Fast&Furious 7, l’album di famiglia


(Se non avete ancora visto Furious 7 non leggete qui sotto, perché si rivelano cose che succedono nel film)

È difficile affrontare Fast & Furious 7 senza considerare quello che è successo fuori dal set alla fine del 2013. È difficile perché in questi 15 anni gli attori e i personaggi della saga si sono talmente avvicinati che è quasi impossibile separarli. È così difficile che non ci proverò nemmeno, perché tanto non ci riuscirei.

Per chi avesse vissuto in un eremo della Cappadocia fino a ieri: Paul Walker morì in un incidente stradale – perché gli piaceva andare forte con le macchine veloci, proprio come al suo personaggio Brian – durante la lavorazione del film e le sue scene sono state terminate con l’aiuto dei suoi fratelli e della CGI.

La morte di Walker segna la fine della serie per come la conosciamo: un po’ perché è l’attore che ha partecipato a più film, 6 su 7 (uno in più dello stesso Diesel, se si esclude il cameo all’interno di Tokyo Drift), un po’ perché, se Dom Toretto era il centro carismatico della Famiglia, Brian O’Conner ne era il centro emotivo. Dom è il patriarca, infatti, ma Brian è un misto tra il fratello minore e il figlio prediletto, quello che nonostante i conflitti non può che desiderare l’approvazione di Dom. È grazie al loro rapporto che quello che nasceva essenzialmente come un remake di Point Break con il tuning al posto del surf, sposta il concetto di bromance dalla tensione omoerotica dell’originale al modello della Famiglia, piantando il seme della più importante serie action del secolo in corso (supereroi esclusi).

Fin dalla notizia dell’incidente ci si è chiesti come gli sceneggiatori avrebbero potuto incorporare la tragedia in una serie che ha sempre scherzato con la morte, subordinando le leggi della fisica e l’incredulità dello spettatore alla ricerca dello stunt più spettacolare e tamarro possibile (cosa per i quali non finirò mai di ringraziarli): d’altra parte, questa è una saga che rinasce, all’inizio del quinto episodio, con un’evasione in cui per liberare un prigioniero viene causato il ribaltamento di un intero pullman carico di detenuti e non si fa un graffio nessuno.

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C’ho il giubbottino, non mi posso far male

La risposta è solo una: negandola. Programmaticamente, durante la scena del funerale di Han (morto durante il terzo film della serie e anche nell’epilogo del sesto, in un recupero di continuity che chiude ciò che era rimasto irrisolto) (sì, sembra complicato, ma se avete visto i film precedenti non lo è, se non li avete visti andate e poi farò di nuovo l’amico) Dom Toretto promette che non ci saranno altri funerali. Non si possono perdere troppi membri della famiglia senza compromettere per sempre l’attitudine colorata e caciarona della saga. Già la prima mezz’ora di F7 è quasi irriconoscibile per cupezza e verbosità, pur contenendo uno dei migliori alleggerimenti comici dell’intera serie (un indizio: Brian, minivan, asilo).

[Intermezzo: il nome completo di Han era Han Seoul-Oh. Leggetelo come si pronuncia e fate un brindisi a Justin Lin, che è un ragazzo con le priorità al posto giusto]

Anzi, la morte di Walker è più che negata, è esorcizzata. Brian è quello che ha più nostalgia del rischio, che ha gli stunt più pazzeschi, che va più volte vicino alla morte. Ci sono almeno quattro o cinque momenti in cui ho pensato “ecco, qui lo fanno morire” per poi vederlo rialzarsi come se niente fosse. Alla fine il personaggio di Brian fa quello che deve: si ritira, dopo essersi tolto la voglia di adrenalina, pallottole e sfide alla morte.

Come in una di quelle cerimonie in cui viene ritirata la maglia dei giocatori che hanno fatto la storia delle squadre NBA, l’epilogo di Furious7 ci mostra Brian che abbandona la vita della Famiglia per dedicarsi a un’altra famiglia, quella formata con Mia e i loro due bambini: tutt’attorno, il resto della squadra che parla di lui, ma anche di Paul Walker, in un cortocircuito tra film e vita che lo rende la perfetta elegia maranza e un momento di delicatezza pesantissima.

