Cannibale addio (intorno al cannibal movie)


Il cannibalismo è un fenomeno di grande importanza in tutte le culture e in tutte le epoche storiche. Qualche popolo – si dice – lo ha effettivamente praticato, di sicuro moltissimi lo hanno temuto e reso protagonista delle loro mitologie e delle loro rappresentazioni dell’altro, con l’Occidente che non fa certo eccezione in questo senso. Così l’immagine del cannibale è sempre stata usata per opporre la civiltà (noi) alla barbarie più assoluta, all’abiezione ultima che consiste nel cibarsi dei propri simili. Pochi, fin dall’antichità, hanno invece provato a sviluppare un discorso critico della propria cultura in cui l’antropofagia come tanti altri fenomeni è vista piuttosto come normale usanza all’interno di una diversa civiltà, che ci fa orrore e consideriamo “primitiva” semplicemente in quanto estranei a quell’orizzonte culturale.

Anche il discorso antropologico, una volta costituitosi come disciplina scientifica, ha spesso oscillato fra visioni alternative e talvolta contraddittorie del cannibalismo: stadio evolutivo del genere umano (quindi caratteristico delle popolazioni più primitive), fenomeno di natura essenzialmente alimentare (si mangiano gli altri perché sono una buona fonte di proteine), oppure rito sacrificale dai molteplici e profondi significati simbolici (annientamento del nemico, oppure assimilazione delle sue qualità, eccetera). Con qualcuno che arriva a mettere in dubbio la stessa esistenza del fenomeno, di certo ingrandito ed esagerato dalle osservazioni – parziali e interessate – dei primi esploratori e conquistatori.

Per quanto riguarda il cinema i cannibali sono, a dire il vero, poco presenti.  Fanno solo qualche sporadica e non cruenta apparizione nei cartoni animati, dove vengono rappresentati come i classici selvaggi con l’anello al naso che mettono gli esploratori a bollire nel pentolone, o nel cinema esotico-avventuroso, come nei film su Tarzan tratti dalla saga letteraria di Edgar Rice Burroughs. Si tratta di avventure ambientate in un’Africa abitata da popolazioni ostili e, loro contraltare, animali feroci in perenne lotta fra di loro, ma dove è anche possibile, in questa natura selvaggia, trovare la propria gratificazione erotica (sono tutti temi che torneranno).

Cannibal Capers (1930)

Questo fino al periodo fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta del secolo scorso, quando i cannibali improvvisamente diventano protagonisti dell’industria cinematografica italiana, che in un breve arco di tempo realizza una serie di film uniti dal tema antropofagico. Quel che vogliamo tentare, qui, è un’analisi di questo filone mettendolo in relazione col discorso antropologico. Che tipo di rappresentazione offrono, queste opere, del fenomeno del cannibalismo? In che modo parlano dei cannibali e più in generale dei selvaggi? In che modo si evolve questa rappresentazione all’interno del genere, se si evolve? Mentre è stato spesso notato come questi film sviluppino un generico discorso di critica alla civiltà occidentale, cercheremo di mostrare che almeno in alcune opere vi è un dialogo col sapere antropologico contemporaneo tutt’altro che banale.

 

Gli inizi: il paese del sesso selvaggio

È curioso che uno dei filoni del cinema italiano di genere più famosi e controversi consista, in fondo, in nient’altro che un pugno di opere, almeno se ci limitiamo agli esemplari “puri” e non prendiamo in esame le varie contaminazioni, ad esempio col genere zombi-horror. Nonostante tale limitatezza quantitativa questo gruppo di film può essere certamente considerato un genere a parte per una serie di caratteristiche molto coerenti che li accomuna, e che li rende qualcosa di profondamente originale rispetto a tutto quanto si era visto in precedenza e che si sarebbe visto in seguito.

Proprio per tale originalità del resto è interessante cercarne i precedenti; pochi, come abbiamo visto, ma possiamo sicuramente individuare il diretto padre del cannibalesco nel mondo movie, cioè il documentaristico morboso, unitosi al genere avventuroso di cui dicevamo prima. Nel mondo movie, inaugurato da Jacopetti e Prosperi con Mondo cane (1962), lo spettatore è invitato ad assistere a scene spesso raccapriccianti che dovrebbero documentare le più bizzarre usanze e i più strani accadimenti nei luoghi remoti (e non) del pianeta. Alcune caratteristiche che ritroveremo nel cannibalesco sono le scene di crudeltà nei confronti degli animali (di solito autentiche) e una certa curiosità nei confronti delle frontiere del sesso (ancora prima di Mondo cane un precursore del genere è considerato Europa di notte di Blasetti, ambientato nel mondo dei night club e che fra le altre cose mostrava l’esibizione della transessuale Coccinelle).

