Dheepan: Non fate incazzare il concierge


Sono andato a vedere Dheepan in un bellissimo cinema nel quartiere parigino di Barbès, il Louxor. Barbès è uno dei quartieri più popolari di tutta la città: quando esci dal metrò ci sono quelli che vogliono venderti profumi o cinture, oppure le sigarette di contrabbando, pubblicizzate con la litania Marlboromarlboromarlboro [ad libitum]. Mentre i venditori ambulanti arrostiscono le pannocchie sui carrelli della spesa, qualche africano ti dà in mano un piccolo bigliettino su cui sono pubblicizzati i servizi di qualche veggente/guaritore che garantisce di poter risolvere ogni tuo problema, anche a distanza. Ultimamente, ho visto anche spacciatori in bicicletta, che è un po’ una novità, e il tizio che vende le Marlboro mi ha chiesto anche se volessi acquistare della cocaina.
Non distante da Barbès c’è la fermata del metrò La Chapelle: ho abitato in zona per un po’ più di un anno, avendo modo di scoprire la comunità in esilio dei tamil dello Sri Lanka che vive lì. Nell’epoca in cui abitavo nel quartiere, la guerra civile in Sri Lanka era ancora in corso: ogni tanto spuntavano per strada, dal niente, grandi foto di uomini in mimetica, e io capivo che doveva essere qualche pezzo grosso delle Tigri Tamil morto in battaglia: sia perché l’unica cosa che capivo nei manifesti, in mezzo a un alfabeto a me incomprensibile, era l’esistenza di due date, compatibili con nascita e morte, sia per l’affissione di bandiere nere in strada. Le occasioni di lutto erano piuttosto frequenti. Era incredibile pensare a come gente tanto mansueta e cortese potesse essere appena arrivata da una guerra tanto violenta, pensavo ogni tanto, tra una mangiata a un ristorante “indiano” e i vicini che ascoltavano perennemente le canzoni di Bollywood.

‘Na vitaccia

 

Prima di andare a vedere Dheepan, sapevo poche cose del film. Intanto, che parlava di tamil immigrati in Francia, sotto falso nome. Ora, il cambio di nome va benissimo per il film, perché Dheepan è un nome molto più pronunciabile di quello vero dell’attore protagonista: Antonythasan Jesuthasan. A quanto pare il film si ispira abbondantemente a vicende da lui realmente vissute, e raccontate in vari romanzi, dato che il suo mestiere principale è scrittore. L’altra cosa che sapevo è che il film è stato, un po’ a sorpresa, premiato con la Palma d’oro a Cannes.
Forse anche la gentile vecchietta francese che si è seduta accanto a me e al mio amico Luca, mettendosi nella prima fila del balcone della grande sala, sapeva che il film aveva vinto la Palma d’oro. Come spesso capita con i francesi, quando ci sente parlare ci chiede se siamo spagnoli. Non sarà l’unico granchio che prende, questa sera: a metà film, si alza e se ne va.

Il cinema Louxor, a Parigi.