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CGI brutta ma di piangere

Ok, ma il film? Il film non è il miglior Fast&Furious (quello è il 5 e da come vanno le cose e probabilmente lo resterà) ma è il miglior Fast&Furious che potevate volere date le premesse.

C’è un cattivo, interpretato da Jason Statham, che ha la straordinaria capacità di materializzarsi nei momenti meno opportuni manco fosse Sergio; c’è un McGuffin inutile e stupidissimo, ci sono i ralenti sui culi in microshorts, c’è un’apparizione di Iggy Azalea – non in microshorts, ahimé – che è l’epitome del superfluo, c’è l’immenso e indistruttibile torace di The Rock, ci sono gli scoppi, gli inseguimenti, le musclecars che impennano, c’è tutto. Soprattutto c’è l’unica cosa che le auto non hanno fatto finora, ovvero volare. Auto che si lanciano col paracadute da un aereo, auto che volano dai dirupi senza paracadute, auto che saltano da un grattacielo all’altro.

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Il trionfo della volontà

Poi ci sono le risse, Kurt Russel che fa sé stesso e si diverte, un drone libero per downtown Los Angeles, una citazione dalla primissima scena del Fast & Furious del 2001. Purtroppo le scene più ganze sono quelle già viste nel trailer e quel che rimane sono contorni, ma è un contorno con cui altri film tirerebbero tre ore, per cui glielo si perdona volentieri.

Però, però, ci sono dei però. C’è lo sprezzo supremo di qualunque coerenza dei personaggi: se fino a ora bastava nominare LA FAMIGLIA per convincere chiunque a mettersi dietro al volante e rischiare la vita assieme a Dom e Brian, ora non è nemmeno più necessario quello. Per esempio c’è la hacker Ramsey (Nathalie Emmanuel, arruolata per riequilibrare la quota-patata, non sarà Gal Gadot ma non ci si può lamentare) che vede i personaggi parlare tra loro e dice “Vi conosco perché vi ho ascoltato, tu sei il capo, tu sei il tecnico, tu sei la donna del capo. Bene, so tutto di voi quindi posso fidarmi e rischiare innumerevoli volte di saltare in aria”. E se a lei non serve altro, a qualcun altro può sembrare che non stia del tutto in piedi.

C’è forse la cappa mesta della tragedia che aleggia, o forse ci sono cose SBAGLIATE.

C’è Tony Jaa usato solo per due risse con Paul Walker, di cui una in controluce e confusa, preceduta da un minuto di parkour inspiegabile. C’è The Rock che sparisce per tre quarti di film, rientrando in tempo per rappresentare la cavalleria (e dirlo, se non fosse abbastanza chiaro).

C’è che tutte le scene di menarsi sono riprese in modo frenetico e incasinatissimo, per dare un’idea di movimento francamente superflua. Voglio dire, hai disponibili due professionisti come Jason Statham e Dwayne Johnson in un ufficio pieno di pannelli di vetro, che bisogno c’era di accelerare i movimenti? C’è una Rockbottom a Statham attraverso un tavolo di cristallo: hai compiuto la meraviglia di aver reso funzionale alla rissa la finisher di The Rock provocando orgasmi ai MILLIONS AND MILLIONS (cit.), perché far girare la macchina da presa sottosopra così non si capisce una mazza?

Di tutti i posti dove potevi mettere il tuo punto di vista per inquadrare il catfight tra Ronda Rousey e Michelle Rodriguez, è proprio necessario scegliere lo schienale di un divano che si ribalta? Sarà che preferivo il paradigma di Justin Lin, quello per cui all’aumentare dell’azione le inquadrature restavano sempre più dritte, ma l’intervento di James Wan, dove si vede, oscilla tra il ridondante e il fastidioso.

Infine, c’è il fatto che F&F8 si farà, perché questo sta andando benissimo (è il quarto esordio al box office della storia): il timore che a furia di ingrandire i film si arrivi all’assurdo – sì, più assurdo di auto paracadutate sull’Azerbaigian – è dietro l’angolo. Anche se la cosa più assurda sarà che mancherà Paul Walker.

Fast & Furious 7 – IMDB – Wikipedia

Luca Traversa
Passa sull’internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

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This article was written on 16 Apr 2015, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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