Quattro lezioni che ho imparato da Divergent


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L’anno scorso ho ascoltato gli audiobook di Divergent e Insurgent mentre andavo e tornavo dal lavoro. Mi sembrava il genere di libro che mi sarei potuta sciroppare anche mentre schiene sconosciute mi spappolavano in metropolitana, ma soprattutto che avrei potuto seguire anche distraendomi ogni cinque minuti.

Non sapevo che mi aspettavano ventidue ore di agonia. È per questo che mi sono approcciata alla versione filmica con terrore e un mare di pregiudizi. E invece!

Lezione numero uno imparata da Divergent: due ore di film non sono per niente dolorose quanto ventidue ore narrate in prima persona dalla protagonista sedicenne con una tempesta ormonale in circolo.

Divergent, proprio come The Hunger Games, è ambientato in un futuro distopico non estremamente lontano. Chicago è diventata una città che si erge nel nulla e i suoi abitanti, alla ricerca di controllo, si sono divisi in cinque fazioni: Candidi, Pacifici, Eruditi, Abneganti e Intrepidi.

Attorno ai sedici anni, che come sappiamo è l’età perfetta per prendere una decisione che cambierà il resto della tua vita, i giovani cittadini devono scegliere se rimanere nella propria fazione di nascita o trasferirsi. Ad aiutarli c’è un test, utile quanto il consiglio orientativo che ti danno in terza media.

Lezione numero due imparata da Divergent: un adolescente conosce profondamente sé stesso ed è perfettamente in grado di affettarsi la mano con un pugnale per scegliere la propria fazione con un giuramento di sangue. Anch’io quando mi sono iscritta al liceo classico ho dovuto fare un rito invocando gli antichi, in effetti.

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È in questo contesto che la nostra protagonista Beatrice Prior, detta Tris, fa il test per scoprire la sua fazione di appartenenza. I suoi risultati sono però indeterminati: Tris è una pericolosa divergent, cioè potrebbe appartenere a più fazioni. Chi viene scoperto come divergent viene cercato dagli Eruditi e fatto fuori.

Dal momento in cui Tris abbandona gli Abneganti (dediti al servizio per la comunità) per diventare una Intrepida (la guardia armata della città), il film prende la stessa velocità del treno in corsa da cui Tris deve saltare come prova di iniziazione. I plot twist e le scene di azione sono praticamente un alternarsi continuo; le vittime sono numerose e non necessariamente prevedibili.

La parte più telefonata di Divergent, invece, è probabilmente la colonna sonora. Anche molto prima che il soldato Four e Tris comincino a limonare duro in ogni occasione, ogni loro incontro è sottolineato da un florilegio di pianofortini e cori angelici. Le loro mani sono a due spanne di distanza? Pianofortini. Si guardano in faccia? Cori angelici.

Lezione numero tre imparata da Divergent: riconoscerai la tua prossima conquista romantica dal fatto che le scene d’azione che vi vedono protagonisti si svolgono al suono del coro delle voci bianche del Teatro alla Scala.

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Si amano, capito? SI AMANO.

La costruzione del mondo di Divergent non brilla per originalità o complessità: è difficile immaginare una società funzionante nell’universo creato da Veronica Roth. Anche il messaggio della storia è di una banalità sconcertante. È giusto essere diversi, e fare parte di un gruppo non è necessariamente una buona cosa. È facile, a ogni modo, dare per scontata questa morale adesso che siamo adulti: non so se voi vi ricordate di quando eravate adolescenti e tutto vi sembrava una merda, ma io sì.

Da un lato, Tris passa per tappe fisse come il taglio di capelli simbolico prima del test e il training montage quando entra negli Intrepidi. Dall’altro, affronta le paure e incertezze di un qualsiasi teenager stringendo i denti, e nel frattempo impara anche a maneggiare un mitra like a pro.

I continui colpi di scena riescono, almeno in parte, a tamponare i danni fatti da personaggi tagliati con lo stampino come il capo dei dauntless Eric. Il fatto che, ad esempio, l’aspetto fisico di Tris non sia mai importante – come lo è invece per Katniss, che con nostra grande gioia viene imbellettata e vestita da principessa struzzo – è una bella novità. Lo stesso vale per il fatto che Tris non diventi immediatamente un’eroina con tutto il peso del mondo sulle spalle, ma sia semplicemente un elemento in una macchina più grande.

Chi ha prodotto Divergent ha fatto la scelta vincente selezionando attori sia giovani che capaci. A parte Theo James (Four) a cui vorrei piallare la fronte con un ferro da stiro per togliergli quell’espressione corrucciata, il resto del cast non fa venire voglia di prendersi a legnate sui denti.

Ci sono Shailene Woodley e Ansel Elgort, che ci hanno già fatto piangere come viti tagliate in Colpa Delle Stelle, ma anche Zoë Kravitz e – fate un respiro profondo – Miles Teller (ebbene sì, cultori di Whiplash, Miles Teller fa i film young adult. Dov’è il vostro dio adesso?). A interpretare i personaggi adulti ci sono attori quantomeno competenti, ma soprattutto Kate Winslet nei panni della supervillain Jeanine Matthews.

Lezione numero quattro imparata da Divergent: se gli attori sanno cosa stanno facendo, anche i film young adult con trame banali possono essere divertenti!

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Sarà che mi aspettavo un incubo senza fine, ma le due ore e venti di Divergent mi sono volate. Un film che avrebbe potuto fare un incasso enorme senza alcuno sforzo creativo contiene invece delle buone performance e lo sforzo del regista Neil Burger di fare il meglio possibile anche con le scene più deboli che fossero alcuni dialoghi ridicoli o i passaggi meno brillanti della trama.

Sei e mezzo per l’impegno.

Divergent – IMDbWikipedia

Nata a Vicenza nel 1990, si è ricollocata a Londra appena raggiunta la maggiore età. Cura il sito femminista Soft Revolution e scrive di cinema, tv e libri in giro per il web.

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This article was written on 07 Apr 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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