Naomi Watts sempre a disagio e in continuo imbarazzo per sé e per gli altri, mettendo in mostra tutti i gradi di autostima che si possono incrociare a Hollywood.

I tempi del film sono dettati dall’eccellente lavoro musicale di Antonio Sanchez che alterna il jazz improvvisato di una batteria con l’epica della musica classica che meglio si addice ai superpoteri dell’Uomo Uccello. Purtroppo la colonna sonora non sarà candidabile all’Oscar: l’avvicendamento con opere di altri autori ne squalifica l’elemento di originalità.

In tutto questo c’è anche una storia, con colpi di scena e un gran finale, che a suo modo pronostica come il pubblico non si accontenterà della narrazione ed esigerà qualcosa in più. Quando si esauriscono i superpoteri e i livelli di lettura, l’Academy tenderà a premiare l’iperrealismo di Boyhood e non la precisione di Birdman. A meno che, come suggerisce Edward Norton, il popolo di Twitter non farà cambiare idea alla critica che conta.

Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)IMDb –  Wikipedia

Classe 1983, come Amy Winehouse e Risky Business. Fa il consulente di marketing a Los Angeles, dove vive e ha un account Netflix.

One Comment

  1. mauro simoni
    febbraio 12, 2015

    Capolavoro e ottima critica. Complimenti

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