Un discorso a parte merita il più controverso dei mondo movies, e cioè quell’Africa addio (1966) che voleva essere una denuncia dei danni provocati dalla decolonizzazione precoce nel continente africano; cioè, e senza ipocrisie, è un’opera apertamente razzista che intende dimostrare come i neri non siano capaci di governarsi da soli. Alcuni momenti contengono documentazione effettivamente preziosa dal punto di vista storico, come gli eccidi di arabi avvenuti durante la rivoluzione in Zanzibar nel 1964, ma il film è ricordato anche per una polemica (con strascichi giudiziari) col periodico L’espresso, che accusò gli autori di essere stati veri e propri “registi” delle atrocità mostrate: la fucilazione di tre ribelli per esempio sarebbe stata ritardata appositamente per permettere all’operatore di cambiare una lente.

“Ogni scena ti guarda dritto negli occhi, e sputa!”

Il primo film che fa parte ufficialmente del filone cannibalesco – e cioè Il paese del sesso selvaggio (1972) di Umberto Lenzi – non era, a ben guardare, un vero cannibal movie, ma per certi versi addirittura il suo opposto, cioè un’avventura romantica ambientata in un paradiso incontaminato. Si trattava di un’imitazione italiana di Un uomo chiamato cavallo, il western dove Richard Harris, fatto prigioniero da una tribù di indiani d’America, finiva con l’apprezzarne la cultura e lo stile di vita e diventare un membro della tribù, passando per riti iniziatici piuttosto dolorosi.

Ne Il paese del sesso selvaggio il protagonista è Ivan Rassimov, che interpreta un fotografo che si nasconde per aver commesso un omicidio involontario. Inoltratosi nella foresta birmana viene fatto prigioniero da un gruppo di indigeni che lo schiavizzano. Dopo aver tentato inutilmente la fuga acquista il rispetto della tribù per aver ucciso un guerriero e viene sottoposto ad alcune prove iniziatiche, poi si innamora di una bella indigena e gran parte del film consiste in scene pastorali di loro due che corrono nudi e spensierati nella foresta. Poi c’è il dramma, perché lei si ammala durante la gravidanza, perde la vista, e muore subito dopo il parto, ma lui decide di rimanere nel villaggio.

Rituali di corteggiamento in Birmania

A dirla tutta, è un film piuttosto noioso, dove il fatto che l’attrice Me Me Lai mostri con generosità le sue grazie è purtroppo diminuito dal sorriso ebete e ammazza-sesso che esibisce in continuazione. Il soggetto è firmato da Emmanuelle Arsan, pseudonimo della scrittrice thailandese Marayat Krasaesin che incidentalmente aveva inventato il personaggio di Emmanuelle protagonista di alcuni fortunati libri e film erotici. Questo dovrebbe dare ad alcuni riti presentati nel film un tocco di autenticità, ma in realtà è difficile credere all’accuratezza antropologica di certe scene, come quella in cui Me Me Lai sceglie il suo futuro marito: bendata, viene palpata al seno e al ventre da tutti gli scapoli del villaggio; il gentile Rassimov si guadagna il suo affetto rinunciando a pastrugnarle le tette ma accarezzandola e prendendola delicatamente per mano.

Più che dalle parti cannibali, insomma, siamo da quelle del buon selvaggio. Il motivo per cui parliamo di questo film, se qualcuno avesse cominciato a chiederselo, è una singola scena, dove finalmente viene introdotto il tema cannibalesco e che dovette essere certamente un pugno allo stomaco per gli spettatori di allora: quella dove una ragazza indigena viene stuprata e divorata da un altro gruppo di selvaggi, ma questi davvero brutti e cattivi. Si trattava di un picco di gore non consueto per l’epoca, e che si aggiungeva alle altre scene di violenza sugli animali. Queste, derivate dal mondo movie e dal taglio più che altro documentaristico, avrebbero dovuto mostrare le abitudini alimentari degli indigeni, ma la scena in cui a una scimmietta viene aperto il cranio per succhiarne il cervello dovette fare una certa sensazione. Un’altra reminiscenza del sapere antropologico è nel nome della terribile tribù di cannibali che circonda il villaggio e talvolta ne mette in pericolo l’esistenza: essi vengono chiamati Kuru, come il nome della malattia che era stata osservata in Nuova Guinea e che si pensa si diffondesse proprio tramite la pratica di mangiare le carni dei parenti defunti.

“Cazzo guardi?”

Dal punto di vista ideologico vi è una certa ambiguità non risolta: com’è l’uomo selvaggio, allo stato di natura? buono o cattivo? ma la scelta finale di Ivan Rassimov segna comunque il rifiuto della civiltà, vista come corrotta e decadente rispetto alle nobili (seppure non proprio pacifiche) abitudini degli indigeni.

