L’ago nel pagliaio: “Benedetta Follia”


L’amore e la commedia cinematografica vanno a braccetto. E’ inevitabile, fa parte della vita quotidiana di qualunque essere umano presente sul pianeta. Ma è trovare un modo nuovo di cui parlare dell’amore, dopo oltre un secolo di film, che è il difficile. I sentimenti e le emozioni sono sempre le stesse sin dall’alba dei tempi, ma è il cammino verso essi che cambia con il passare degli anni e delle generazioni. E mi dispiace per i romantici, per i Leopardi, per i lucchetti di Moccia, per le notti prima degli esami, ma questi sono anche gli anni di Tinder.

Che cos’è Tinder? Per quelle tre persone che ancora non ne hanno sentito parlare, è una dating app ovvero un’applicazione per cellulari che permette di incontrare persone nella tua zona. Schedati per nome, anno, collocazione geografica e una breve descrizione, gli iscritti compaiono uno alla volta sullo schermo: si scorre verso sinistra se non si è interessati e a destra se sì. Se i “like” sono corrisposti, si potrà iniziare a chattare. Signori e signori, non è un tabù. Mio cugino la usa e dice che funziona. E funziona pure per Carlo Verdone.

La storia è semplice: Guglielmo viene lasciato da sua moglie dopo 25 anni di matrimonio quando lei si scopre attratta da un’altra ragazza. Depresso, l’uomo non riesce a reagire fino all’incontro con Luna che lo stimola ad intraprendere una via non ancora battuta: le dating app. Seguiranno una serie di incontri tragicomici, fino al soddisfacente happy ending grazie a un simpatico ed efficace twist narrativo.

Carlo Verdone, quindi, con una mossa commercialmente ed editorialmente intelligente decide di buttarsi in una commedia degli equivoci in cui al centro c’è una popolare app di appuntamenti, che non si chiama Tinder per questioni di diritti, ma che è Tinder al cento per cento. Viene affiancato da una spumeggiante e dolce coatta, interpretata da Ilenia Pastorelli (David di Donatello per Lo chiamavano Jeeg Robot) e assistito in fase di sceneggiatura da Nicola Guaglianone (sempre Jeeg più Indivisibili, L’ora legale e qualche episodio di Suburra – La serie) e Menotti (fumettista specializzato anche in sceneggiatura televisiva). Verdone capisce che i tempi stanno cambiando, che è necessario un aggiornamento del modo di esprimere il suo linguaggio cinematografico e si affida a delle nuove leve già piuttosto affermate. Loro sono il futuro, io sono il passato: diamoci una mano tutti assieme. Il problema, però, sono i contenuti che, per quanto si tenti di rimaneggiarli in maniera differente, rimangono gli stessi di almeno una decina di anni fa, con luoghi comuni e stereotipi che possono appassionare e far immedesimare solo un pubblico dall’età medio-alta. Ma un paio di aggiornamenti sono comunque apprezzabili e degni di annotazione.

Anche se una delle scene più esilaranti rimane quella di un cellulare usato come vibratore che ricorda una scena de La dura verità con Gerard Butler e Katherine Heigl, quella per la quale bisognerebbe fare i complimenti a Verdone è quella dedicata ad un viaggio onirico causato dall’assunzione di droghe. Un balletto psichedelico e surreale (ispirato a Il grande Lebowski) coreografato da Luca Tommassini con suore in abiti di latex in pieno stile sadomaso. Una sequenza che può lasciare spiazzato il normale pubblico dell’attore e regista romano, ma che deve essere applaudita per il coraggio, nonostante si tratti di una piccola sequenza all’interno di un film di quasi due ore di durata. Se Benedetta follia sarà ricordato nel tempo sarà per questo e non per qualche gag molto tradizionale e classica, per un certo tipo di commedia cinematografica commerciale.

Tipo così.

Ma com’è questa Benedetta follia? E’ un compromesso tra i cosiddetti giovani e vecchi, è uno dei tanti punti di partenza degli ultimi anni di un cinema italiano che si sta accorgendo di non essere più al passo con i tempi. Ci sono alti (pochi) e bassi (molti), c’è la sicurezza della commedia Verdoniana dell’ultimo decennio, ma anche qualche sequenza in cui viene osato qualcosa di più. Ora rimarrà al pubblico decidere se continuare ad affidarsi ad un passato significativamente stanco di trascinarsi o se comprendere che i linguaggi stanno cambiando. Carlo Verdone l’ha capito e c’ha provato alla sua maniera, perché ha sa che L’amore è eterno finché dura.

Giacomo Borgatti

I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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This article was written on 09 Gen 2018, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?.

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