Class enemy, un piccolo grande film da recuperare


La classe schierata *contro*

La classe schierata *contro*

Class Enemy è l’opera prima di un regista sloveno nemmeno trentenne, Rok Biček, distribuita in Italia in una manciata di sale nell’autunno del 2014. Le ragioni per le quali andrebbe visto, recuperato e consigliato sono moltissime e hanno tutte a che fare con la nostra percezione del bene e del male, della morte, degli strumenti con i quali la morte dovrebbe essere affrontata e, in certa misura, tutelata nel suo svelarsi.

Il racconto si svolge interamente all’interno di una scuola superiore, di una classe in particolare. Una classe come quelle che abbiamo incontrato tutti: ci sono il secchione e l’opportunista, il timido distratto, il leader intelligente e quello presuntuoso, quello pronto a seguire il più influente e quello che ci tiene a mantenersi a margine. Un giorno la coordinatrice della classe, un’amatissima professoressa di tedesco benevola e permissiva, saluta i suoi allievi per congedo di maternità e presenta loro il nuovo docente, il prof. Zupan. Il confronto tra i due è un trauma per il gruppo: alla paziente indulgenza di lei si sostituisce l’austerità di lui, per il quale studiare non è un diritto cui i ragazzi possano accostarsi con capriccio e pretese, ma un incredibile privilegio, di cui però non hanno alcuna contezza. I metodi del professore si scontrano con un gruppo di adolescenti disabituati all’attenzione e al sacrificio e per questo fraintesi come semplice esercizio di autorità. Di poco successivo all’arrivo di Zupan è il suicidio di Sabina, la più fragile delle studentesse. Per la classe è automatico attribuire alla durezza del docente la responsabilità per il gesto della loro compagna.

Da questo momento in avanti il film diventa il racconto di un luogo simbolico, quella classe che vorrebbe rappresentare un mondo, dove si scontrano l’impulsività del gruppo, la violenza del pregiudizio, la presunzione di aver compreso. Zupan diventa così il bersaglio di una guerra che si fa brutale, dove le scelte e le azioni sono condotte dal dolore e dall’emotività.

La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive.

La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive.

Il meccanismo è coinvolgente e sa arrivare dove vuole. Rimproveriamo al giovane regista due cose: l’aver creato una metafora a tratti un po’ didascalica e aver tratteggiato alcuni dei suoi personaggi in modo talvolta caricaturale. Lo perdoniamo perché il suo congegno, alla fine, funziona e perché gli adolescenti sono spesso esattamente così, caricature di qualcosa che vuole essere ma ancora non è.

La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive, così Zupan, che non suscita particolare simpatia nemmeno nello spettatore, cita Thomas Mann nel tentativo di indurre i ragazzi a una riflessione critica sul profondo turbamento che stanno provando. Credo che tutti in sala abbiano accolto l’invito.

Class Enemy – IMDbWikipedia

mich
Non ha mai visto La Febbre del Sabato Sera. Guarda con molto sospetto i pop corn che escono dal microonde. Per molto tempo ha pensato di vivere in un trailer.

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This article was written on 04 Mag 2015, and is filled under Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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