Roadmap to Venezia 72: guida folle ai film della mostra


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Istruzioni per l’uso. Poiché vi si citano ben 27 film, questo pezzo è venuto scandalosamente lungo: qui sotto, dunque, trovate una sorta di sommarietto utile per orientarsi. Ho cercato di dirvi cose che non avete letto altrove. Quindi forse puttanate, forse no.

Sommario

  • Film nei quali non ci sono scene raccapriccianti e sanguinolente: L’hermine – Heart of a dog – Lolo – Janis – 11 Minutes – Francofonia
  • Film che grondano tristezza e pessimismo nei confronti della vita ma che vale la pena vedere: Black Mass – Monsters of no Nation – Abluka – Equals
  • Film sul conflitto israelo-palestinese, Israele, la Shoa: Rabin, the last days – Mountain – Remember
  • Reparto Italia: Sangue del mio sangue – L’attesa – Per amor vostro – Bagnoli Jungle – La prima luce – Gli uomini di questa città io non lo conosco – Non essere cattivo – A bigger splash
  • I premiati: Desde Allà – El Clan – Anomalisa (e Krigen)
  • Il mio personale Leone d’Oro: Behemoth
  • Il film più brutto della Mostra: The Endless River

 

Una delle prime cose che la Marta, l’altra Folle presente al Lido, mi ha detto quando ci siamo finalmente trovate è stata: «Ma come sono seri questi film!» In effetti sì. Ultimamente se presenti una commedia a un festival rischi di fare la figura del povero coglione. A meno, naturalmente, di chiamarti Peter Bogdanovich, e allora puoi presentare un film frivolo come fece lui l’anno scorso con She’s Funny That Way. Rasségnati, in ogni caso, al fatto che tutti disquisiranno su quanto sia politico il tuo gesto.

In questa panoplia di tragedie che è stata Venezia 72, vado dunque a elencare innanzitutto i film nei quali non ci sono scene raccapriccianti e sanguinolente:

L’hermine, Christian Vincent. Classica commedia francese come sanno fare loro, con tutti gli ingredienti giusti, le dosi giuste, le facce giuste e un irresistibile Fabrice Luchini che, difatti, ha vinto la Coppa Volpi.
Heart of a dog, Laurie Anderson. Dedicato al cane della coppia Anderson-Reed, ma in realtà a Lou Reed, ma in realtà alla perdita e al lutto. Ho avuto la sensazione che questo film – sorta di stream of consciousness / diario personale multimediale – sia la versione evoluta e supportata da talento artistico di ciò che tutti noi produrremo e pubblicheremo tra qualche anno grazie a una qualche app di Facebook.
Lolo, Julie Delpy. Julie Delpy ha un eccezionale talento comico che spesso i registi e il pubblico hanno faticato a riconoscerle in virtù del suo viso angelico. E quindi lei ha giustamente cominciato a scrivere e dirigere i film che le piacciono, commedie ça va sans dire, nelle quali le scene di gruppo sono le più divertenti.
Janis, Amy Berg. Doc su Janis Joplin che ho apprezzato solo parzialmente perché ho trovato un po’ insistente il riferimento ai complessi di inferiorità per il suo aspetto fisico. Poi Janis comincia a cantare e il film diventa bellissimo.
11 Minutes, Jerzy Skolimowski. Avete presente quando sulla vostra camicia bianca di bucato notate una minuscola, impercettibile macchiolina? E la bagnate per eliminarla, e cominciate a strofinarla, e la macchia si ingrandisce? E allora la insaponate ma intorno alla macchia, che non accenna a diminuire, si forma un alone chiaro, e la macchia diventa grande quanto un uovo all’occhio di bue? Ecco. Il film di Skolimowski racconta una vicenda analoga. Geniale.
Francofonia, Aleksandr Sokurov. Bellissima storia vera sul Louvre raccontata alla Sokurov.

