Buon Natale dagli 88 Folli con i nostri film prefe


1919023_10207501071939256_8153649056215281325_n

Mi è rimasto lo zampone con le lenticchie sullo stomaco, porca merda

Ciao amici del sito di cine che non c’era. Vi vogliamo augurare Buon Natale raccontandovi i nostri film natalizi preferiti e rendervi partecipi degli aneddoti personali legati a essi. Sappiamo che non vedevate l’ora esattamente come non vedete l’ora che i vostri parenti vi rompano le palle con le domande più imbarazzanti e inopportune mentre cercate consolazione nel torrone morbido. Beh buone feste e non sclerate troppo in famiglia senno fate la fine  delle coronarie di Kylo Ren.

muppet

Ci dev’essere stato un qualche trauma durante la mia infanzia di cui non ho memoria. E mica solo uno, potrebbero rispondere amici e parenti. Un qualcosa che tutte le volte che guardo un film in cui ci sono pupazzi colorati che si muovono allegramente a ritmo di musica provocano in me reazioni emozionali piuttosto discutibili. Come un riflesso condizionato degno del miglior cane di Pavlov. Davvero, non me lo so spiegare come diceva un noto cantante italiano.
E considerando che i Muppets hanno realizzato un film per ogni festività, avvenimento, cambiamento climatico o diversità delle condizioni di traffico nei giorni di circolazione alterna targhe pari e dispari, ho deciso di rivedere uno dei classici della mia infanzia. Uno di quelli che mi riporta alle mattine di quando ero giovane, di quando aspettavo che il robusto uomo vestito di rosso mi portasse i regali mangiando i miei biscotti e il mio latte.
Maledetto, grasso uomo grasso. Sto parlando di Festa in casa Muppet, ennesima pellicola in cui viene messo in scena il canto di Natale di Charles Dickens. Che grande novità, eh. Ma nelle vostre versioni preferite di questo classico ci sono canzoncine commoventi e soprattutto un Michael Caine che si diletta in non troppo spettacolari coreografie? Ecco, allora pensateci due volte prima di parlare di nuovo. The Muppets Christmas Carol, in originale, segna un tentativo di ritorno ai bei tempi che furono per il cast di pupazzoni colorati: a otto anni dall’ultimo film e a poco meno dall’ultima serie tv decente, i Muppets riprendono in mano una storia vista e stravista, e stra letta, riuscendo in un mezzo miracolo.
In un’ora e diciassette minuti portano a casa un bellissimo film natalizio pieno di buoni sentimenti ed emozioni dal gran ritmo e con tante belle canzoni che santo cielo come mi piacciono le canzoni dei Muppets roba da stringiamoci forte e cantiamo insieme. E quindi tutti i nostri (miei) amici preferiti prendono posto in una delle (mie) storie natalizie preferite di sempre: Kermit la rana, a questo giro sprovvisto di banjo che nell’Inghilterra di Dickens pare non fosse ancora così popolare, è un impiegato del terribile Scrooge, interpretato da un fantastico Michael Caine perfettamente e semplicemente in parte, imbarazzato solo durante qualche passo di danza assieme al Fantasma del Natale presente.
Ma si sorride e si va avanti, vieni qui Michael Caine, tranquillo, fatti abbracciare, il numero musicale è finito dai. Poi un Gonzo in formissima nella parte di Dickens stesso che, assieme a Rizzo il ratto, regala continuamente agli spettatori sketch meta-narrativi intervallati da cadute da finestre-scale-qualcosa basta che sia alto. Lo spazio c’è per tutti, per alcuni purtroppo poco, ma è bello rivederli anche solo per qualche secondo, emozionante come ritrovare un vecchio amico ancora in forma dopo tanto tempo.
Alla fine, Festa in casa Muppet dura poco, è estremamente natalizio e ci sono tante belle canzoncine di quelle con le campanelle che fanno atmosfera. Ovvero tutto quello che serve per un Natale perfetto e che non potete trovare solo in un cd di Michael Buble. E sì, alla canzone del figlioletto-ranocchio di Kermit mi sono venuti gli occhi lucidi. Stupide emozioni.

