Cobain: Montage of Heck


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Una delle locandine di Cobain: Montage of Heck

Il 5 aprile 1994, T. ha dodici anni e sono ancora troppo pochi per capire esattamente: frequenta le scuole medie, sta sempre da sola, veste enormi e poco eleganti tute dell’Adidas nere o blu, porta la coda di cavallo bassa, legata da un elastico sottile che a volte le spezza i capelli, altre, invece, si mimetizza tra i riflessi delle ciocche castano scuro. A casa, quando A. non la vede, gli ruba il basso, attacca le cuffie all’amplificatore e non si fa sentire da nessuno. Fa due note, sempre le stesse, per almeno venti minuti; è l’unica cosa che è riuscita a imparare da sola, senza chiedere né ad A. né a qualcun altro — e anche volendo: a chi, poi? In quei venti minuti, ogni giorno, T. e A. sono parte dello stesso racconto, anche se A. ancora non lo sa.

Il 5 aprile 1994, A. ha diciotto anni, torna a casa sbattendo la porta, non saluta nessuno, va diritto in camera sua con l’andatura penzoloni, le mani e le braccia rosse, che spuntano da maniche di camicia tirate su, gonfie di rabbia, e lascia cadere i libri sulla scrivania. Si guarda attorno, sente ronzare la voce di sua madre al di là della porta, poi sente bussare: è T. che gli chiede se vuole cenare o se è a posto così, e lui le risponde, seccato, che non c’è proprio niente che è a posto.

Il 28 aprile 2015, T. e A. sono insieme al cinema, in centro a Milano, per guardare Cobain: Montage of Heck, il primo documentario autorizzato sulla vita di Kurt Cobain, per la regia e realizzazione di Brett Morgen, premiato all’ultimo Sundance Festival e prodotto, tra gli altri, da Frances Bean Cobain, figlia del cantante dei Nirvana e Courtney Love. La pellicola è un percorso molto personale e profondo sulla vita di Kurt Cobain, soprattutto prima che diventasse uno dei più grandi rimpianti della musica mondiale. Morgen intervista i suoi genitori, la sua matrigna, sua sorella Kim, Courtney Love, Krist Novoselic, la sua prima fidanzata, ed è una storia di formazione, in cui il protagonista, si sa, muore giovane.

nirvana

Nel film, dei Nirvana c’è solo quello che sappiamo già, le due canzoni che sentiamo fin dall’inizio sono All apologies e Where did you sleep last night, direttamente dal live MTV Unplugged in New York, e le tracce della colonna sonora sono quelle che conosciamo a memoria. Di Kurt Cobain c’è quello che potevamo intuire ma non sapere, ma soprattutto ciò che non gli perdoneremo mai.

Se di quel 5 aprile 1994 tutti gli A. del mondo hanno un ricordo definito e preciso, ogni T. del mondo ne ha un’idea derivata. C’è chi c’era prima del 5 aprile 1994, come A., e chi è arrivato dopo, come T., chi il processo lo ha vissuto, lo ha visto farsi e smottare sotto i suoi occhi, come fosse suo, nonostante i chilometri e gli oceani di distanza, e chi lo ha sentito, capito, analizzato, quasi studiato: lo ha introiettato per consapevolezza, a posteriori.

Ogni A. e ogni T. possono raccontarvi cosa ha significato e significa Kurt Cobain o i Nirvana o entrambi nella loro vita, e probabilmente è un racconto simile, che li definisce e li circoscrive e l’intersezione è il modo attraverso cui ci sono arrivati. È un tipo di passione simile all’amore delle prime volte, di cui ci si ricorderebbe ogni dettaglio anche potendo scegliere di dimenticare, di cui ogni fragilità viene toccata e amplificata.

Cobain: Montage of Heck mischia A. e T. nelle loro percezioni, li sovrappone, finalmente.

A un certo punto della vita sia di A. sia di T. sapere è diventato essenziale, ognuno a suo modo — il sapere del lutto e il sapere della storia, il primo molto più emotivo e l’altro molto più sentimentale. A. e T. si sono domandati: E poi? E per avere una risposta sensata sono andati a cercare le premesse, senza trovarle. Questo documentario dà risposte e realizza visivamente e narrativamente quelle premesse, le infila una per una: la famiglia separata, la famiglia allargata, la rabbia giovanile, gli amici inesistenti, il desiderio di essere amato e mai umiliato, la tenerezza nei confronti degli altri esseri umani e la rabbia viscerale nei riguardi della musica, degli strumenti — nel senso letterale di mezzi utili per arrivare da un’altra parte — e trovare, seppur inconsapevolmente, l’espressione perfetta del genio.

musicassetta

Il titolo del film, Montage of Heck, prende il nome da un collage musicale di quattro tracce creato da Cobain nel 1988, di cui esistono due versioni: una è lunga circa trantasei minuti, l’altra circa otto.

Nessuno di quelli che gli erano attorno voleva essere come Kurt Cobain, almeno non nel modo in cui avevano imparato a conoscerlo, non nelle sue paranoie o nelle sue costrizioni. Sua sorella Kim, all’inizio, dice chiaramente di essersi sentita molte volte stupida accanto a lui, e di aver ringraziato spesso Dio per non averle dato quella genialità da gestire.

Gestire, nel film, è un verbo che ricorre spesso.

Nessuno è riuscito a gestire Kurt Cobain, mai: né sua madre, né la famiglia di suo padre, né i nonni, né gli zii, né noi, che seduti in poltroncina abbiamo la sensazione di sfracellarci appena tentiamo anche solo di capire o di farci l’unica domanda che non dobbiamo porci: non è importante il perché, è importante restituirci l’evoluzione sofferente di cui Kurt Cobain si era da sempre circondato in un modo aggressivo che tramortisce e conoscerla in quel modo grezzo che le apparteneva prima che i media la raccontassero.

Se lui fosse stato felice, sarebbe stato quello che è diventato? Se sua madre l’avesse abbracciato e non rifiutato, se qualcuno si fosse preso il rischio di fargli qualche domanda, avrebbe sopportato l’aggressività delle risposte?

Brett Morgen realizza un film sotto certi aspetti spietato: Novoselic è l’unico che ci dice che potevamo prevedere la perdita e, dunque, la successiva lacerazione, e nei silenzi di Donald Cobain, il padre, si percepisce la sua stessa impotenza colpevole. Novoselic ci dice che era scritto nei disegni che faceva, era tutto lì, «Avrei potuto dire qualcosa.» Lui, che lo dice a noi per rimproverare se stesso, e Donald, che tenta di scalfire con le dita e le unghie il bracciolo del divano color crema, sono gli unici a crederlo, come una fede ultima su cui si punta, consapevoli di non avere verità.

Attraverso il mash-up di documenti, note, appunti, fotografie, interviste, dietro le quinte di video musicali e concerti, sequenze animate — realizzate da Hisko Hulsing Studio che ritraggono alcuni momenti della vita adolescenziale di Cobain — e audio, Morgen ci svuota pian piano: quello che è successo il 5 aprile 1994 era prevedibile, ma comunque inevitabile. E ogni conclusione diversa è profondamente artefatta, contraffatta, dunque ipocrita.

Cobain: Montage of Heck – IMDbWikipedia

Elena Marinelli
È nata in Molise vicino a un passaggio a livello, ora abita a Milano. È sempre informatissima sui percorsi delle autolinee urbane. Dorme nel posto più vicino alla porta.
Tutto questo, in qualche modo, ha a che fare con il fatto che guarda molti film.

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This article was written on 30 Apr 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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