Chef


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In una società fondata sul culto del cibo – cucinato, mangiato, sempre più consumato in TV e instagrammato online – Chef è una commedia che intrattiene il pubblico con insospettabili triangoli amorosi: l’amore per i food truck (quelli che nei tempi lontani in cui la schiscetta era meno fotogenica chiamavamo i luridi), l’amore per i figli (quelli che nello scorso millennio sopravvivevano pure senza passare mezze giornate feriali con papà), l’amore per il cinema (quello che qualunque anima bella con un account twitter può oggi dottamente recensire e stroncare).

Chef è innanzi tutto un film in cui il cibo non è solo espediente per raccontare altro, ma protagonista. E, come una diva, è esteticamente inarrivabile. D’altronde le competizioni culinarie ci hanno abituato a pretendere soddisfazione per gli occhi prima che per il palato. Il regista Jon Favreau, già autore di Swingers e dietro la macchina da presa di Iron Man 1 e 2, ha scoperto il cibo di strada sul set Marvel, per mano di – chi altro se non – Gwyneth Paltrow, e l’entusiasmo del cuoco improvvisato l’ha portato a elemosinare un corso di cucina con lo chef Roy Choi, che non si è dilungato nella teoria prima di buttarlo nella mischia delle sue rinomate cucine di Los Angeles e infine negli angusti spazi dei camioncini Kogi BBQ, sinonimo di Food Truck in California. Carl Casper, il cuoco protagonista del film interpretato dallo stesso Jon Favreau, segue un simile percorso culinario in Chef, dove è stella Michelin a LA, si stanca di servire i soliti noiosi piatti coi fuochi d’artificio, si rende ridicolo su twitter, perde il lavoro, si reinventa paninaro a Miami e si imbarca in un viaggio con sous-chef e figlio al seguito passando per i beignets di New Orleans e i filetti al sangue del Texas, ritrovando ovviamente se stesso e la passione per la professione. Dalla cura per la preparazione del toast alla fatica della spesa o del taglio del maiale, Chef è un inno alla salivazione in giro per l’America.

Al centro della commedia sentimentale sta poi la relazione tra un padre e un figlio. Carl è disattento e non mantiene le promesse, Percy vorrebbe giusto passare un po’ più tempo col suo papà. Personaggi che in maniera meccanica e prevedibile si allontanano si riavvicineranno scoprendo un linguaggio comune, fatto di panini e twit. L’ex moglie Inez (Sofia Vergara) e la collega Molly (Scarlett Johansson) a osservare da lontano, negandoci per questa volta il topos dell’amore tra i fornelli. Così tira il vento a Hollywood, e come Keira Knightley in Begin Again era una musa che canta le inadeguatezze paterne di Mark Ruffalo e niente più, Scarlett Johansson in Chef è vestale dello spaghetto e solo all’aglio e olio riserva sguardi lascivi. Nelle romcom come nelle favole di oggi va forte questo amore familiare totalizzante: negli anni ’10 le lacrime di Maleficent per la figlia adottiva sono più forti del bacio del promesso, mentre l’abbraccio tra le sorelle in Frozen è più a fuoco dei principi lasciati sullo sfondo. Sia questa la risposta a una saturazione del pubblico o sia forse scelta calcolata, figlia di una nuova ossessione a non dispiacere nessuno – in questo caso chi ritiene l’amore eterosessule poco inclusivo -, il road trip con pargolo funziona e ha il pregio di farci assaggiare nuovi piatti attraverso lo sguardo curioso e vorace di un bambino.

(We didn’t have that word when I was growing up. There was no word for hater. The most you would say of that somebody was like jealous, which really didn’t capture it.)

A rendere Chef un film hollywoodiano non è però solamente il lieto fino né location o premesse. La storia del venerato maestro partito dal nulla che riscopre le proprie radici è infatti un’ingombrantissima metafora della carriera cinematografica di Jon Favreau, che arrivò a dirigere Iron Man partendo dal cinema indie ma, ampiamente insoddisfatto da Iron Man 2, si trovò a condividere l’opinione dei critici dell’internet, che si attendevano da lui un’eccellenza che trascendesse le trame automatiche da blockbuster. A Hollywood hanno tutti ragione. Ha ragione il proprietario del ristorante, che chiede al cuoco di limitarsi a servire i cavalli di battaglia de genere e di lasciare l’arte fuori dal dibattito, a costo di non scritturare Favreau per Iron Man 3. Ha ragione il blogger, che esige qualcosa di più del solito menu quando paga il biglietto. Più di tutti ha ragione Favreau, che si sporca le mani in un lurido a dimostrazione che sa ancora fare i film indie senza esplosioni. Certo, pur sempre con Robert Downey Jr. nel cast, perché anche in America non c’è venerato maestro senza soliti stronzi.

Se tutto va come deve andare, alla fine del film avrete fame, voglia di abbracciare qualcuno, fregola di vedere più Swingers e meno Iron Man.

Quanto a Carl Casper, terrà il food truck o tornerà a dirigere una cucina a Beverly Hills? Di sicuro, sappiamo che Jon Favreau dirigerà Il Libro Della Giungla per la Disney.
Chef – IMDbWikipedia
Classe 1983, come Amy Winehouse e Risky Business. Fa il consulente di marketing a Los Angeles, dove vive e ha un account Netflix.

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This article was written on 12 Dic 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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