Giacomo – The Muppets Christmas Carol

 

una-poltrona-per-due

Artwork di Riccardo Fano

Per me non può esistere Natale se non lo condisco con l’immagine del salmone che fa ciao ciao dal costume di Santa Claus indossato da Winthorpe. Sono pressoché certa di aver visto per la prima volta Una poltrona per due su Italia Uno.
Se uno ci pensa bene nella fascia anni 80 e anni 90 (tra l’altro trovo tipo inaccettabile che ci sia gente nata in quegli anni, tra millennials e nativi digitali mi sento circondata da troppo giovanilismo) dicevo, Italia Uno e i Bellissimi di Rete4 sono stati una fucina di scoperte per i cinefili.
Mi ricordo di essermi sentita subito rapita dal mix di perfidia dei fratelli Mortimer e Randolph. Due ricchissimi vegliardi che scommettevano sullo scambio di ruoli tra Eddie Murphy imbroglione on the street e Dan Aykroyd petulante broker che guadagna mucchi di dollaroni.
Mi ricordo le tettone di Jamie Lee Curtis, il costume da gorilla rifilato al faccendiere, le previsioni sul consumo di bacon e succo d’arancia. Ma soprattutto è stato amore a prima vista per Coleman, il maggiordomo. Poche parole, black humor e uno spessore caratteriale enorme. Non c’è una cosa che non funziona in Trading Places.
Si gioca con gli estremi e tutto torna incastrandosi a meraviglia. Ogni volta che lo rivedo recito le battute, rido, mi arrabbio coi protagonisti. Mi hanno (e continuano) sempre preso le storie dove chi viene umiliato e subisce un’ingiustizia si riscatta. La scena finale dove i due vecchiacci capiscono che i raggirati gliel’hanno fatta pagare salatissima rimane una delle mie preferite in assoluto anche se l’ho vista cento volte. Tiè, stronzi maledetti che cercate sempre di metterla nel didietro alla gggente.

Daniela – Una poltrona per due

 

img6

Cosa serve in un film natalizio? L’albero di Natale? Le canzoni a tema? I pupazzi di Babbo Natale? I pacchi regalo? La festa per celebrare il periodo?
Die Hard ha tutto questo.
Cosa serve, ancora? Amore familiare? Persone che si vogliono bene? Persone che si vogliono bene, hanno litigato e fanno pace? Persone che non si conoscono, si incontrano e, alla fine della pellicola, si vogliono bene?
Die Hard ha anche questo.
Per la verità, Die Hard è uno dei film più natalizi di sempre. Parla di un uomo che lotta per riconquistare la propria moglie, il suo amore, per tornare a essere una famiglia felice.
Poi sì, certo, quell’uomo è Bruce Willis, che interpreta il poliziotto newyorkese John McClane, rimasto intrappolato all’interno del Nakatomi Building, a Los Angeles, dove un gruppo di terroristi ha preso in ostaggio i presenti, reclamando la liberazione di presunti combattenti per la libertà tenuti imprigionati in giro per il mondo, ma in realtà con l’intenzione di rapinare i consistenti caveau del palazzo.
Ovvio, sì, è vero, McClane si fa strada a suoni di proiettili, a piedi nudi, in canottiera, costretto a lottare per la propria vita e per quella dei suoi cari, circondato da una serie di comprimari che, come lui, sono tutte persone comuni che si sono trovate intrappolate in qualcosa di più grande di loro (Argyle, l’autista di limousine che si ritrova chiuso nel parcheggio sotterraneo, il sergente Powell, il poliziotto di ronda che viene, suo malgrado, attirato in zona pericolo, Ellis, lo yuppie che cerca di farsi strada a parole).
Indubbiamente, credo, Frank Capra non avrebbe accettato battute tipo “Yippee ki yay, pezzo di merda” o la scena in cui John veste il cadavere del suo primo terrorista come Babbo Natale e gli scrive sulla maglietta “Now I have a machine gun. Oh oh oh!”, ma sono sicuro che la lezione di fondo del film (sì, a volte ci possiamo allontanare, ma se siamo veramente innamorati e se siamo capaci di far trasparire il nostro amore, possiamo ancora restare vicino alle persone che amiamo) gli sarebbe piaciuta molto.
Die Hard lancerà l’inevitabile sfilza di sequel, di cui solo un altro, però, sarà ambientato a Natale. Creerà il personaggio per cui Bruce Willis, più di tutti, verrà conosciuto. Si porterà avanti per cinque – quasi sei – capitoli, alcuni più stanchi di altri. Ma quando si torna alla radice, al primo di tutti, e Argyle dice, sorridendo, “se questi festeggiano così il Natale, figuriamoci il Capodanno” e parte Vaughn Monroe che canta Let it snow! Let it snow! Let it snow!, ti ritrovi lì, sorridente, tipo un Tiny Tim che ha lanciato le stampelle per impugnare delle pistole.
Die Hard è uno dei film più natalizi di sempre, ragazzi. Buone feste e yeppe ki yay, pezzi di merda.

