Festival Scope100: ancora un riassuntone folle


Tra la Place de la République e il Canal Saint Martin, a Parigi, c’è, tra i vari ristoranti e bar, una libreria/caffetteria dove il cinema, specie quello d’autore, la fa da padrone: Potemkine. Oltre a vendere DVD e libri sul cinema, a servire caffè e limonate e a organizzare incontri con registi, Potemkine è attiva anche come distributore di film nelle sale ed editore di DVD, con oltre 200 titoli all’attivo, tra cui le filmografie integrali di Werner Herzog ed Eric Rohmer. Date le premesse, non credo che vi stiate domandando per quale motivo seguo la loro pagina Facebook.
Proprio attraverso la pagina Facebook di Potemkine sono venuto a conoscenza, verso ottobre, del Festival Scope100. Scope100 è una sorta di festival cinematografico online, giunto alla sua terza edizione. Un certo numero di film indipendenti, già passati nel circuito dei festival ma non ancora distribuiti, viene selezionato e caricato sul sito FestivalScope. A 10 distributori indipendenti in 10 paesi europei* viene dato l’incarico di scegliere una giuria di 100 persone, che devono visionare i film “in concorso”, ed esprimere la propria preferenza. Il distributore si impegna poi a far uscire in sala il film risultato vincente.
Il distributore scelto per la Francia è stato proprio Potemkine, che sulla sua pagina Facebook ha avviato la selezione della giuria, tramite un piccolo questionario da riempire e inviare. L’ho riempito e inviato. E qualche tempo dopo, ho scoperto di essere stato selezionato. E così, a dicembre, ho avuto un mese di tempo per vedere e giudicare sette film, in anteprima. E in anteprima (sebbene con un po’ di ritardo) ne parlo anche a voi Folli.

*Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Belgio, Norvegia, Ungheria, Svezia, Portogallo, Lituania, Francia. Assente (ma va?) l’Italia.

Inizio dai film che mi hanno convinto di meno. In limbo, del francese Antoine Viviani, è un documentario sulle prospettive della memoria digitale, narrato dalla voce fuori campo della scrittrice Nancy Huston. Presentato come “saggio documentario” o come “racconto filosofico”, In limbo è un film di sicuro interesse per la tematica di cui tratta (la progressiva digitalizzazione della nostra memoria) e per alcune interviste che propone, ad esempio quella a uno dei padri fondatori di Internet. La forma è molto ambiziosa, ma a mio modo di vedere abbastanza affaticante: il punto di vista è quello di uno spirito, di un’identità completamente smaterializzata, che si risveglia dopo la morte del corpo in un monumentale data center, unica attività rimasta sulla Terra. Vagabondando in questa enorme macchina, la voce incontra i vari personaggi intervistati, tutti smaterializzati. Se le immagini sono a volte affascinanti, quest’immaginario cyber-punk alla lunga stanca un po’ e sembra un po’ ripetitivo.

Quando viene la fregola…

Un altro film che ha rappresentato per me una delusione è Wild, di Nicolette Krebitz, già presentato al Sundance Film Festival. [Forse ho un problema personale con i film che portano questo titolo]. In questo film un’impiegata di una società di consulenza informatica, solitaria, spesso ridotta a mansioni tipo servire caffè al capo o a fargli da autista, con il nonno morente in ospedale e una sorella più vivace che intrattiene rapporti tempestosi con fidanzati di dubbia educazione, si fa ossessionare dall’avvistamento di un lupo in un parco. Gli dà cocciutamente la caccia, e lo tiene poi in casa, dove il lupo diventa suo amante. Dopo una colluttazione tra il lupo e il capo sul tetto della casa di lei, i due scappano insieme, con lei che diventa sempre più selvatica. Il processo di allupamento della protagonista è progressivo: inizia con lei che non va più al lavoro o non si lava più, per finire con lei che ‘a’ s’ la sfrài contr’ i fittòn (in realtà, contro il corrimano di diversi piani del suo palazzo, appena dopo aver copulato con il lupo), oppure seduce gli impiegati delle pulizie, si fa scopare sulla scrivania dal suo boss, ma poi gli defeca sulla sua scrivania e gli dà fuoco all’ufficio. Questo iter è costellato di momenti talmente assurdi da sfidare a volte la nostra pazienza di spettatori. Il messaggio è fin troppo chiaro, fin troppo didascalico: l’attrazione per una vita selvatica e istintiva come via di fuga da una vita piena di meschinità, solitudine, incomprensione, umiliazioni. Un vaffanculo al lavoro, alla famiglia, al patriarcato, alle feste aziendali, ma anziché con Grillo, con Lupo.