 

Deodato e l’ultimo mondo cannibale

Il grande successo de Il paese del sesso selvaggio (soprattutto in Germania, dove venne distribuito col titolo Mondo Cannibale) chiamava un bis, che arrivò però con qualche anno di ritardo. A quanto pare i produttori non riuscirono a mettersi d’accordo con Umberto Lenzi sul compenso, e alla fine decisero di affidare il film a Ruggero Deodato. In Ultimo mondo cannibale (1977) tornano gli attori del film precedente Ivan Rassimov (ma in un ruolo secondario) e Me Me Lai. La sceneggiatura di Gianfranco Clerici ha molti aspetti in comune con Il paese del sesso selvaggio: il protagonista (Massimo Foschi) è un ricercatore petrolifero che persosi nella giungla di Mindanao viene catturato da una tribù di selvaggi, viene seviziato e umiliato, ha un coinvolgimento erotico con un’indigena, fuggono insieme ma vengono inseguiti da un’altra tribù di cannibali, lei muore ma lui (stavolta) riesce a scappare. Persino alcuni dettagli vengono copiati: ne Il paese del sesso selvaggio Ivan Rassimov, catturato mentre indossa la tuta da sub, viene scambiato per una sorta di uomo-pesce; in Ultimo mondo cannibale invece Massimo Foschi, arrivato in aereo, viene scambiato per una specie di uccello.

Eppure la regia di Deodato trasforma il film in qualcosa di radicalmente diverso, il vero e autentico cannibal movie. Le atmosfere, qui, non potrebbero essere più cupe: non c’è nessuna redenzione, nessuna speranza, non esiste una separazione fra indigeni buoni e cattivi, o fra gli indigeni stessi e l’uomo civile, non c’è neanche a ben vedere nessun giudizio morale, ma una rassegnata constatazione della violenza come caratteristica universale. Inoltre Deodato ha un vero talento visionario capace di rendere ogni scena qualcosa di sensazionale. Quando Foschi viene catturato è trascinato in una specie di profonda caverna dove assiste ai vari riti degli indigeni: siamo agli antipodi rispetto alle atmosfere solari de Il paese del sesso selvaggio. Oltre alle consuete scene di uccisioni di animali assiste quindi ad alcuni accoppiamenti selvaggi, poi all’esecuzione di un altro prigioniero che viene mangiucchiato dalle formiche. Lui stesso viene legato a una roccia e denudato, mentre alcune donne si divertono a stuzzicargli il pisello. In seguito dei bambini per scherno gli pisciano in testa.

Altri rituali di corteggiamento

Il rapporto romantico con Me Me Lai (stavolta molto più sensuale) inizia come una specie di parodia del film precedente: lui le chiede del cibo ma lei invece si mette a masturbarlo senza alcun motivo. Comunque a un certo punto Foschi riesce a liberarsi e decide di prenderla con sé, legata a una corda, perché gli faccia da guida. In un altro episodio scioccante Me Me Lai tenta di fuggire ma viene riacciuffata da Foschi che, preso da un raptus improvviso, la violenta prendendola da dietro. Ci si può vedere del sessismo, specialmente per il fatto che a questo punto lei è come “domata” e inizia a nutrirlo amorevolmente aiutandolo a sopravvivere, però l’episodio intende mostrare più che altro la caduta allo stato di barbarie dello stesso uomo civile, non meno violento dei selvaggi da cui tenta di fuggire.

Riunitisi con Rassimov, che in precedenza era stato dato per disperso, i tre tentano di raggiungere l’aereo ma vengono attaccati dai cannibali che riescono ad acciuffare Me Me Lai. La scena dello squartamento di costei, grazie anche agli ottimi effetti speciali, è un altro momento forte. A un certo punto Foschi ha uno scontro con i cannibali, ne uccide uno, e gli addenta il fegato per intimorire gli altri, cosa che riesce nel suo scopo e gli permette infine di prendere l’aereo e salvarsi. Se mi si permette una piccola annotazione personale, io vidi questo film quando andavo ancora alle elementari (o forse erano le medie) perché passava nel pomeriggio in una emittente locale, cose che all’epoca potevano accadere; credo sia impossibile descrivere l’impressione che mi fece (genitori, non lasciate i bambini da soli davanti alla tv, altrimenti diventano come me).

C’è un piccolo giallo, a proposito di questo film. Infatti Ruggero Deodato sostiene, in molteplici interviste, di aver tratto ispirazione da una copia del National Geographic che aveva con sé (fra l’altro le riprese vennero effettuate, in difficili condizioni, nella giungla malese) e che descriveva appunto gli “ultimi cannibali” che vivevano a Mindanao, la seconda isola dell’arcipelago delle Filippine. Ho provato a cercare questa rivista, per capire cosa potesse aver letto Deodato, ma non mi risultavano numeri dedicati ai cannibali delle Filippine in quegli anni. A risolvere il mistero per me (e confermare alcuni sospetti) è stato un video-artista tedesco di nome Clemens von Wedemeyer che incontrò Deodato nel 2008 per preparare una sua installazione a Londra, e gli fece dono di quel numero del National Geographic (il regista aveva da tempo perso la sua). Per la cronaca, il ragazzino che vediamo arrampicarsi su un albero in copertina è una sorta di celebrità, si chiama Lobo, appartiene al gruppo dei Tasaday, ed è tutto fuorché cannibale. Qui mi è necessaria una digressione, che spero verrà perdonata.