 

NEJE7L5SSEuuNN_1_bA eccezione di questi e pochissimi altri titoli e dei documentari sul cinema (sempre bellissimi, anche se pare ch’io abbia perso il migliore di tutti ovvero quello su Toshiro Mifune), il festival ha raccontato quasi solo storie pese.
Eccovi dunque un elenco dei film che grondano tristezza e pessimismo nei confronti della vita ma che vale la pena vedere.

Black Mass, Scott Cooper. Se mai ce ne fosse ancora il bisogno, Black Mass sancisce l’esigenza di inserire il Gangster anni ’70 tra i generi cinematografici classici. Solo una cosa non mi trova d’accordo con quanto probabilmente avrete già letto del film e di Johhny Depp. Tutti hanno scritto che Depp è tornato alle grandi interpretazioni di un tempo. Secondo me è vero in parte perché anche in questo film è ricorso a un pesantissimo trucco che l’ha plasticato più di Donatella Versace. Mi riferisco soprattutto alle lenti a contatto azzurre che, se erano un mezzo per rendere più freddo il suo sguardo, mi sembra siano uno stratagemma un po’ loffio (nella foto sopra).
Beasts of no Nation, Cary Fukunaga. Per quei pochi che non lo sapessero, Fukunaga è il regista del primo True Detective. Il film era attesissimo e lui ha giocato la carta giusta. Beasts of no Nation è un film di fiction ambientato in Nigeria (o Paese analogo), e la storia è quella di un ragazzino che, rimasto solo a causa di una guerra civile, cerca di cavarsela aderendo a un gruppo di combattenti. L’idea di una fiction in luoghi nei quali si girano sempre solo documentari mi ha esaltato a priori. Fukunaga, peraltro, non è nuovo a questo tipo di esperimento: nel 2009 ha girato Sin Nombre su una ragazza honduregna. La domanda da porsi di fronte a un film di questo tipo è una sola: è più efficace un documentario (inevitabilmente) fictionato o una fiction (inevitabilmente) documentariata? Beasts of no Nation mi è sembrato un film cauto che non ha risposto in modo univoco alla domanda. Ma lo apprezzo per il solo fatto di averla posta.
Abluka, Emin Alper. Turco, uno dei migliori film in concorso ma anche uno dei più tetri e inquietanti. È un allucinato racconto ambientato in una Istanbul che sembra sotto assedio. Echi da cinema espressionista tedesco, cani, morti, persecuzioni, paranoia.
Equals, Drake Doremus. Qui mi gioco la reputazione. Ma amo abbastanza giocarmela ed è per questo, credo, che sono single. Insomma, a me è piaciuto… È abbastanza simile – e abbastanza inferiore – a The Island di Michael Bay (sì, il film che Scarlett Johansson ha ripudiato), ma ho apprezzato il modo in cui la sottrazione di tutte le emozioni abbia caricato di emotività e di tenerezza gli incontri tra i due protagonisti.

 

mountain_3A un certo punto ho pensato che poteva essere l’anno di Amos Gitai che, ricordiamolo, sforna un film all’anno e non ha mai vinto granché. Stavolta ha portato al Lido un film-inchiesta sull’assassinio di Rabin (Rabin, the last day), molto bello e soprattutto molto spiazzante perché ascoltare oggi un discorso di Rabin è qualcosa di molto più vicino al cinema che alla realtà. Sarebbe stato un premio provocatoriamente cinematografico.
Ho pensato che poteva essere l’anno di Gitai anche perché il conflitto israelo-palestinese, Israele, la Shoa sono stati oggetto di svariati altri film. Il tema non manca mai a Venezia come altrove (ricòrdovi che il Grand Prix di Cannes 2015 è andato a Il figlio di Saul di Làszlò Nemes). Ma quest’anno erano davvero tanti. A cominciare da Mountain di Yaelle Kayam (nella foto sopra) che mi ha ricordato La sposa promessa di Rama Burshtein di un paio di anni fa: anche la protagonista di Mountain è una donna ebrea ortodossa schiacciata dagli obblighi della tradizione.
E poi bisogna menzionare Remember di Atom Egoyan che alcuni (non io) avevano candidato alla vittoria: non è mai bello tagliuzzare i film («l’inizio è bello, ma poi si ammoscia», «bisognava tagliare quei venti minuti» e così via) ma questo è uno di quei casi nei quali il finale manda tutto in vacca.