Fabrizio – Die Hard

 

tumblr_nvki947gVE1rc0yuao1_500

Strange, isn’t it? Each man’s life touches so many other lives. When he isn’t around he leaves an awful hole, doesn’t he?”
Sarebbe già tutto qui. Potremmo fermarci, rileggere queste due righe e andare a mangiare il panettone contenti.
La Vita è Meravigliosa è probabilmente il mio film preferito in assoluto: non è un amore di infanzia, l’ho scoperto da (quasi) vecchio, ma non esiste alcuna possibilità, in questo o in un altro universo, che non mi metta a piangere come una vite tagliata durante il finale.
È un film talmente diverso da quelli a cui sono abituato che mi risulta alieno, misterioso: a parte che i personaggi non nascono con una storia alle spalle che ha bisogno di essere completata in futuri episodi (*cough cough JJ, dico a te*), la Vita è Meravigliosa si prende il suo tempo per portare George Bailey davanti a noi, per costruire pian piano la vita di un uomo normale e le innumerevoli conseguenze che la sua stessa esistenza ha sul resto delle persone che lo circondano. George Bailey è un effetto farfalla della bontà, un insieme di piccole azioni che migliorano la vita di centinaia di altri individui.
Quando lo vedo disperato al bar del suo amico Martini soffro sinceramente per lui. Non è immedesimazione, coinvolgimento o altro: è perché in quel momento gli voglio bene. Bene come a un amico fraterno, come a un parente, come a un uomo buono a cui non augureresti mai delle sfortune. Sarà anche perché ha la faccia di Jimmy Stewart, sarà forse perché si vede che Frank Capra vuole bene lui stesso alla storia e ai suoi personaggi, sarà perché l’angelo di terza categoria Clarence fa un miracolo per mostrarcene uno più grande: che non è vero che un uomo solo può cambiare il mondo. Un uomo solo l’ha già cambiato, per lo stesso fatto di averlo abitato.
“Remember, George: no man is a failure who has friends. Thanks for the wings! Love, Clarence”
Come dicevo, bastava questo. Passate quel panettone, via.

Luca – La vita è meravigliosa

 

6282_5

Esistono tre tipi di canzoni di Natale: quelle pop, che sono la maggior parte, quelle sacre e quelle gospel, le mie preferite. Ognuna ha la sua funzione, ognuna dovrebbe occupare una parte di un’ipotetica playlist natalizia da far andare in loop dall’otto dicembre al sei gennaio. E poi esiste Oh happy day, che tecnicamente fa parte del terzo gruppo, ma moralmente no: vale per tutti, è il crossover delle canzoni natalizie.
Non è un caso che in Sister Act 2 – quello dove Whoopi Goldberg, ormai benvoluta dal Padre Eterno, fa di nuovo finta di essere una suora per aiutare una classe di ragazzi socialmente disagiati nelle vesti di insegnante di musica, quello dove c’è Lauryn Hill poco prima che diventasse Lauryn Hill, per intenderci – il momento di Oh happy day è il momento catartico del film.
È un po’ come il pranzo del 25, con tutti riuniti, ognuno al suo posto, quando si compiono i riti che si ripetono ogni anno. Avremmo voluto che qualcuno ci dicesse di rilassarci, di fare un respiro profondo, di cantare: sarebbe bastata una volta. E invece ci facciamo avanti titubanti, ogni anno in un modo peggiore e, davvero, ci sarebbe servito qualcuno accanto a darci la nota giusta.
Oh happy day arriva presto, rispetto al finale del film, ma è il momento in cui noi tutti, figli, nipoti, nonni, zii assonnati, padri e madri, ci risvegliamo: dopo la seconda strofa del «la la la la la», Jamal con un acuto arrivato fino in fondo sorprende il Natale, in un certo senso lo chiama. Dopo quella nota niente è più lo stesso, il torrone che stiamo addentando improvvisamente è più morbido, il panettone è meno freddo, le lasagne sono digerite, gli struffoli sono inondati della giusta quantità di miele. E avviene il miracolo: il Natale passa. Non a caso ho sempre pensato, da piccola, che Oh happy day si riferisse al Capodanno, ma in effetti non sapevo le parole, battevo solo le mani a tempo.