Lobo dei Tasaday

Nel 1971 nell’isola di Mindanao viene avvistato per la prima volta un gruppo di persone (una ventina in tutto) che parla una lingua finora sconosciuta. Il fatto che vivano nelle caverne, siano nudi, e privi dì qualsiasi conoscenza tecnologica, fa ritenere che siano gli ultimi discendenti degli uomini delle caverne della preistoria, e non abbiano mai avuto prima nessun tipo di contatto con la civiltà. È questo a suscitare l’interesse dei media, e che li fa diventare popolarissimi, visitati da personaggi famosi come Charles Lindbergh e Gina Lollobrigida. Questo fino a quando il presidente Marcos non decide di proibire l’accesso alla zona a tutti, antropologi e giornalisti compresi, allo scopo di proteggere la fragile comunità.

Quello che non torna, rispetto all’aneddoto di Deodato, è che non solo questi uomini primitivi (i Tasaday, che fu anche il nome di un gruppo musicale italiano dei primi anni Ottanta) non sono affatto dei feroci cannibali, ma sono anzi descritti come pacifici, ingenui e sinceri, e persino incapaci di comprendere termini come “guerra”. Sono proprio queste caratteristiche a catturare l’immaginazione popolare e a far loro guadagnare la copertina del National Geographic: essi sono l’incarnazione stessa del buon selvaggio, dimostrano che allo stato di natura l’uomo è fondamentalmente buono, e che quindi è la civiltà a corromperlo. Non sono in grado di dire se si tratta di un’incomprensione linguistica o una falsa reminiscenza ma sembra proprio che Deodato abbia automaticamente interpretato “uomo preistorico” come “cannibale”. In ogni caso è affascinante il modo in cui adatta l’iconografia della rivista alle esigenze del suo pessimismo cosmico (con risultati esteticamente eccezionali).

I veri Tasaday (sopra) e i selvaggi di Deodato (sotto)

In qualche modo la storia gli avrebbe dato (parzialmente) ragione, perché alla metà degli anni Ottanta, mentre il regime del presidente Marcos sta crollando, un gruppo di giornalisti riesce a penetrare nella zona proibita e fa una scoperta sensazionale: i Tasaday sono una truffa, si tratta in realtà di un gruppo di contadini del luogo pagati per vestirsi da selvaggi. Anche questo scoop si rivelerà frutto di propaganda anti-regime, e infatti oggi si ritiene che i Tasaday siano genuini, anche se di certo il loro isolamento non dura dalla preistoria ma al massimo da un paio di secoli, ma è una storia complicata e qui ci dobbiamo fermare. Aggiungiamo solo che l’installazione di Clemens von Wedemayer (al cui interno era presente l’intervista a Deodato) era tutta centrata sulla controversia Tasaday. È quindi curioso che in un’intervista su Vice del 2012 Deodato continui ad affermare con tranquillità “ho fatto Ultimo mondo cannibale perché avevo sotto mano un articolo del National Geographic sui cannibali di Mindanao”.

 

Sesso e cannibalismo: Joe D’Amato e Sergio Martino

Dopo il capolavoro Ultimo mondo cannibale il genere è ormai lanciato, e i prossimi due film dei quali ci occupiamo si limitano a sfruttare il filone senza eccessiva originalità, ma con un buon mestiere. È il caso di Emanuelle e gli ultimi cannibali (1977) che è il primo film a spostare l’ambientazione in Sudamerica. Si tratta, potremmo dire, di un crossover, visto che Emanuelle, interpretata dalla splendida attrice indonesiana Laura Gemser, era la protagonista di una serie di film erotici a loro volta “ispirati” al personaggio creato dalla già nominata Emmanuelle (con due m) Arsan.

La Gemser in questa serie (quasi tutta girata da Aristide Massaccesi alias Joe D’Amato) interpreta il personaggio di una coraggiosa giornalista, che in mezzo alle sue inchieste non manca mai di vivere qualche avventura erotica, essendo d’altronde una donna libera, emancipata e indipendente (un po’ zoccola, per brevità). Qui, dopo aver assistito, in una clinica psichiatrica, alla furia antropofaga di una paziente che ha uno strano tatuaggio sul ventre, decide di recarsi in Amazzonia, sulle tracce di una tribù di cannibali creduta ormai estinta da tempo (i Tupinamba, che è il nome di una vera popolazione cannibale che viveva in Brasile). La accompagnano un antropologo (con cui fa l’amore), e la figlia di un missionario (con cui si scambia effusioni saffiche), ai quali si uniscono poi una coppia di cacciatori, marito e moglie, che in realtà sono in cerca di un aereo caduto pieno di diamanti (lui ha disfunzioni erettili così lei è costretta a soddisfare le sue voglie col portatore nero, sotto gli occhi del marito).

Laura Gemser e Monica Zanchi

Insomma a un certo punto arrivano i cannibali a interrompere questa serie di amplessi e introdurre un po’ di violenza: il cacciatore viene tagliato in due metà da una corda stretta intorno alla vita, sua moglie viene sventrata e mangiata. I cannibali riescono a catturare anche la figlia del missionario, che viene stuprata a turno da tutta la tribù e verrebbe uccisa anche lei se non venisse salvata da un geniale stratagemma di Emmanuelle. Costei infatti decide di sfruttare la somiglianza fra lei e i cannibali (indios del Sudamerica, indonesiani, gira e rigira sempre negri sono) ed emergendo interamente nuda fra le acque si fa passare per la divinità venuta a prendere la vittima sacrificale.