Ben più convincenti gli altri film selezionati. Qualcuno di voi più fortunelli avrà forse già visto Home, della belga Fien Troch, presentato a Venezia dove ha ottenuto il Premio Orizzonti per la regia. Il film conferma l’attenzione del cinema belga recente per delle figure di outsider (penso ai sublimi film di Bouli Lanners, come Eldorado o Les géants, ma anche ai più recenti Belgica o Les Ardennes). Home segue le storie di alcuni adolescenti problematici, tra cui Kevin, un ragazzo un po’ troppo incline a menare le mani, da poco uscito dal riformatorio, e che è costretto a vivere a casa di una zia, e John, succube di una madre esigente, severa, ingombrante, che abusa anche sessualmente di lui. Lo sguardo empatico verso questi ragazzi complessi, a volte caciaroni, volgari, irritanti, ma anche molto fragili, è accompagnato da una regia elegante e dinamica, che sa ben integrare anche i formati prediletti dai protagonisti del film, ovvero le riprese da telefonino. Gli adulti non ne escono affatto bene.


I rapporti familiari, sia degli adulti coi ragazzi, che dei ragazzi tra di loro, sono la tematica centrale di Brothers, della norvegese Aslaug Holm, documentario già premiato in diversi festival mondiali. In otto anni di riprese, Aslaug registra la quotidianità dei suoi figli, Markus, fanatico (come il padre) di calcio e, in seguito, della musica rock, e Lukas, il minore, più recalcitrante e inquieto, un po’ schiacciato dalla presenza ingombrante del fratellone e del padre, un allenatore locale di calcio che vorrebbe fare dei suoi figli delle star del calcio. I rapporti tra i due fratelli, tra padre e figli, e tra i figli e una madre un po’ stramba, costantemente con la telecamera in mano, emergono sullo schermo con grande naturalezza, i momenti di litigio e incomprensione tanto quelli di affetto. Forse i momenti meno convincenti sono quelli un po’ ingenui in cui la voce fuori campo della regista si interroga sul senso della vita, sovrapponendosi alle pure immagini, che da sole bastano a coinvolgere la testa e il cuore dello spettatore. Le immagini sono del resto splendide: una fotografia incantevole che sa farsi forza degli scenari naturali norvegesi, che possono essere tanto idilliaci quanto minacciosi. Molto bello anche il montaggio.

Tutt’altro genere di film è Remainder, del regista israeliano Omer Fast, anche se, a ben vedere, anch’esso ha come tema principale la memoria, ma in un modo ben diverso. Tra i sette film di Scope100 è forse quello che più di tutti mi aspetterei di vedere in una sala cinematografica normale, quello più adatto al grande pubblico. Tratto da un romanzo best-seller, Remainder di Tom McCarthy (pubblicato in Italia col titolo di Déjà-vu dalla casa editrice ISBN), il film segue le vicende di un uomo senza nome dopo un terribile incidente: una scatola nera caduta dal cielo gli piove in testa, lasciandolo in coma per diverso tempo. Ripresosi, dopo mesi di riabilitazione, l’uomo fa fatica a ricostruire la sua vita, ha perso la memoria, ma guadagnato moltissimi milioni, grazie a un accordo legale con cui ottiene un compenso di 8 milioni e mezzo di sterline. Poi inizia ad avere dei potentissimi déjà-vu, da cui resta ossessionato: decide di assoldare una squadra di attori per ripetere infinite volte questi suoi déjà-vu, per cercare di ricordare esattamente da dove arrivano quei lampi di memoria. Dapprima si tratta di azioni anodine della vita quotidiana viste da una finestra; poi però il déjà-vu più potente risulta quello di una rapina in banca, che l’uomo fa interpretare parossisticamente in maniera sempre più realistica. Il thriller intriga, e la sua struttura in loop ricorda un po’ alcune delle cose di Nolan (da Following a Memento, a Inception). L’attore protagonista, Tom Sturridge, offre un’ottima prova, molto intensa. I personaggi secondari, tuttavia, sono un po’ abbozzati, e il film appare nei suoi 97 minuti un po’ troppo stringato, quasi buttato via.