l’ Elena – Sister Act 2: Back in the habit (Più svitata che mai)

 

f_2915

Gli ingredienti di un film di natale di solito sono sempre gli stessi: una storia strappalacrime a buon fine, buoni sentimenti ritrovati, famiglie riunite. Jimmy Grimble forse non risulterà così tanto “natalizio” per molti, ma riesce in un modo perfetto a inserirsi nel filone senza per forza essere banale. Jimmy Grimble è una fiaba vecchio stampo, una favola che riesce a farmi tornare bambino. Non è facile trovare film del genere che riescano a mantenere intatta la spontaneità di un racconto così “semplice”. Forse è questo che mi piace, in fondo. Nulla è totalmente impossibile in questo racconto di formazione. Veniamo alla storia: Jimmy è un ragazzino delle elementari, bullizzato e gracile, figlio di una coppia separata in cui la madre è sempre al lavoro o persa dietro qualche uomo sbagliato. Solo una “strega” gli tende la mano, regalandogli un paio di scarpini magici appartenuti a un vecchio campione del Manchester city (ben prima dei fasti arabi e delle scorribande balotelliane), squadra che Jimmy ama e che rappresenta l’anima della città intera, quella dal cuore proletario e dal tifo unito e solidale. Ci sono un po’ tutti gli elementi classici che servono per essere un perfetto film di natale ma che, allo stesso tempo, non scade troppo nell’ovvio e che non è troppo costruito e artificiale. Se avete voglia di una fiaba e avete qualche ragazzino a casa, sarà un film un po’ meno scontato da fargli vedere.

Jacopo – There’s Only One Jimmy Grimble

 