Grazie alla trama secondaria dei due cacciatori in cerca di diamanti emerge un tema che era rimasto in sordina in Ultimo mondo cannibale (dove il protagonista era un ricercatore petrolifero), cioè l’avidità dell’uomo bianco, venuto a disturbare questi luoghi remoti per la sua sete di ricchezza. Emmanuelle prima dei titoli di coda ci fa pure un pistolotto moralista non troppo coerente sul prezzo in vite umane che il suo reportage è costato. “Non è colpa nostra”, replica l’antropologo, “è il prezzo della civiltà”. Si tratta, comunque, di un godibile filmetto (anche grazie, ovviamente, al fondamentale contributo della Gemser).

Sulla stessa falsariga si muove La montagna del dio cannibale (1978) di Sergio Martino che però è davvero un ottimo film di avventura, con un buon crescendo di azione e violenza che può ricordare per certe atmosfere Indiana Jones e il tempio maledetto. Ursula Andress (splendida quarantenne) interpreta una donna che va in Nuova Guinea insieme al fratello alla ricerca del marito scomparso. Anche in questo caso vari personaggi si uniscono alla ricerca: un professore di antropologia (Stacy Keach) e poi un avventuriero di nome Manolo.

Scopriremo via via che tutti hanno motivazioni nascoste per partecipare alla missione. La vera ragione per cui la Andress e il fratello vogliono recarsi in Nuova Guinea è un giacimento di uranio (riecco il motivo dell’avidità); Stacy Keach vuole tornare presso la tribù di cannibali dai quali era stato fatto prigioniero in passato per vendicarsi su di loro; Manolo invece si è unito al gruppo perché sedotto dalla Andress. È un’opera piuttosto convenzionale per buona parte del tempo, dicevamo, dove i picchi di interesse sono rappresentati dalle “solite” scene di violenza sugli animali (come una povera scimmietta stritolata da un serpente) e da un attacco di coccodrilli. Poi c’è il finale esplosivo.

Il gruppo, come sempre, viene catturato dai cannibali, tra i quali uno nano particolarmente stronzo. Vengono portati in una caverna che ricorda quella di Ultimo mondo cannibale, dove il fratello della Andress viene ucciso. Lei viene spogliata, costretta a nutrirsi delle carni del fratello, poi interamente spalmata di un liquido rossastro (liquami cadaverici?) mentre Manolo viene torturato. Si consuma un pasto a base di rettili e carne umana, poi quando uno dei cannibali prova a violentare la Andress (che è stata scambiata per una sorta di divinità) viene evirato (primo piano sui genitali durante l’evirazione). A tutto questo si aggiunge, nell’edizione integrale, una scena piuttosto esplicita di masturbazione femminile e, ultimo geniale tocco di assurdo, una scena di sesso simulato con un enorme maiale.

Questo sì che è sesso selvaggio!

Alla fine la Andress e Manolo riescono a salvarsi, e c’è la solita morale dove la Andress si pente del suo comportamento sconsiderato. Dal punto di vista del discorso antropologico il film non ha un grande interesse, essendo i selvaggi qui rappresentati completamente e volutamente fantastici, creature uscite da un incubo surrealista. Diciamo che avrebbe potuto rappresentare il degno epilogo del genere, che sembrava già stanco, se a ravvivarlo non fosse arrivato, ancora una volta Ruggero Deodato.

 

L’olocausto cannibale

La scelta di accostare un termine impegnativo come “olocausto” a un film di cannibali è abbastanza curiosa, forse influenzata dalla mini-serie tv sulla shoah che era stata trasmessa in Italia nel 1979, eppure azzeccata. Cannibal Holocaust (1980) non è un banale film horror, ammesso che questa etichetta possa applicarsi al cannibal movie in generale, ma è il rogo di tutte le vanità del mondo civile e industrializzato, e della società dello spettacolo in particolare. Se in Ultimo mondo cannibale soltanto una sottilissima patina separava l’uomo civile dal selvaggio qui non solo le differenze si annullano, ma i ruoli di vittima e di carnefice si invertono.

Trattandosi di un film piuttosto famoso, e anzi uno dei più controversi della storia del cinema, non vale la pena di dilungarsi sulla trama: basti dire che racconta le “imprese” di quattro giornalisti che vanno in Amazzonia per girare un reportage sugli ultimi cannibali. Gran parte del film consiste proprio nel materiale da loro girato, ritrovato fortuitamente dopo la loro scomparsa. Si tratta peraltro di un primo esempio di found footage fittizio, che sarebbe diventato un genere a parte una ventina di anni dopo grazie a The Blair Witch Project. Per dare più realismo al tutto Deodato decise di usare una pellicola 16 mm appositamente graffiata.

