Die Einsiedler di Ronny Trocker


Essendo siciliano, incontrai l’Istituto giuridico del “maso chiuso” soltanto quando ne lessi qualche riga poco prima del mio esame di diritto privato. In sostanza è un modo per proteggere una particolare forma di proprietà contadina inventato dal diritto austro-ungarico che impone di lasciare al primogenito (da poco anche alla primogenita), la casa dove abita la famiglia dei contadini, le relative stalle e magazzini e i terreni che servono alla produzione della fattoria.

All’epoca, ero un giovane inesperto del mestiere di vivere e dal futuro incerto, mi sembrò una cosa favolosa: con il maso chiuso la mia vita sarebbe stata finalmente decisa, avrei potuto passare le giornate con gli animali che tanto mi piacciono conducendo uno stile di vita simile a quello descritto da Virgilio nelle Georgiche.

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Oggi il mio futuro è ancora incerto, il mestiere di vivere non sono mai riuscito ad impararlo e ho scoperto che le Georgiche erano vecchie già all’epoca in cui furono scritte, cioè circa 2.000 anni fa. E che il maso chiuso non è tutta sta gran figata. Anzi, se avessi visto Die Einsiebler all’epoca forse mi si sarebbe accapponata la pelle a pensare di dover passare tutta la mia vita su un pizzo di montagna, con quattro capre, due vacche e nessuna prospettiva. A sto punto meglio il futuro incerto.

In effetti Ronny Trocher è bravissimo a descrivere con le immagini la durezza di una vita che non ha nulla dell’elegia bucolica. Sì certo, si vive a stretto contatto con la natura, ma come ci insegnò un altro poeta qualche tempo più tardi la natura è una matrigna peggiore di quella di Cenerentola. I genitori del protagonista hanno passato la vita assediati dal freddo e dalla neve, la loro pelle è stata scavata dalle fatiche e il loro cuore si è indurito per gli stenti e le tragedie. Ogni volta che la macchina da presa li inquadra mentre escono fuori casa, l’occhio impatta subito sul fango lurido del piccolo cortile della casa. Il gelo è palpabile, la difficoltà di governare gli animali palese e la distanza da tutto quello che noi consideriamo “civiltà” siderale. Per intenderci basta dire che il film si apre con un gattino annegato da un uomo che poi scopriremo essere il padre del protagonista, l’ultimo erede del maso. Lo annega senza alcun odio, ma semplicemente perché lì non c’è posto per quel gatto, è inutile.

Il film si divide così fra la vita, durissima, dei genitori nel maso arroccato fra le montagne e quella semplicemente dura di Albert, operaio in una cava di marmo.

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Die Einsiebler è un film che va piano, si prende tutto il tempo di farti vedere come un certo tipo di vita contadina possa portarti a una essenzialità tale da non permetterti più di usare la tenerezza come forma di comunicazione. La cosa che più colpisce è proprio la costruzione dei sentimenti che legano questa famiglia. Si vogliono tutti bene, ma questo non si esplicita mai in gesti affettuosi e meno ancora in parole d’amore. Il regista – a cui si deve anche la sceneggiatura – lo rende palese attraverso i non detti, la costruzione delle scene e i movimenti di macchina. In pratica il linguaggio filmico si sostituisce a quello del corpo ricreando una realtà evidente che se ci fosse stata portata in altri modi avrebbe rischiato di essere terribilmente banale.

Al tempo stesso Albert, interpretato da Andreas Lust, si sente diviso fra la responsabilità che ha verso i suoi anziani genitori che ormai si ritrovano soli a gestire il maso e un futuro nuovo, rappresentato dalla vita a valle, dal suo lavoro alla cava e da una ragazza verso cui prova dei sentimenti la cui natura viene spiegata meglio da una coperta posata sulle spalle che da un bacio, piuttosto goffo e brutale.

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Lo stesso appartamentino di Albert a valle è di impressionante asetticità: pareti bianche, mobili presi da Mondoconvenienza, due giacconi e un ombrello attaccati ad un appendiabiti in pino. Eppure appare un luogo più vivibile della masseria con le sue pareti ammalorate dall’umidità, con la sensazione del gelo presente anche dentro casa e una sbobba di verdure che sembra sempre la stessa per ogni giorno che Dio manda in terra.

In conclusione Die Einsiebler non ha alcuna nostalgia per questo mondo che sta morendo. Per una volta le vecchie tradizioni che scompaiono non sono l’artificio retorico usato per mostrare quanto il mondo di oggi sia brutto e cattivo, ma per evidenziare che non sempre ciò che è sostenibile per la natura sia anche migliore per l’essere umano.

E in tempi di wi-fi e riscaldamento autonomo, questo forse può dare fastidio a qualche anima pura, ma è terribilmente vero.

Die Einsiedler – IMDb – Wikipedia

Pilloledicinema
Appassionato di cinema, vivo a Palermo. Per ogni film che vedo scrivo in 140 caratteri una minirecensione su Twitter. A volte non mi contengo e ne vengo a parlare anche qui.

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This article was written on 27 Set 2016, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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