dvd_grem

Sono nato nel 1982 e quindi sono stato bambino negli anni di affermazione della televisione commerciale in Italia. Nel mio Natale audiovisivo, quello dei ricordi di bambino, ci sono soprattutto vecchie pubblicità: Bauli, Tartufone, Bistefani, Coca Cola con il coro Vorrei cantare insieme a voi, e tutto quell’immaginario che popola i canali YouTube dei nostalgici a vario titolo degli anni ’80.A questa presenza invadente, per fortuna esisteva anche un rimedio: il videoregistratore. La mia è stata un’infanzia napoletana, e nel mio cuore di scugnizzo ancora devoto a Maradona c’è un posto per due grandi classici del Natale partenopeo. Non sempre le televisioni li programmavano, ma in TUTTE le case di tutti i parenti che io posso ricordare, c’era la possibilità di prendere il VHS (rigorosamente pirata) e di vedere insieme gli sketch della Smorfia (e in particolar modo quello celeberrimo dell’Annunciazione), e Natale in casa Cupiello, che tornava in voga infallibilmente a partire dall’8 dicembre, quando tutti erano intenti a preparare ingegnosi e grandi presepi, senza mancare poi di chiedere a parenti e amici “Te piace ‘o presepio?”.
Insomma, il Natale era sia tradizione che modernità, nelle nostre case dominate dal piccolo schermo. La televisione lasciata accesa sempre, con qualsiasi cosa i canali commerciali avessero deciso, con le novità proposte dalla società dei consumi in cui eravamo completamente immersi, ma anche il teatro (e il cabaret) da vedere per nostra scelta personale. Ma qui restiamo in tema televisione e teatro, mentre questo è un blog di cinema. Parliamo allora di cinema.
Non so in che anno la Fininvest iniziò a mandare in onda Una poltrona per due a ogni Natale. Se vado col ricordo indietro nel tempo, mi sembra che ci sia sempre stato, e se non a Natale, almeno a Capodanno. Se devo pensare a un film di Natale, istintivamente per me è questo; a fargli un minimo di concorrenza potrebbe esserci, forse, il Canto di Natale di Topolino. E anche quello è del 1983. Ma dato che di Una poltrona per due ne parla già la nostra magnifica madreh Daniela, ho cercato di pensare a dei film di Natale diversi da proporre qui. Ce ne sono due in particolare a cui sono affezionato, e che per me rappresentano epoche diverse della mia vita. Eppure, anche quelli, mi rinviano direttamente agli anni ’80, come se il Natale non potesse essere che quello di quegli anni lì: uno è un film del 1982, l’altro è del 1984.
Iniziamo con quello dell’82, che è anche il mio anno di nascita. Si tratta di un film che ho scoperto qualche anno fa (nel 2008, credo), e che quindi fa parte della mia terza o quarta vita, quella da emigrato in Francia. Ed è in effetti un film francese, credo assolutamente sconosciuto in Italia, ma di culto in Francia. Il titolo, Le père Noël est une ordure, si può tradurre in qualche modo come Babbo Natale è uno stronzo. Si tratta di una commedia teatrale riadattata per il cinema, in cui diversi personaggi uno più surreale dell’altro si ritrovano in una serie di situazioni assurde durante la vigilia di Natale. Dalla scena d’apertura con il Babbo Natale che fa l’uomo-sandwich per un locale di spogliarelli di Pigalle e picchia il bambino che gli tira la barba per poi fuggire rubando oggetti a caso dalle bancarelle che incontra, fino alla scena finale in cui i protagonisti vanno a lanciare macabri regali impacchettati alle bestie feroci dello zoo di Vincennes, il film è un’apoteosi di follia natalizia, tra il grottesco e il demenziale. Quale donna non vorrebbe ispirare il bucolico quadro che Pierre regala a Thèrese? Con il suo francese gergale, sporco, talvolta velocissimo, questo film è stato anche un banco di prova per capire a che livello fosse la mia comprensione della lingua. Non credo sia mai stato doppiato in italiano, e forse molte battute sono intraducibili.
L’altro film di Natale a cui sono affezionato, invece, mi riporta indietro alla mia infanzia, ai primi anni in cui avevo la televisione in camera e la guardavo insieme a mio fratello: si tratta infatti di Gremlins. Come film di Natale, ammettiamolo, è atipico, dato che parla di un’invasione di mostriciattoli che mettono a ferro e fuoco una cittadina tranquilla, ammazzando anche delle persone. Eppure, c’è moltissimo dell’immaginario natalizio classico: dalle note di Christmas (Baby please come home) di Darlene Love sui titoli di testa (una delle canzoni di Natale definitive), all’immaginario oleografico del Natale americano, con la neve e gli spazzaneve, gli abeti, l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze, i regali da comprare, le luminarie, i negozi di giocattoli e dolciumi, la mamma in cucina che prepara i biscotti di Natale, eccetera. Una cosa alla Peanuts, insomma. Il terzetto Joe Dante (regia) – Chris Columbus (sceneggiatura) – Steven Spielberg (produzione) però sembra provare un piacere sadico nello smantellare tutto questo, e nel far irrompere scenari di fantascienza e horror nel più classico Natale americano. Che poi, a ben vedere, è davvero un Merry Christmas, quello degli abitanti di Kingston Falls?