Si tratta di scene di violenza estrema, che contribuiscono alla fama maledetta dell’opera: amputazioni, stupri, impalamenti, e ovviamente pasti cannibalici, anche se forse le scene più difficili da tollerare, anche perché vere, riguardano le violenze sugli animali (se volete sapere come sono fatte le viscere di una tartaruga è il film che fa per voi). Animali che, ci pare giusto precisare, sarebbero poi stati consumati sul set. La caratteristica davvero originale nel film, comunque, è quella per cui i presunti selvaggi si scoprono essere le vittime delle violenze, tutte in realtà perpetrate o almeno causate dai giornalisti allo scopo di filmarle e vendere le immagini come documentario sulle crudeli usanze dei cannibali.

Un pasto a base di tartaruga

Il cannibal, nato come costola del mondo movie, si ribella ai suoi padri e osa metterli in discussione. C’è una scena davvero geniale, quella in cui uno dei personaggi ride di gusto di fronte al cadavere di una donna impalata, ma quando una voce fuori campo lo avverte che la cinepresa è accesa torna serio e dice con voce impostata: “Oh mio Dio, è orribile, non riusciamo a comprendere i motivi di tanta crudeltà, dev’essere un qualche rito sessuale” (noi spettatori sospettiamo che la donna, precedentemente stuprata dai giornalisti, sia stata punita per adulterio). Il riferimento ai documentari stile Africa addio non potrebbe essere più evidente, nonostante un’ulteriore ambiguità, dovuta al fatto che anche Cannibal Holocaust cerca di farsi passare come un documentario in cui tutto accade veramente; cosa che procurò qualche guaio giudiziario a Deodato che fu costretto a dimostrare che gli attori, fra i quali un giovane Luca Barbareschi, erano ancora vivi.

La famosa ragazza impalata

Nel finale catartico i giornalisti infatti vengono uccisi e fatti a pezzi uno a uno dagli indios inferociti nel mentre l’operatore, prima di cadere anche lui, continua a girare. Nella storia che fa da cornice alle riprese i dirigenti dell’emittente televisiva che possiede il materiale, inizialmente intenzionati a diffonderlo, capiscono che è troppo compromettente e decidono di distruggerlo. Il professore di antropologia che si era recato sulle tracce dei giornalisti e ha recuperato le pellicole commenta, mentre si affaccia su una strada newyorchese: “mi sto chiedendo chi siano i veri cannibali”.

Manco a farlo apposta, c’è un mistero anche a proposito di quest’opera, e una nuova necessaria digressione. La tribù di cannibali fra i quali si addentrano i reporter è quella degli Yanomamo, che è una popolazione realmente esistente che vive nella foresta amazzonica in un territorio situato fra il Brasile e il Venezuela (gli Shamatari, anche loro nominati, sono un gruppo facente parte della stessa popolazione). Praticano effettivamente l’antropofagia ma solo nella sua variante funeraria, cioè consumano ritualmente le ceneri dei defunti (endocannibalismo), ma non è questo che conta. Il fatto, piuttosto, è che sono tradizionalmente descritti come una popolazione violenta e perennemente dedita alla guerra nei confronti dei villaggi vicini, principalmente grazie all’opera dell’antropologo Napoleon Chagnon, autore del classico Yanomamo. The Fierce People.

Ebbene, nel 2000 un grosso scandalo scoppiato in seno alla comunità antropologica, in occasione dell’uscita del libro Darkness in El Dorado del giornalista Patrick Tierney, rivelò che Chagnon sarebbe stato l’artefice delle violenze fra gli Yanomamo, piuttosto che semplice osservatore. Molte delle accuse in seguito vennero smentite, ma i metodi di Chagnon in precedenza erano già stati criticati da altri suoi colleghi nonché dalle associazioni in supporto degli indigeni, così come era stata criticata la sua rappresentazione della cultura Yanomamo come fondata sulla violenza e il conflitto. Chagnon secondo Tierney avrebbe anche collaborato a dei documentari (The Ax Fight di Timothy Asch) dove le violenze mostrate erano in realtà ricostruite.

Una scena di The Ax Fight, 1975

Non possiamo approfondire la vicenda perché pure questa molto complicata, anche se sembra corretto dire che Chagnon è stato vittima di un attacco personale piuttosto sgradevole nel contesto di una feroce faida fra accademici (e ci potremmo chiedere di nuovo: “chi sono i veri cannibali?”). Ma il mistero da risolvere è: come ha fatto Deodato, nel 1980, ad anticipare i contenuti di uno scandalo che sarebbe scoppiato solo vent’anni dopo? Era venuto a conoscenza di o intuito qualcosa? O è corretta l’ipotesi inversa, e cioè che Patrick Tierney abbia usato il canovaccio di Cannibal Holocaust per attaccare Chagnon? In ogni caso il film si rivela un’opera eccezionalmente profetica e acuta, nel problematizzare la questione dell’autenticità del documentario in generale, e della rappresentazione delle culture estranee in particolare.