I due film migliori vengono dallo stesso paese, la Polonia. The last family, di Jan P. Matuszynski, è uno splendido film sul pittore surrealista Zdzislaw Beksinski, e sulla sua famiglia, tra cui il nevrotico figlio Tomasz, autolesionista e costantemente preda di pensieri suicidi, che avrà una carriera da apprezzato DJ alla radio nonché traduttore di film (in particolare, è stato il traduttore polacco dei Monty Python). Il film è girato come un documentario, con una camera che è incredibilmente a suo agio in spazi ristretti e a volte ristrettissimi, a filmare un microcosmo sull’orlo della claustrofobia, confinato in due appartamenti nello stesso palazzone di Varsavia. Il film gioca molto sui contrasti: quello tra la vita ordinaria di padre di famiglia di Zdzislaw Beksinski (interpretato da un bravissimo Andrzej Seweryn, premiato a Locarno per la sua interpretazione) e la sua arte inquieta e inquietante; quello tra la pacatezza del padre dall’ironia caustica e la sovreccitazioni del figlio soggetto a emozioni e reazioni violente. Il film riesce a catturare gli alti e bassi di questa famiglia disfunzionale e molto artistica con estrema compostezza, variando anche con i formati e la grana delle immagini dal momento in cui Beksinski padre prende a filmare costantemente con una videocamera ogni singolo momento della vita quotidiana, dalla timidezza della moglie alle sfuriate violente del figlio, fino alla morte dei suoi. Un voyeurismo che giustifica quello dello stesso biopic, specie di questo così intimo.


L’altro film polacco che ho avuto la possibilità di vedere è quello che considero il migliore del lotto: Demon, di Marcin Wrona. La trama potrebbe essere riassunta molto brevemente: in un piccolo e sperduto villaggio in Polonia, un inglese (l’attore israeliano Itay Tiran) arriva per sposarsi con una polacca. Per amore di lei, è disposto a diventare polacco a tutti gli effetti, parla polacco, si fa chiamare Piotr, fa del suo meglio per essere uno della famiglia, diventa amico del cognato, beve shottini su shottini di vodka. Durante la festa di matrimonio, lo sposo viene posseduto da un dybbuk: nella tradizione ebraica, lo spirito di un morto che tormenta i vivi, prendendo possesso dei loro corpi. Si tratta del demone di una donna ebrea uccisa durante la Shoah e vissuta nello stesso villaggio. A metà tra l’horror e il film fantastico, Demon è molto di più, è al tempo stesso anche una commedia nera e un film drammatico, che attraverso una serie di simboli (la battaglia per il controllo di una scavatrice, gli scheletri sepolti nel giardino, la vecchia magione fatiscente, il cambio di nome e di lingua, il ponte distrutto in guerra e mai ricostruito, la pioggia torrenziale persistente, il fango) affonda le mani in un passato torbido, inquietante. Le nuove generazioni (il povero Piotr che si fa possedere, ma anche la sua bella moglie che vede il marito posseduto dal dybbuk) ne fanno le spese, incolpevoli; le vecchie generazioni appaiono ben più ambigue, con un patriarca tutto intento a nascondere ciò che sta avvenendo, un dottore alcolista di nascosto, un prete che casca del pero e non vede l’ora di tornarsene a casa. Il vecchio professore ebreo è l’unico flebile legame che rimane tra la nuova Polonia e il mondo dello shtetl andato completamente perduto, che può sopravvivere solo nella memoria, e nella riapparizione di spettri che hanno sbagliato epoca. Là dove la vodka scorre a fiumi e si balla scatenati per festeggiare le nozze, c’era un tempo la sinagoga. Percorrendo in auto le vie del villaggio attuale, la mappa mentale del vecchio professore sa ricostruire le vite spezzate di tanti anni prima, tra cui proprio quella della giovane donna, tornata come dybbuk, perdutamente innamorata di quello che doveva probabilmente essere un avo di Piotr.

Se Ida si interrogava sulle responsabilità individuali delle enormi tragedie del passato della Polonia, in Demon c’è qualcosa di più opprimente, che gratta la superficie della commedia nera e dà i brividi: un senso di ineluttabilità, la coscienza di camminare, letteralmente, su campi di cadaveri pronti a riemergere in ogni momento. E, diversamente dai film di genere, nessun esorcismo risulta possibile, nemmeno pensabile. Wrona restituisce tutto questo fin troppo bene, il suo film è riuscitissimo, ma questo profondo senso drammatico deve averlo perseguitato ben oltre l’espressione artistica: nel settembre 2015, mentre il film era in concorso in un festival di una cittadina polacca, il regista, a poco più di 40 anni, si è impiccato nella sua stanza d’albergo. Secondo la stampa, la sua biografia personale non è estranea al dramma: nato in una città in cui il 50% della popolazione fu sterminato durante l’Olocausto, Wrona era figlio di un padre violento, esorcista cattolico. Tra demoni personali e demoni della storia, Demon è un film infestato, divertente quanto un Kusturica in gran forma, intelligente come un film dei Coen, che non ha paura di affrontare di petto tutto il fango che una pioggia torrenziale può provocare. Mai quanto per questa occasione, il detto sposa bagnata sposa fortunata non è per niente vero.

Post Scriptum
Dopo aver scritto l’articolo, ho ricevuto una nuova e-mail da Potemkine, che annunciava il responso finale del festival. Il film risultato vincitore in Francia è The last family. Secondi ex-aequo Demon e Brothers.

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell'Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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