El vagabundo eterno


88Dopo “Sangre Sangrìa”, in Spagna decisero di mettere su qualcosa di più tosto. Una storia moderna e accattivante, che facesse presa sul pubblico dei giovani, con tanto sangue. Io suggerii un giallo a tinte nere, e per la precisione un progetto che accarezzavo da una vita, tratto da un libro che avevo apprezzato. “Dove vanno a morire gli angeli“, era il titolo.

Un giallo a tinte cupe, ambientato in un paese della riviera, con misteri, sangue e morte. Ma non feci in tempo a dire la mia che uno sceneggiatore se ne saltò fuori un po’ a sproposito con una storia di animali assassini. Questo sempre per il motivo che in Italia l’horror andava, e andavano anche i film con gli animali nel titolo. “Il gatto a nove code”, “Una lucertola dalla pelle di donna”, tutte cose del genere. C’era anche “Non si sevizia un paperino”, ma il bello era che in questi film gli animali non comparivano mai. Al massimo c’era qualche bambino con aria da carogna, e musichette tipo carillon.

Gli spagnoli, quando spiegai loro come stavano le cose, la presero bene. Meglio così, dissero. Se gli animali non ci sono ce li mettiamo noi! E anche il bambino carogna, tanto per fare mucchio. Così, quando saltò fuori questo sceneggiatore con “El vagabundo eterno”, che era la storia di un orso bruno fantasma che di notte usciva dai boschi e sbranava la gente, furono più che soddisfatti.

Noi cercammo ancora una volta di spiegare che gli horror italiani che andavano di moda, oltre a non avere animali, parlavano di streghe, di vampiri, di demoni, di case infestate, tutta roba così, in confronto alla quale l’orsetto vagabondo faceva un po’ simpatia. Ma, loro non ne vollero sapere. L’idea piaceva, e tanto bastava. Si vede che in Spagna gli orsi assassini erano un babau molto popolare.

El vagabundo eterno” parlava di quest’orso rapito da un circo. Il circo andava male, l’orso moriva e tornava come anima senza riposo (con buona pace della Chiesa) per tormentare la gente di un paese. L’orso era grosso, cattivo, con gli occhiacci rossi, ed era la solita pelle cucita da Romani, il nostro mago degli effetti speciali, che quando ci si metteva sapeva rendere spaventosa anche una busta di latte.

L’orso arriva, devasta, dilania. All’inizio se la prende con le pecore, poi coi pastori. A questo punto la gente del paesino si comincia a preoccupare, chiama la forza pubblica, e la forza pubblica invia un poliziotto che prende residenza fissa e deve venire a capo del problema. Scopre le rovine del circo, lo scheletro dell’orso, e via così. La solita salsa. Giravamo a tutto vapore, senza badare tanto ai contenuti, sempre sullo stesso pezzo di bosco e le stesse quattro case in croce. Una volta mettevamo la telecamera qua, una volta là, e poi sotto di zoom.

Come ho detto, ci doveva essere anche il bambino carogna, ma alla fine non ne trovammo nessuno. O meglio: di carogne ce n’erano tante, e non solo minorenni, ma quando si trattava di far loro girare scene di carognate nessuna famiglia era disposta. E allora nisba: ancora prima di iniziare il bambino fu eliminato dalla storia, l’autore la riscrisse al volo e ce la rimandò.

Le capre morte che si vedono all’inizio le ammazzammo davvero. Ci mandarono da un contadino, ce ne fecero comprare un po’ pagandole un’eresia, e poi ci toccò farle fuori a fucilate e poi squartarle. Il pastore poi rivoleva la carne, ma visto che ce l’eravamo pagata facemmo tutto arrosto, e almeno per quel che riguarda il vitto c’era abbondanza. Chiamammo qualche donna del paese, si fece un fuoco e si mangiò tutti insieme. Alla fin fine, la gente era abbastanza disponibile. Dicevano ovviamente che eravamo “locos”, pazzi, ma il cinema piace a tutti.

Ci fu qualche dubbio solo sul finale. Lo sceneggiatore voleva che l’orso diventasse enorme e andasse a distruggere il Palazzo delle Telecomunicazioni a Madrid, in una sorta di “vendetta proletaria” o che so io. Il produttore disse che allora era meglio mandarlo a distruggere la Torre Eiffel, o qualche monumento più famoso. Alla fine, visto che non c’erano i soldi per fare gli effetti speciali, decidemmo che saremmo rientrati tutti a casa e saremmo andati a girare il finale nel nuovo parco che aveva appena aperto, “L’Italia in miniatura”, dove c’era la Torre di Pisa.

Durante il viaggio di ritorno ci fregarono il camion con dentro quel poco di attrezzatura (anche costosa) che ci eravamo portati dietro, un mucchio di bagagli assortiti e il costume dell’orso. A rifarlo uguale ci voleva tempo, il budget era ormai sforato… telefonammo alla produzione e quelli decisero che l’orso poteva benissimo saltare in aria grazie al poliziotto armato di granate. Ma l’orso è un fantasma, dicemmo noi. E quindi? risposero loro.

Toccò far saltare l’orso. Del resto, se poteva sbranare le pecore, voleva dire che poteva diventare solido. Allora fermammo il camion lì dove ci trovavamo, facemmo scendere gli attori, girammo una scena improvvisata e li facemmo tornare indietro in taxi. Poi proseguimmo per l’Italia e gli studi di produzione, dove avremmo girato tutti i controcampi, orso che esplodeva compreso.

Solo mentre andavamo via mi accorsi che ci eravamo fermati a girare a pochi chilometri da Roncisvalle. Lì dove morì – secondo la leggenda – Orlando il Paladino. Pensai che se Orlando ci avesse visto sarebbe sicuramente venuto fuori per tirarci l’Olifante sulla testa: lui, eroe di una saga epica e così potente che se la ricordano ancora oggi. E noi, quattro gatti senza arte nè parte, a far saltare in aria orsi fantasma.

Nella tomba di Orlando seppellimmo anche la nostra collaborazione con la Spagna.

Mi diletto di stregoneria. Laureato all’Harvard Business School, ho viaggiato in lungo e in largo. Ho avuto la peste bubbonica e questo è stato il periodo più sereno della mia esistenza. Ho visto L’esorcista 170 volte, e mi sganascio dalle risate tutte le porche volte che me lo vado a rivedere, Per non parlare del fatto che anche se stramorto sono ancora qui. Allora che ve ne pare? Sono buone le referenze?

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