 

Ultimo cinema cannibale: Lenzi e Roth

Il 1980 è anche l’anno in cui Umberto Lenzi torna al genere cannibalesco, che lui dichiara di non aver mai amato troppo preferendogli i polizieschi nei quali eccelleva: sospetto che vi sia, in questo giudizio, l’ombra di una certa rivalità con Ruggero Deodato che gli era manifestamente superiore. Mangiati vivi!, comunque, è un film davvero poco interessante e del quale, per questo motivo, parleremo in breve.

Ambientato nella giungla della Nuova Guinea, parla dell’ennesima ricerca del parente scomparso, questa volta la sorella di Janet Agren. I cannibali giocano in questo film un ruolo tutto sommato secondario, visto che la storia è imperniata sulle vicende di una setta religiosa dominata dal suo capo carismatico (Ivan Rassimov, che ritorna ancora una volta insieme a Me Me Lai), dedito alla manipolazione mentale e in qualche caso anche fisica delle sue adepte. L’ispirazione viene da un caso di cronaca che fece sensazione in quegli anni, ovvero il suicidio di massa avvenuto nel 1978 in Guyana ad opera dei discepoli del predicatore Jim Jones.

Girato evidentemente in economia nonostante l’ambientazione esotica, arriva addirittura a recuperare molte scene da film precedenti, come La montagna del dio cannibale, Il paese del sesso selvaggio, e Ultimo mondo cannibale (dal quel viene “rubato” lo squartamento di Me Me Lai). Degna di essere ricordata la scena in cui Janet Agren tutta nuda viene ricoperta da una specie di polvere dorata, che riprende una situazione analoga con protagonista Ursula Andress ne La montagna del dio cannibale, ma sarà anche ispirazione per il film del 1981 Tarzan l’uomo scimmia, dove è Bo Derek ad essere ricoperta di un impasto bianco che la rende simile a un fantasma.

Janet Agren e Ivan Rassimov in Mangiati vivi!

Molto più interessante è il film di Lenzi girato l’anno successivo, Cannibal Ferox, che il regista ha dichiarato, in un’intervista, di aver girato per motivi esclusivamente alimentari (ma del quale firma sia il soggetto che la sceneggiatura). La protagonista interpretata da Lorraine De Selle (attrice che trovo straordinariamente somigliante a Laura Boldrini) questa volta si reca in Amazzonia per un motivo originale: vuole scrivere la sua tesi di dottorato dimostrando che il cannibalismo non è mai esistito. La accompagnano il fratello Paul e un’amica non troppo entusiasta, più interessata al sesso occasionale che agli studi antropologici (Zora Kerowa).

Lorraine De Selle in Cannibal Ferox

Qui c’è un riferimento preciso a un dibattito antropologico del periodo. Il libro Il mito del cannibale, di William Arens, era uscito nel 1979, e quelli che sono i suoi contenuti vengono ripetuti in maniera praticamente letterale dalla De Selle: il cannibalismo non sarebbe altro che un’invenzione dell’uomo bianco, dei conquistatori, per denigrare e meglio sfruttare gli altri popoli. La tesi di Arens è controversa e in genere rifiutata dalla maggior parte degli antropologi, eppure abbiamo visto sopra un esempio abbastanza chiaro di come questa pratica possa venir attribuita a popoli esotici anche senza alcun fondamento reale (cioè Deodato che crede genuinamente che i Tasaday siano cannibali). In una lettura non approfondita quella di Lenzi potrebbe sembrare semplice ironia nei confronti di questa interpretazione politically correct del fenomeno, visto che gli avvenimenti seguenti sbatteranno in faccia alla De Selle la cruda realtà del cannibalismo, però la morale è meno evidente, come si evince da una descrizione della trama più articolata.

Arrivato nella foresta il nostro trio incontra due persone, Mike e John, una delle quali gravemente ferita. I due raccontano di essere stati attaccati dai cannibali, i quali hanno anche torturato un loro compagno, per poi tagliargli i genitali e mangiarseli. Ma scopriremo in seguito che si tratta di una mistificazione, infatti sono stati proprio loro due a terrorizzare un villaggio, poi a torturare un indigeno per farsi rivelare dove sono degli smeraldi. Quando gli indigeni, in una scena successiva, catturano Mike, lo torturano, gli tagliano i genitali, e se li mangiano, non fanno altro che mettere in scena il racconto precedentemente inventato da Mike stesso (il quale è interpretato da Giovanni Lombardo Radice, figlio di Lucio famoso matematico e pedagogista). Forse è questo il motivo per cui nel finale la De Selle, unica sopravvissuta, pubblica la sua tesi dal titolo Cannibalismo, fine di un mito senza cambiare di una virgola le sue conclusioni e senza rivelare la verità su quel che è successo. Si tratta in fondo dello stesso messaggio del film di Deodato, però svolto in maniera originale: i cannibali siamo noi, proprio nel senso che introduciamo fra i selvaggi la pratica dell’antropofagia, come profezia che si autoavvera.