C’è lo spazzaneve, un veterano della Seconda Guerra Mondiale, ossessionato dagli stranieri e dai gremlins che sabotano le macchine, mezzo pazzo e alcolizzato. Kate, la bella e brava ragazza acqua e sapone, si ritrova immersa nel dolore della morte assurda del padre, durante un Natale di un decennio prima. Quasi tutti gli abitanti sembrano indebitati con la signora Deagle, una sorta di Crudelia Demon strozzina. All’inizio del film c’è persino una donna con due bambini che non ha idea di come finire il mese e comprare da mangiare. Il ragazzino cinese che porta il signor Peltzer nel negozio d’antiquariato sa bene che la sua famiglia ha bisogno di soldi, e venderà il mogwai nonostante il parere contrario del nonno. Lo stesso signor Peltzer per sbarcare il lunario deve cercare di vendere le sue invenzioni strampalate e malfunzionanti a gente che abborda per strada, e passa la viglia di Natale lontano dalla famiglia, a una convention in cui sa già che non riuscirà a piazzare nulla. L’arroganza dello yuppismo si fa largo anche tra i giovani, e il coetaneo collega di banca ritiene chiaramente Billy un fallito. I poliziotti sono stolidi e avvinazzati. Insomma, il Natale felice sembra soprattutto una facciata in anni di recessione e impoverimento, uno sforzo della volontà per ancorarsi a buoni sentimenti bagnati di nostalgia.
Ecco, i Gremlins arrivano direttamente da quel passato. Quello dei film di fantascienza degli anni Cinquanta, così amati da Joe Dante, e che Billy guarda in televisione, insieme a Gizmo. Gizmo, ecco, è il volto perfetto del Natale felice, il cucciolotto innocuo e gentile, pacioso, affettuoso, puccioso. Ma è da lui che proliferano poi immondi mostri. Quei gremlins che ossessionavano i combattenti della Seconda Guerra Mondiale.
La cosa che più di tutte in Gremlins sorprende è l’equilibrio perfetto che si trova tra il film di Natale, il film d’orrore fantascientifico e la commedia. I Gremlins sono dispettosi e cattivi, ma la loro esuberanza ha un che di incantevole. Quando entrano loro in scena, il film sospende l’azione narrativa e diventa uno spettacolo grand-guignol, una fantasia allucinatoria grottesca. E così in un film di Natale si possono infilare scene in cui degli esseri viventi vengono fatti esplodere in un micro-onde o maciullati in una centrifuga. Le scene in cui fanno gazzarra al bar devastando il locale come degli hooligan ubriachi o in cui guardano Biancaneve al cinema ce li rendono simpatici. In fondo il loro intervento nel film, se si vuole, fa avverare una fantasticheria ben poco natalizia: l’avvento di qualcuno o qualcosa che porti l’anarchia in quel mondo falsamente tranquillo, portando uno sconvolgimento temporaneo dopo il quale tutti possono ritrovarsi più uniti. La signora Deagle muore, e la sua uccisione è un atto volontario da parte dei Gremlins: non è questo un insperato per quanto macabro regalo di Natale per la famiglia Peltzer e per tutta Kingston Falls, l’avveramento di un inconfessabile desiderio natalizio? Il pericolo portato dai Gremlins fa anche crescere Billy, che salva la madre, sconfigge quei mostri che potrebbero far benissimo parte dei fumetti che disegna o dei vecchi film di fantascienza che guarda, e finalmente bacia Kate.
Quando guardavo Gremlins da bambino rimanevo impressionato dalle battute finali del film, quelle in cui si dice di fare attenzione se la lavatrice o la televisione non funzionano, perché potrebbero essere state sabotate dai Gremlins. Fortunatamente le luci dell’albero di Natale rimanevano accese di notte, calde, colorate, rassicuranti. Anche quello era Natale, potersi perdere nella vertigine di fantasticherie orrorifiche-fantascientiche, con la certezza di sentirsi poi al sicuro.
In mezzo a tanti film degli anni ’80, vorrei dedicare un breve pensiero a un film scoperto quest’anno nei cinema del Quartiere Latino, dove ci sono retrospettive di tutti i tipi, e che data invece del 1961. Si tratta di una commedia spagnola dal formidabile umorismo nero: Placido, di Luis Garcia Berlanga. Un Natale particolare, quello del protagonista, Placido, un povero diavolo che accetta qualsiasi lavoretto per poter avere i soldi con cui pagare l’ultima rata, in scadenza, del suo furgoncino. Su quel furgoncino dovrà scarrozzare mezzo paese, in grande fermento per l’iniziativa caritatevole di Natale, per la quale le grandi famiglie benestanti locali devono invitare a cena un povero, prendersene cura in questa speciale occasione. Un quadretto caustico contro le ipocrisie borghesi in cui il Natale è il pretesto per una commedia succosa e feroce, un perfetto film natalizio “alternativo”. Se non lo avete mai visto, tra un Miracolo sulla 34a strada e un The family man, fatevi un regalo e scoprite questo gioiello natalizio.