Personalmente, mi aspettavo di ritrovare nel film le strade e le facce del mio vecchio quartiere, ma mi sbagliavo. Dimenticavo infatti che ad Audiard piacciono le grandi ammucchiate di temi e problemi. Fare un film su asilo politico, esilio e immigrazione, sulla questione delle false identità, sulle relazioni interpersonali in una famiglia che non è una vera famiglia ma solo un sodalizio tra sconosciuti (uomo-donna-bambina) con l’obiettivo di fuggire dalla guerra, sulla faticosa integrazione in una nuova realtà, con i lavoretti illegali per tirare a campare e la lingua straniera da imparare – no, non era abbastanza. Meglio invece catapultare i tamil nelle peggiori banlieue parigine, nella realtà delle cités, roccaforti di attività criminali di ogni tipo.
Ai nuovi arrivati presto vengono offerti una casa e un lavoro da portinaio, roba da non credere. Già sento i Salvini e i Le Pen insorgere e sbraitare dei clandestini che rubano il lavoro; ma, il film lo farà capire, non si tratta certo di un posto di lavoro che va a ruba tra i francesi, ritrovarsi in mezzo alla guerra tra bande. Ma i tamil non se ne curano, per il momento hanno altri problemi, e poi non capiscono bene la situazione. Le difficoltà di adattamento iniziali con molta pazienza si risolvono, e a un certo punto anzi tutto fila per il meglio: la ragazzina che si sono portati dietro impara velocemente il francese tanto che può anche tradurre per loro, il lavoro da concierge ha i suoi problemi ma non è poi così difficile, lei va a fare le pulizie per un catatonico vecchietto, pian piano tutta la tensione si scioglie e, addirittura, si scopa.
Non si può stare mai tranquilli, però. Torna dal carcere il ras del quartiere, che è proprio il figlio del vecchietto. Ci sono scontri a fuoco. La banlieue parigina, tutto sommato, è ‘na cambogia, tipo lo Sri Lanka. Si spara, si ammazza, e ci va di mezzo pure il concierge, che è tanto buono e caro, porta fuori la monnezza, fa le riparazioni, pare che non capisce un cazzo, ma intanto lo spirto guerrier entro gli rugge ancora. Quando vedono che vuole far troppo il protagonista anziché farsi tranquillo i casi suoi, le bande cercano di intimidirlo e forse farlo pure fuori, sottovalutando o ignorando il fatto che quello era un generale in una guerra civile, mica uno che faceva i kebab. Lui intanto sbrocca completamente: a casa la finta moglie non vuole più farsi nemmeno toccare, lui si sbronza cantando le canzoni di guerra tamil, e forse gli viene una sorta di post traumatic stress dirsorder, in puro stile Taxi driver. Morale della favola: il film da vagamente politico diventa un action violentissimo, pieno di sparatorie, sangue, esplosioni, tattiche di guerriglia tropicale utilizzate in piena periferia francese. Dheepan diventa una sorta di Schwarzenegger, o di Schwarzeneggerathasan, fa addirittura schiantare un’auto solo per poter sollevare un’alta colonna di fumo che sfrutta per mimetizzarsi e ammazzare tutti i banditi francesi, cha siano blanc black o beur (bianchi, neri, arabi).

Kaboom!

Credo che a questo punto la nostra amica vecchietta fosse già uscita dalla sala.

Come spesso accade per i film di Audiard (Tutti i battiti del mio cuore, Il profeta, Un sapore di ruggine e ossa), la sceneggiatura vuole spremere tantissimo molte cose diverse, portandole insieme a conflagrare in un solo punto in cui irrompe tantissima violenza, o tantissima tragedia. Stavolta (o anche stavolta) si tira per le lunghe e lo scioglimento sembra non voler arrivare mai: dopo il lungo showdown, un’ellissi ci porta direttamente in Inghilterra, dove la famigliola, oramai diventata tale a tutti gli effetti, si è trasferita e vive serena, con un giardinetto verde e tanti amici sorridenti. Soluzione un po’ troppo facile, mi sembra, dopo tutto quel martirio.
Anche se non mancano spunti molto interessanti e momenti di tensione, fondamentalmente non si capisce bene dove voglia andare a parare il film. Vuole denunciare che la violenza nelle periferie è paragonabile a quella di una guerra civile? Vuole raccontare l’esilio del popolo tamil? Vuole dire che, dove scappi scappi, il mondo è sempre nammerda? O vuole essere semplicemente un film d’azione, con spettacolari sequenze sparatutto, ma sentiva il bisogno di un build-up narrativo serioso e d’autore prima di arrivare al calcismo più duro e puro? Audiard, quanto a lui, giura che il soggetto è tratto addirittura da Montesquieu. La regia muscolare mi sembra però maltrattare l’approfondimento psicologico dei personaggi e certi spunti interessanti, che vengono purtroppo tutto d’un tratto trascurati per indirizzare il film su binari più spettacolari e, in fondo, più convenzionali e banali.

Per la pagina italiana Wikipedia del film la trama sarebbe questa: “Dheepan deve fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka…” Volendo essere altrettanto sintetici si potrebbe anche riassumere: “Non fate incazzare il concierge”.

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell'Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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This article was written on 11 Nov 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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