Anche sul piano della violenza mostrata Cannibal Ferox tenta di imitare Cannibal Holocaust, senza raggiungerlo ma arrivandoci abbastanza vicino. Oltre l’evirazione, e senza menzionare gli animali uccisi, le scene forti sono Zora Kerowa infilzata alle mammelle con degli uncini, appesa e lasciata morire dissanguata (una sorta di macabra citazione di Un uomo chiamato cavallo), e quella che è una variazione di una scena de Il paese del sesso selvaggio che aveva per protagonista una scimmietta: Mike (che già in precedenza era stato evirato), viene sistemato sotto un tavolo di legno con un buco nel mezzo, in modo che solo la parte superiore della testa rimane visibile, quindi la sua calotta cranica viene scoperchiata con un colpo di spada lasciando il cervello esposto e pronto per essere consumato.

Il cervello di Giovanni Lombardo Radice

Cannibal Ferox, non è proprio l’ultimo dei cannibal movies, ma è l’ultimo del quale ci occupiamo perché i pochi che seguono non hanno nulla di interessante da aggiungere al genere: menzioniamo appena Schiave bianche – Violenza in Amazzonia (1985), Nudo e selvaggio (1985) e Natura contro (1988) e due film direct-to-video di Bruno Mattei del 2003, Nella terra dei cannibali e Mondo cannibale, dei quali il secondo è un remake di Cannibal Holocaust.

L’unica eccezione è rappresentata dal tentativo di rilanciare il genere compiuto nel 2015 dal regista horror Eli Roth, famoso per la serie Hostel. The Green Inferno è fin dal titolo un omaggio a Cannibal Holocaust (è il titolo della seconda parte del film di Deodato), ma se ne parliamo è solo per denunciare l’immensa distanza culturale che intercorre fra il regista americano e lo spirito dei cannibal movies italiani (a cominciare dal fatto che Deodato non si è mai considerato un regista horror), e che rende The Green Inferno un totale disastro (ma è anche possibile che il film sia stato rovinato in fase di post-produzione nel tentativo di renderlo più commerciale).

La protagonista (Lorenza Izzo) è una studentessa di buona famiglia che comincia a frequentare un gruppo di ambientalisti e viene coinvolta nei loro progetti, nonostante il loro leader si presenti fin dal primo momento come una testa di cazzo. Si lascia comunque convincere a prendere parte a un’azione dimostrativa il cui scopo è quello di fermare il disboscamento di un pezzo di foresta amazzonica e salvare l’habitat di una tribù. La missione ha successo ma subito dopo, quando gli ambientalisti sono sulla strada del ritorno, l’aereo precipita e vengono tutti fatti prigionieri dagli stessi cannibali che hanno salvato.

I selvaggi del film sono spaventosi quanto finti, esseri diabolici dipinti di rosso per la cui violenza non vengono offerte molte giustificazioni (tranne quella per cui gli ambientalisti vengono scambiati per gli odiati disboscatori). In ogni caso cominciano subito, senza alcun tipo di climax, a fare a pezzi un tizio per mangiarselo. Ci sono intermezzi comici in mezzo a tanto orrore, come quello in cui uno dei prigionieri, in gabbia insieme agli altri, ha un violento attacco di cacarella. Oppure quello in cui mentre gli altri discutono sulla loro situazione si accorgono che il loro leader si sta masturbando in tutta tranquillità (“dovreste farlo anche voi, serve a scaricare la tensione”).

The Green Inferno

Per mostrare quanto il motivo dell’antropofagia venga seriamente trattato in chiave antropologica, basti dire che i prigionieri ricorrono all’espediente di riempire di marijuana un cadavere per “addormentare” gli indigeni e tentare la fuga. Il trucco si rivolta contro uno di loro perché, non essendo riuscito a scappare, viene divorato dai selvaggi in preda a un attacco di “fame chimica”. Evidentemente funziona così: se sei un uomo bianco e ti fai una canna ti viene voglia di un piatto di spaghetti, ma se sei un cannibale salti addosso alla prima persona che incontri.

Non può mancare, ovviamente, un qualche elemento di critica sociale, ma stavolta piuttosto posticcio. Si scopre cioè che le associazioni ambientaliste hanno motivi non sempre trasparenti per le loro battaglie: in questo caso viene fuori che il leader degli attivisti è stato pagato da una società di disboscatori rivale di quella che viene fermata. Come in Cannibal Ferox la protagonista sopravvissuta non rivelerà mai la verità e anzi contribuisce a salvare davvero la foresta. Non è stato sufficiente a evitare le critiche da parte dell’associazione in difesa degli indigeni Survival International, per il modo in cui vengono rappresentate le popolazioni dell’Amazzonia (e forse anche il modo in cui vengono rappresentate le associazioni).

Roth si è difeso dicendo che se ci sono interessi economici nella zona chi intende sfruttarli non aspetta certo il suo film per giustificarsi di fronte all’opinione pubblica ma agirà comunque. Chagnon diede la stessa risposta a proposito della sua opera etnografica sugli Yamomamo, e sempre in risposta a Survival International, ma con la differenza che il suo era appunto un lavoro scientifico, e non un puro divertissement. Ci si può chiedere, senza criminalizzare nessuno dei due, quale delle operazioni sia meno innocua.

Amo il cinema perché non potevo permettermi il teatro

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