Bei film che non state vedendo: Blackhat


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Io sono dell’idea che, quando esce un nuovo film di Michael Mann, dovremmo tutti avere un giorno libero per poter andare al cinema belli comodi, con calma, senza dover correre per incastrare la visione con gli impegni di tutti i giorni. E invece.

Se non sapete chi è Michael Mann (oltre al fatto che siete chiaramente sul sito sbagliato, Pianeta Donna è due siti più giù), andate sulla sua pagina di Wikipedia e cercate un po’ tutta la sua filmografia e guardatevela, ché vi aspettiamo qui. Fatto? Bene.

Esce il nuovo film di Mann, dicevamo, e Mann è stato lontano dalle sale per un bel pezzo. La sua ultima pellicola è Nemico Pubblico, poi ha prodotto quella serie sulle corse dei cavalli di nome Luck (che hanno chiuso quando, durante le riprese, è morto il quarto cavallo e si sono fatti delle domande) e poi nulla, ha prodotto cose, ha visto gente, ha letto molto.

Quindi arriva Blackhat e siamo tutti contenti come pasque, no? Apparentemente no, perché il film, in America, ha incassato pochissimo ed è andato così male che, per riflesso, in Italia è uscito in pochissime sale e riuscire a beccarlo è abbastanza complicato (per dire, io l’ho trovato miracolosamente in un multisala cittadino, ma probabilmente perché si sono distratti).

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“Cioè mi stai dicendo che sono tutti a guardare 50 sfumature di grigio?”

È così brutto da giustificare il flop? No, assolutamente. Blackhat è un film di hacker e di spionaggio informatico. Di gente che ti si siede davanti e ti dice che “l’hacker ha usato un blackhat per infilarsi nel HAD” e tu stai lì e annuisci con fare saputo perché comunque ti spiegano cosa è l’HAD, ma comunque non puoi dare a vedere che non l’hai capito. È un film di spionaggio vecchio stile, il che significa che si prende i suoi tempi, che non corre, che c’è molto parlato, che si concentra anche sugli uomini che ne fanno parte, lasciando la trama fuori inquadratura per spiegare cosa spinge alcuni di loro a fare ciò che fanno.

È un film che, nel terzo atto, preme di più sull’acceleratore e sulla dose di action, lo fa con classe, lo fa bene, ma stona un po’ con il resto, risultando più marchettaro che realmente sentito, ma è diretto così bene che te lo godi parecchio. È un film piagato da uno dei doppiaggi peggiori mai sentiti, quindi, se vi riesce, guardatelo in originale. È un film che, soprattutto, riporta Michael Mann al cinema e quando comincia e c’è quella inquadratura notturna di città e luci viste dall’alto, tu ti senti tipo tornato a casa e sorridi e pensi “Ciao Michael, dove accidenti ti eri ficcato?”.

Non è un film perfetto, perché, appunto, soffre della lentezza, del technobabble e di un terzo atto che non tiene come dovrebbe. Ma è un film solido e ben costruito e che non annoia e ci sono film di questo genere, anche recenti, di cui non si possono dire le stesse cose (ciao Jack Ryan).

Quindi, se in qualche cinema della vostra città lo danno, recuperatelo. Prendetevi del tempo, godetevi un solido professionista dietro la macchina da presa, ché non so mica quando lo rivedremo, il buon Michael Mann. Intanto c’è Blackhat e Blackhat è stata la sorpresa che non mi aspettavo e che dovreste assolutamente vedere.

Blackhat – WikipediaIMDb

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi “Perché sto guardando Step Up 4?”. La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po’ di importanza ce l’ha, ma sorvoliamo).

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This article was written on 23 Mar 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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