Blade Runner 2049


 

Caro Denis,

lo so, lo so, una recensione sotto forma di lettera aperta e personale non si fa (balle sarà almeno la seconda volta qui dentro, nella casa de Gli 88 Folli – ndr), è un’artifizio ormai consumato da ettolitri di pixel neri che intasano i blog di tutto il mondo. Spero mi perdonerai per la forma che ho voluto dare a questo scritto, Denis, anzi, spero che CI perdonerai, a me e agli altri 87 folli che animano questo sito.
Mai come oggi ho sentito il peso della responsabilità di scrivere qui dentro. Blade Runner. Non so come hai fatto tu Denis nemmeno a cominciare, io quasi non riesco a scrivere una stupida recensione.

Blade Runner.

Quando alla scuola di cinema mi facevano domande tipo Hai mai visto un’inquadratura più egemonica (nelle scuole di cinema si usano spesso aggettivi così) e allo stesso tempo accattivante di quella della sequenza iniziale dell’ormai dimenticato capolavoro del regista polacco di origine caraibica Usain Boltowsky? Io di solito rispondevo Blade Runner. A ben pensarci rispondevo quasi sempre Blade Runner. Blade Runner è il motivo per cui mi interesso di cinema e probabilmente è anche il motivo per cui spesso il cinema non lo capisco. È stato il mio punto d’ingresso, la mia passione numero zero. Ma basta parlare di me, Denis.

Parliamo di te.

Sono andato a vedere (e rivedere) Blade Runner 2049 con un grosso groppo in gola. Non avevo dubbi su quello che tu avevi da offrire, avevo però molti dubbi su quello che il mondo aveva da offrire. Un mondo pazzo nel quale è parso a un certo punto plausibile dare un seguito a quello che un seguito non doveva avere. Hai fatto un buon lavoro, Denis, hai creato qualcosa che a tratti cattura quella magia e a tratti ne crea di nuove. Ma c’è un grosso elefante nella stanza di cui non si può non parlare, quello che per me è il più grosso elefante possibile: Blade Runner.

Sai quando ti piace una canzone, a te Denis l’immaginazione non manca, magari un pezzo punk e vai su YouTube a cercare proprio quel video dove il gruppo canta dal vivo e alla fine sfascia le chitarre, sputa sul pubblico, fa tutto quello che si deve fare dopo un pezzo punk. Poi ti scappa l’occhio tra i video correlati e c’è un video che ha lo stesso titolo ma poi tra parentesi ha scritto (COVER). E ti potresti sbagliare ma è un quartetto d’archi quello che si intravede dall’anteprima, uomini e donne eleganti, pettinati, seduti in una sala settecentesca. E clicchi, non puoi farne a meno, clicchi e nella descrizione c’è scritto che quello è il quartetto d’archi più formidabile del mondo, l’unico che merita davvero l’appellativo di quartetto d’archi, gli altri al confronto sono meri maestranti.

Va bene, la smetto. I paragoni non sono mai azzeccati e forse non andrebbero mai fatti. Hai fatto un bel film che ricorda Blade Runner pieno di momenti copiati da Blade Runner, con personaggi alla Blade Runner e con una colonna sonora che assomiglia molto quella di Blade Runner. Hai fatto una cover di Blade Runner togliendo tutti i chiodi dalle mani, le morti agonizzanti e gli sputi sul pubblico, cioè togliendo tutte le ambiguità che rendevano Blade Runner qualcosa di unico.

Forse poteva semplicemente non chiamarsi ancora Blade Runner, forse un titolo come “La rivolta degl’imperfetti Mec”, “Ma gli androidi sognano toast al formaggio?” o “Questi tuoi occhi” poteva permettere di astrarci quel tanto che basta per trasformare ogni copiatura in citazione e rendere la tua opera immortale. Il gioco non sarebbe valso la candela, lo so. Tutti andranno a vederlo proprio perché si chiama Blade Runner e tutti avranno qualcosa da dire. Col tempo tu passerai ad altri progetti e, chissà, ci regalerai finalmente quel film davvero magico e autenticamente tuo che stiamo tutti aspettando.

Non mi fraintendere, sono contento che il contesto del rapporto uomo-macchina (di cui avevo già detto parlando di Ex-Machina) si sia ulteriormente arricchito, giungendo a un’articolazione dove risuonano echi di Asimov, Her, Battlestar Galactica e, beh, Blade Runner. Sono contento di aver visto che c’è ancora molto da raccontare, e anzi che questo film potrebbe essere una specie di punto di partenza narrativo non per un’insensata franchise ma per chi ha voglia di ripensare ancora una volta a quali siano, intimamente, le differenze tra esseri senzienti umani e non.

Sono anche contento di quello che ho visto, molto, e non condivido le critiche che sento in giro nei confronti di Ryan (Gosling) che mi è sembrato molto convincente. Non mi sono piaciuti né Jared (Leto), il ruolo dello strano che dice cose strane non è facile da scrivere e mi sembra che già sulla carta il suo personaggio non potesse funzionare, né Sylvia (Hoeks) nel ruolo dell’obbligatoria supercattiva tutta broncetto e digrignar di denti. Straordinaria invece Carla (Juri) nel ruolo di Miss Stelline, bella scelta, sembra quasi che per quel ruolo così strambo e particolare tu abbia fatto lo sforzo di scegliere un’attrice speciale, bravo.

Insomma Denis, hai girato una grande opera, con momenti di spietata e visionaria bellezza difficili da cancellare e una storia articolata che mi ha convinto fino in fondo. Hai raccolto un’eredità impossibile e alla fine ne esci a testa alta, e per questo meriti tutto il nostro rispetto. C’è un intero pubblico che di Blade Runner sa poco e nulla che uscirà in estasi, e sono molto invidioso di loro. Che però alla fine Blade Runner 2049 sia un bel film no, non lo posso concedere.

E di Harrison che mi dici? Farai un film sul figlio di Indiana Jones?

Blade Runner 2049 – IMDbWikipedia

Scrive romanzi e racconti. Da sempre appassionato di fantascienza e da quasi sempre di cinema e teatro, scrive di notte nel silenzio della campagna inglese o tormentato dal vento del Mare del Nord.

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