Donnie Darko, il ruggitone del coniglione


Ciao mamma Darko!

Ciao Laura Roslin!

Un adolescente problematico è ossessionato dalle visioni di un grande coniglio antropomorfo che lo obbliga a commettere una serie di crimini all’apparenza inspiegabili, dopo essere sopravvissuto per un soffio a un bizzarro incidente.

Uscito in Italia con colpevole ritardo (il film è del 2001 ma nel nostro paese venne distribuito solo dopo l’uscita della scellerata director’s cut nel 2004), la storia di come questa pellicola venne accolta dal pubblico temo sia più interessante della storia raccontata nel film stesso. Praticamente ignorato nelle sale (incassò poco più di $110000 nel week-end di apertura in USA), la sua distribuzione in home video vide consolidarsi una base sempre crescente di giovani fans, tanto che quando uscì in Italia era diventato una specie di “film generazionale”, idolatrato e conosciuto a memoria da tutti gli spettatori attorno ai 15 anni o più giovani e pressoché ignorato dagli tutti gli altri.

La trama è sconclusionata e in gran parte inspiegabile e in questo risiede il grande fascino del film, assieme a una innegabile capacità compositiva del regista Richard Kelly ai tempi ventinovenne e alla bellezza mozzafiato di Jake Gyllenhaal e di sua sorella Maggie, che per l’occasione salutiamo calorosamente dall’alto dell’amore che ci legherà per sempre (che legherà me a lei, il viceversa ho la tenue sensazione che sia meno vero).

È anche questo un esempio di narrazione sbilanciata verso lo spettatore. Gli eventi chiave mostrati non hanno per la maggior parte spiegazione e lasciano aperto il campo a una pletora di interpretazioni e al contributo (ai tempi spesso frutto di dibattiti anche molto accesi) di chi guarda. Fu questa la chiave del successo: vedere il film, apprezzarlo ma non capirlo, fare uno sforzo per colmare i buchi, condividere opinioni, rivederlo fino alla nausea, esplorare ogni andito del sito web che accompagnò l’uscita del film, farlo diventare oggetto di discussione.

Ma parliamo del film. L’operazione che qualcuno ha definito “coraggiosa” è stata orchestrata da Drew Barrymore, che si è ritagliata anche una parte minore e abbastanza male interpretata, al timone della produzione. Non conosco i dettagli della stesura della sceneggiatura ma il suo personaggio è perfettamente ritagliato su di lei: intellettuale, inutile, di rottura, incompresa, schierata dalla parte del protagonista, ho già detto inutile? Per un anziano come me, che vede e vedrà per sempre nella Barrymore la bambina rompiscatole di E.T., questo equivale a passare tutto il tempo a chiedersi “chi è questa INUTILE professoressa praticamente coetanea dei suoi allievi? chi mi ricorda? mi ricorda qualcuno ma non mi viene chi…” (la Barrymore è del 1975, Maggie Gyllenhaal del 1977 e Jake del 1980).

La grandissima Drew nel suo momento migliore

La grandissima Drew nel suo momento migliore

Ma parliamo ancora un po’ del film. Stranamente ricordo con molta precisione le poltroncine strette e scomode del cinema, il vicino quindicenne che ha bevuto la coca cola extra large nei primi cinque minuti di film e ha continuato a fare il risucchio con la cannuccia per i restanti 103 minuti (i suoi resti sono ben nascosti in un bosco del Tennessee) con il padre accanto a lui che ha russato per tutto il tempo (anche i suoi). Ricordo la chioma di capelli ricci della tipa di fronte attraverso i quali ho dovuto indovinare le immagini, i due dietro che non smettevano di raccontarsi i dettagli di ogni scena (vi ho già parlato di un certo bosco nel Tennessee?). Del film, della prima volta che l’ho visto in sala, non ricordo quasi niente. Ricordo la voce del coniglione inutilmente rauca, ricordo di aver pensato che non fosse un film “di paura” ma solo “di spaventi”, un ritmo blando intervallato da qualche “buh!” per tenerci svegli, ricordo la meraviglia per alcune inquadrature e naturalmente la sensazione di non aver capito niente della trama (e io di viaggi nel tempo, realtà alternative, supereroi, loop temporali, adolescenti inquieti, società malate, voci nella testa, visioni di enormi coniglioni e paradossi in genere ne ho masticati parecchi nella mia esistenza).

Purtroppo l’ansia di dover spiegare l’inspiegabile (chi ne sarà stato preda? Kelly? o forse la stessa Barrymore?) ha rotto un equilibrio estremamente instabile di cui la versione originale godeva. Il materiale che è stato riversato prima sul sito web ufficiale poi nella director’s cut (che ho riguardato per puntiglio in questi giorni) ha avuto la patetica pretesa di gettare luce su quello che doveva rimanere in ombra. Il risultato?
Un Universo Tangente, l’Artefatto, un Ricevente, due Morti Manipolatori (eccetera). Ma perché?

Quindi il consiglio degli 88folli: guardare la versione originale, magari due o tre volte, farsi un’idea dei numerosi perché che vengono lasciati aperti, poi guardare la director’s cut e tornare qui a darci ragione, infine leggere ridendo tutto il materiale che si trova ancora online.
Dimenticavo, il film non va assolutamente guardato dopo The Abyss con il quale incomprensibilmente condivide alcuni effetti speciali (erano evidentemente rimasti in cantina da qualche parte, erano vecchi di dodici anni, stavano ammuffendo).

Ah, e poi c’è la sequenza finale con Mad World di Gary Jules, chi non ha voglia di vedersi tutto il film basta che si guardi questo (contiene SPOILER).

Donnie Darko – IMDbWikipedia

Scrive romanzi e racconti. Da sempre appassionato di fantascienza e da quasi sempre di cinema e teatro, scrive di notte nel silenzio della campagna inglese o tormentato dal vento del Mare del Nord.

Lascia un commento

Information

This article was written on 01 Dic 2015, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

Current post is tagged

, , , , ,