MarianzGremlins (+ Le père Noël est une ordure + Placido)

 

homealone_kevinsaw_scream

Macaulay Culkin adulto è un concetto che la mente non considera. Dopo tanta fatica per imparare a scrivere e pronunciare il suo nome, è sparito dalle nostre vite, per poi riapparire saltuariamente come paradigma di bambino prodigio finito male, con cari saluti a Lindsay Lohan, come testimone al processo di Michael Jackson, come figura spettrale che poco assomiglia alla ghost face da urlo di Munch sulla locandina di Mamma, Ho Perso L’Aereo. Non che noi siamo invecchiati meglio, sia chiaro, ma certe immagini è meglio custodirle nella memoria e non sottoporle alla prova del tempo.
In un mondo parallelo, sono sicuro che Kevin McCallister la pensi come me. Nel 2015, svegliatosi un’anonima mattina di dicembre ripensa a quel weekend di più di venticinque anni fa, quando difese il focolare domestico, impose la propria personalità e soprattutto si scoprì voce di una generazione che, viziata dal benessere dei primi anni ’90, esigeva di essere ascoltata dal mondo adulto senza apparente giustificazione. Sorride, Kevin, pensando a come quel momento di gioia fu anche l’inizio del declino.
Dopo solo un paio d’anni infatti arrivò la diagnosi: tendenze psicopatiche con deficit di rimorso e segni di precoce sadismo. I segnali c’erano tutti: il terrore inferto a un onesto fattorino, l’assenza di empatia e senso di colpa, il ripetersi degli stessi schemi a distanza di anni nell’ossessiva certezza di essere nel giusto. Certo, il trauma di essere preso di mira da una coppia di topi di appartamento a una così tenera influì pesantemente sulla crescita dell’individuo ma, come disse il primo psichiatra che ebbe Kevin in cura, è come se quell’esperienza avesse svegliato una bestia dormiente.
Non è un caso che pochi mesi fa un gruppo di investigatori ipotizzò come Kevin fosse la mente dietro alle sadiche opere di Saw, l’enigmista. Anche lui voleva riparare i torti, ma non era più una commedia, non c’era più un lieto fine. Harry e Marv sono usciti di carcere, hanno scontato la pena, stanno riprendendo in mano la propria vita. Prova a rivederli, Kevin, loro si sono pentiti. E tu?
Ma è Natale, scacciamo i brutti pensieri e concentriamoci su quella notte di venticinque anni fa.
Custodisci quel ricordo, Kevin, il ricordo di quel film per famiglie che divenne pornografia del potere per i nati negli anni ’80, l’effetto esilarante di quell’avventura, che insegnò a Hollywood che il futuro al cinema era dei bambini e dei franchise, e che convinse tutti noi che potevamo sentirci superiori a chiunque, non importa l’età o l’esperienza, anni prima dell’internet e dei social network.
Custodisci quel ricordo, la tua famiglia ti vuole ancora bene, anche quel genio di sorella che disse “tu sei quello che i francesi chiamano les incompétents”.
Custodisci quel ricordo, perché non sei più solo a casa. E sei in una no-fly list.

Benji – Home Alone, Mamma Ho Perso L’Aereo

 