 

23284-A_Bigger_Splash_-____Jack_English1Reparto Italia. Direi che la prestazione della compagine azzurra è stata più che buona. Come si confà ai migliori critici, vado a dare i numeri.

Sangue del mio sangue, Marco Bellocchio, 8½. L’argomento del film è, come sempre in Bellocchio, la libertà, e il film stesso è realizzato in totale libertà creativa, di scrittura e di generi. In formissima, bellissimo, giovanissimo, Bellocchio ormai se ne sbatte il batacchio di tutto. L’auspicio è, ovviamente, che nel prossimo film se ne sbatta ancora di più.
L’attesa, Piero Messina, 5. Molto atteso, il film di Messina, braccio destro di Sorrentino, non concede all’attesa alcun tempo: inizia in tromba con immagini solenni e iconiche che, senza alcuna suspence, obbligano lo spettatore a un surplus emozionale non supportato dal contesto. Insomma, pompa i volumi fin da subito, cosa che ho trovato fastidiosa. Ma le due protagoniste sono splendide. Chevvelodicoaffà.
Per amor vostro, Giuseppe Gaudino, 6½. È il film per il quale Valeria Golino ha vinto la Coppa Volpi sancendo, se mai ci fosse necessità, di essere la vera erede della Magnani e della Loren come Grande Madre d’Italia. Qualcuno storcerà il naso di fronte a questa definizione ma la verità è questa: la Golino è una fottuta regina.
Bagnoli Jungle, Antonio Capuano, 7½. Nella compagine italiana, il terzetto napoletano composto da Gaudino, Capuano e Marra, ha giocato un ruolo fondamentale ed è immensa la mia gioia nel vedere che il cinema napoletano è vivo. Il film di Capuano è semplicemente bellissimo ma ancora più bello è stato ascoltarlo mentre spiegava il suo metodo di lavoro estemporaneo. Bellocchio non era presente in sala ma credo che avrebbe molto apprezzato.
La prima luce, Vincenzo Marra, 6. Ambientato a Bari e non a Napoli in omaggio al protagonista, Riccardo Scamarcio, è il meno bello dei tre perché mi è parso troppo focalizzato sul proprio tema e mai capace di elevarsi a un livello superiore di astrazione. Eppure tiene ben saldi alla poltrona, non solo in virtù di un sempre misurato Scamarcio.
Gli uomini di questa città io non lo conosco, Franco Maresco, 7½. Stupendo documentario su Franco Scaldati, che raccontando la sua Palermo sventurata ha inventato un nuovo genere di teatro grottesco. Anche in relazione ai film napoletani, pensavo a che eccezionale serbatoio di storie di vita e di arte sia il nostro Sud. Un serbatoio che è un altro patrimonio da valorizzare insieme a un numero infinito di siti archeologici abbandonati, di monumenti storici decadenti ecc. ecc. ecc.
Non essere cattivo, Claudio Caligari, 8. Ci sono stati, nel corso del Festival, alcuni momenti molto italiani, molto nostri. Il più commovente è stato la proiezione di Non essere cattivo, che ho avuto la fortuna di vedere in Sala Grande, con il cast presente. Mi piacerebbe tantissimo conoscere certe dinamiche dei festival. Per esempio vorrei capire come, in alcuni casi, viene effettuata la scelta dei film in concorso a discapito di quelli fuori concorso. Certamente 5 film italiani in gara sarebbero stati troppi perciò se Non essere cattivo è arrivato dopo gli altri era necessariamente condannato a restare fuori. Però se fosse stato in concorso forse sarebbe andato a premio.
A bigger splash, Luca Guadagnino 7. Mi gioco la reputazione / 2. Anche Guadagnino, il più fischiato del Lido, mi è piaciuto. Sono una fan delle sue atmosfere, e ho apprezzato il racconto di questo mondo rarefatto e perfetto che va in frantumi sotto la pressione delle passioni più sanguigne (nella foto sopra).