Il-piccolo-Lord-01
“26 dicembre, SkyCinema”, recita l’annuale sms di mia madre, che in famiglia ha lo stesso valore messianico di “Tu, Maria, concepirai un figlio”. È il messaggio laconico con cui l’Araldo mi comunica il passaggio in televisione del mio film di Natale: Il Piccolo Lord.
Non è esattamente un film di Natale (se per film di Natale intendiamo Una Poltrona per Due, Love Actually, La vita è meravigliosa o… vabbè, sono sicuro che avete capito), ma lo è per me. Non so bene cosa sia successo, negli anni, per arrivare a considerare Il Piccolo Lord il mio film natalizio per eccellenza, quello senza il quale “non è Natale”; forse è stata solo l’insistenza delle reti televisive che si sono ostinate a trasmetterlo nei giorni delle feste. O magari la sua patina fiabesca, da libro per ragazzi tipicamente novecentesco, ma in ogni caso è andata così.
Non è Natale senza Il Piccolo Lord.
La storia la sapete tutti, voglio credere: il piccolo Cedric “Ceddie” Errol (Rick Schroder, 24), una specie di scugnizzo newyorkese orfano di padre (tipo Nino D’angelo, ma con una minore, seppure presente, sgradevole attitudine al canto), è in realtà l’unico erede della nobile casata di Dorincourt (il perfetto caschetto da fante di coppe avrebbe dovuto sollevare qualche sospetto, ma Ceddie ha sette anni e ancora non se n’è accorto). Alla morte dello zio, si vede dunque costretto a trasferirsi nella Vecchia Inghilterra e prendere il suo posto nel maniero del nonno, attuale Conte di Dorincourt (sir Alec Guinness, devo davvero citare un suo film famoso??), da cui dovrà imparare modi e costumi di un vero Pari d’Inghilterra. Il vecchio, misantropo e conservatore, dopo un’iniziale resistenza non potrà resistere all’invero fastidiosissima natura buona e generosa del piccolo Lord Fauntleroy. Questi, a sua volta, riuscirà a insegnare qualcosa di umanamente decente al vecchio conte, rendendolo più amato dai suoi fittavoli e sottoposti vari (“Parassiti, come Higgins: preferiscono vivere di carità invece che di onesto lavoro”).
La storia è didascalica, non serve che ve lo dica. Nel conflitto tra la generosità naif del ragazzo e l’austera dignità conservatrice del nonno si rispecchia lo scontro tra la giovane civiltà americana e l’anciènt regime dell’aristocrazia inglese, in perenne, inesorabile declino ma ancora aggrappata a un mondo di etichette e tradizioni impossibili da abbandonare.
“Sì, ma cheppalle”, direte voi.
Vabbè, è un libro per ragazzi del 1888, quello di Frances H. Burnett (Il Giardino Segreto) da cui è tratto il film. Provate a mettervi nei panni di un bambino che, ogni anno a Natale, guarda questo film e spera ardentemente, ogni giorno, che un avvocato suoni alla porta recando la stessa notizia (“Ciao, Leonardo, sei l’erede universale di un ricco conte inglese”. Ve lo immaginate? Io sinceramente non mi sono ancora arreso).
Per gli amanti della cosa, c’è anche un notevole plot twist, che si risolve in maniera molto soddisfacente (questa cosa dei “cattivi” sistemati per le feste mi lascia sempre molto contento, sono un ragazzo semplice).
Che altro dire? È una storia che, nella sua precisa ambientazione storica, paradossalmente sembra non risentire troppo del tempo, è una storia innocente, delicata, da bambini.
Che poi è tutto ciò di cui ho bisogno – personalmente – a Natale.
(Se poi il vostro film di Natale è tipo… boh… Die Hard, fateve ‘na domanda)
p.s.: Mia madre non ha sky. Io nemmeno. Questo per farvi capire il livello di attaccamento a questo film.
p.p.s.: Sì, trent’anni dopo il giovane Lord Fanutleroy è direttore delle operazioni sul campo del Giorno 6 in 24. Evidentemente il casato è andata in rovina

Leonardo Leonardi – Little Lord Fanutleroy

Gli 88 Folli
Volevamo scrivere nella bio qualcosa di originale, ironico e un po' solare ma poi s'aveva qualcosa di meglio da fare tipo il culo ai laureandi in cinematografia.

2 Comments

  1. Utente anonimo
    dicembre 24, 2015

    A me più che altro mi piace “Una poltrona per due” e quando ero un giovanetto lo sapevo battuta per battuta, a memoria col mio cugino che lo guardavamo sempre.
    Tale onore era stato riservato solo a “Il secondo tragico Fantozzi” tanto per rendervi l’idea, eh.
    Che possiate trascorrere un sereno Natale, voi e le vostre famiglie.

    • Daniela Elle
      dicembre 28, 2015
      Daniela Elle

      Grazie Pieghino!

Lascia un commento