El-Clan-700x396I premiati.
Amici. Che cosa posso dirvi… Al di là della giusta legittimazione del cinema sudamericano, da Alfonso Cuarón mi aspettavo un verdetto più “cinematografico”. Desde Allà di Lorenzo Vigas è un film medio che racconta una storia simile a quella di un film in concorso due anni fa nella sezione Orizzonti e che mi era piaciuto di più (Eastern Boys di Robin Campillo). Non lo sto sconsigliando: è un bel film con una storia intensa e ben condotta dal regista, ottimi interpreti ecc. ecc. Non credo ci si possa pentire di aver pagato il biglietto a meno di non aspettarsi un capolavoro. Ma ha il difetto di essere un film decisamente rassicurante, nonostante sia ambientato in un quartieraccio di Caracas…
Un po’ più destabilizzante (e un po’ più bello) è il film premiato con il Leone d’Argento, l’argentino El Clan di Pablo Trapero (nella foto sopra), di cui non vi racconto nulla se non che è basato su una storia vera successa alla fine della dittatura.
L’altro grande premiato è Anomalisa di Charlie Kaufman. Premessa: Kaufman mi piace moderatamente… sostanzialmente perché è smodato e rischia ogni volta di diventare la caricatura di se stesso. Stavolta mi è piaciuto. Trovo, anzi, che sia stato fin timido nello sfruttare il digitale.
Non ho visto il premiato della sezione Orizzonti. Io tifavo per il danese Krigen di Tobias Lindholm. I danesi sono un popolo felice e dunque ancora in grado di porsi quesiti etici puri e disinteressati (tipo Socrate ad Atene, diciamo). Uno di questi dilemmi etici è quello che muove il film, nel quale un militare in missione in Afghanistan cerca di gestire i suoi uomini e il proprio dovere nel modo più umano e “gentile” possibile, ma ugualmente si impantana in un vespaio orrendo.

 

20532-Behemoth_4-700x430Il mio personale Leone d’Oro va a un film che andrebbe visto al cinema: Behemoth di Liang Zhao (nella foto sopra). È cinese. E non solo: è il distillato del meglio del cinema cinese. Quello in cui ogni singola inquadratura è un’opera d’arte. Mi sono chiesta spesso come ci riescano. La risposta che mi sono data è «D’oh». Fatto sta che, come già gli americani, tollero l’esistenza dei cinesi sostanzialmente in virtù del loro cinema. Questo film è in realtà un documentario sulle condizioni di lavoro dei minatori del Sichuan. E questo mi ha fatto sovvenire alla mente una domanda che mi pongo di frequente: è corretto restituire immagini bellissime di luoghi e/o accadimenti atroci? È una polemica che emerse particolarmente vivace diversi anni fa con Viaggio a Kandahar in cui – ricordate? – si vedevano schiere di donne con il burqa colorate e belle come un arcobaleno. Per me la risposta è ovviamente: sì, è corretto.

E infine una doverosa menzione al film più brutto della Mostra: in concorso, sudafricano, è The Endless River di Oliver Hermanus. Al termine della proiezione, tutta la sala fischiava e qualcuno nelle prime file urlava «Incompetenti!», mentre il mio vicino di sedia ripeteva come un mantra: «Signori, eccoci alla Mostra internazionale dell’arte cinematografica!» Il film, di disarmante bruttezza, apre con musica roboante e titoli di testa tipici dei grandi melodrammi americani in cinemascope degli anni Cinquanta. E poi racconta una sgangheratissima storia di razzismo, disuguaglianze e pregiudizi (da cui, credo, l’aggancio con i mélo alla Douglas Sirk). Sarà stato anche brutto, ma difficilmente te lo scordi.

Mostra internazionale dell’arte cinematografica

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 04 Ott 2015, and is filled under Le storie del cine, Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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