Fottuti film di natale: una guida ragionata


Finalmente arriva il Natale.

Tutti corrono nelle loro casette polverose e in disordine, fanno scorta di sigarette e whisky e si stravaccano sul divano. Soli, al buio, fumano come ciminiere e si ubriacano maledicendo la vita traditrice e infame.

Ok, forse non tutti.

Ok, forse solo io.

Ma non sarò mica l’unico a odiare il Natale: le ragioni sono di dominio pubblico, tutti le sanno, pure il prete che ogni anno cerca di sconfiggere la strenua difesa del mio eremo per conquistarlo e benedirlo, nonostante io insista a battere il mio bastone in terra e ad affermare: tu non puoi passare!

Ok, ho appena rivisto Il Signore degli Anelli, non facciamone un dramma. Il vero dramma sono ben altri film che mi tocca vedere. A Natale.

Dopo i bellissimi di Rete4, eccoci al dunque: i fottutissimi di Natale. Gli immancabili, i riciclatissimi, chiamateli come volete, puntualissimi come le bollette, film del periodo natalizio! Bruciassero all’inferno tutti.

Da piccoli era bello e rassicurante assaggiare la magia che già sentivi che stava tornando per le vie della città. Ritrovarla nel Miracolo nella 34a strada, quel film che parla di un vecchio ciccione qualunque che va a fare un lavoro qualunque come quello di Babbo Natale dei magazzini e lo rende eccezionale e unico… e grazie al cazzo, è Babbo Natale! Mica uno scimmione ammansito dal vil danaro!

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No, cioè, volevo dire, era bello, madonna che bellissimo, sapere che in realtà il tizio qualunque era Babbo Natale! Ma non gli credono e lo vogliono mettere in un manicomio, MA COME MINIMO, no, volevo dire, ma non ci riescono e la Magia trionfa, e Babbo Natale vince, stupidi mortali come avete osato, pagherete per aver sfidato un’Entità Immortale come Babbo Natale. Ok, sto un po’ divagando, ma il concetto è quello: l’ultramondano che irrompe nel mondano.

Proprio quello che manca per tutto il resto dell’anno. Perché a Natale c’è di più. E la conferma entra da quell’unica finestra verso mondi diversi dal nostro: la televisione che trasmette chiassosa gente che balla e canta mentre i nazisti stanno per trucidare un intero popolo e a mettere a ferro e fuoco il mondo! La magia esiste perché basta stare Tutti insieme appassionatamente.

E così ogni anno torna il freddo, le luminarie in centro e tornano i film di Natale: dimmi cosa danno alla tele e ti dirò che giorno è.  Una certezza, una scintilla sicura che accende l’atmosfera. Ogni anno sempre lì, sempre i soliti.

Ogni anno. Anno dopo anno.

Sempre i soliti.

Ogni. Stramaledetto. Anno.

Niente è cambiato. Ora sono qui che spengo una cicca nel posacenere, la bottiglia piange, devo alzarmi a prenderne un’altra, passo davanti alla tele, la accendo… Ma bene! Che novità! Chi se l’aspettava? Avevo proprio voglia incontrare di nuovo quella faccia da bipolare in astinenza da litio di James Stewart!

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Calza a pennello. La vita è meravigliosa.

Puoi dirlo forte, fratello, una meravigliosa rottura. Di palle. Dell’albero, via, rimaniamo in tema.

A dispetto della visione spettrale e straniante di Capra,  il film non poteva non diventare un appuntamento fisso di Natale. L’angelo custode sfigato evita che il protagonista ultrasfigato (mi sono sempre chiesto come il buon Stewart abbia potuto mai girare film western… cioè, i cowboys sono dei duri, non hanno quella faccia da garzone del lattaio, quel corpo da attaccapanni, ma ok, non divaghiamo) si tolga di mezzo per sempre (se l’angelo avesse tardato dieci minuti ce l’avremmo fatta), e in più gli insegna che non è un essere inutile, anzi, che nessuno lo è. Non provarci nemmeno a immaginare che, se fosse capitato a te, la prima cosa che avresti detto all’angelo sarebbe stata: e TU chi CAZZO saresti, ADESSO? Minchia che sbocco mi hai fatto prendere… Che vuoi? Cosa? Scusa ma chi te l’ha chiesto? Ma levati, vai va’, che  ora ho un impegno cioé ubriacarmi e bestemmiare in pace, ok? Piuttosto, se proprio devi, aiutami a cercare il whisky, cazzo l’avevo messo qui tra i cd dei Rotting Christ…

E meno male che non ho beccato quel biondino americano là, che riesce a rimbambire Obi-Wan Kenobi e a diventare il suo nipote preferito, ma ti rendi conto? Rincitrullire uno Jedi? Non esiste. Vabbe’, sto parlando del Piccolo Lord, altro film gettonato, dove un giovane, Rick Schroder, con le sue buone maniere da borghesuccio americano ammansisce un algido e crudele Conte interpretato da Alec Guinness-Obi-Wan. Il quale non lo affetta manco una volta con la spada laser. Maledetto Natale. Anche la Forza, riesce a disturbare.

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Poi ogni anno ne aggiungono di nuovi, certo, ci provano a non triturare troppo il marone già anchilosato, ma non ce n’è: la cinematografia campa sui film di Natale, farne uno che entra a far parte della batteria de “Gli Stravistisssimi di Canale 5″ è vincere un terno al lotto.

Ma cos’è che fa decidere la fottuta programmazione natalizia?

Cosa spinge il dito adunco e lebbroso dell’oscuro dirigente tivvù a inserire un titolo nella lista nera, facendo sì che un film normale diventi la rogna che non riesci a grattarti via manco sparandoti una 24 ore di Bergman?

La prima ipotesi: sceglieranno favole con quel mix di qualunquismo e buoni sentimenti che ci piace tanto riassaporare a Natale.

Che dire di Sette spose per sette fratelli? Buoni sentimenti, lieto fine, tutto si aggiusta, in alto i cuori, c’è tutto quel che serve per vincere il bigliettone per la prima serata. C’è questa famiglia di trogloditi di campagna i quali, invece di persistere nel giustissimo isolamento sociale in cui gravitano, decidono di partecipare alla festa del paese della Merdaville adiacente alla fattoria. Lì conoscono sette giovin donzelle e per soddisfare le proprie erezioni incontrollabili, invece di perpetrare la tradizione del rapporto consanguineo come ogni buona famiglia dell’Oregon che si rispetti, le rapiscono. Bene: non vengono manco cacciati, imprigionati e impiccati alla sana maniera del West, ma bensì tutti si sposano innamorati e contraccambiati. Che simbolo eclatante della vittoria dell’amore. O forse della brutalità bovara, egoistica e interventista, ma non stiamo a sottilizzare: cantano, suonano, ballano da dio tutti quanti, in quel film, (sì, contadini e boscaioli che ballano come Fred Astaire e Gene Kelly, e allora? È l’America, baby) quindi tutto ok.

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Che poi, diciamocelo: ma che è tutta questa energia? Lavorate in una fottuta fattoria 24/7 o no? E allora va’ te cocca sient’ammè, che tuttta st’adrenalina è francamente indecente per un povero nerd che stenta a tenere gli occhi aperti dopo 8 ore di ufficio. È solo un musical, per dio, mica un film di supereroi Marvel.

Poi c’è l’intramontabile Willy Wonka, che cerca di distrarti con l’impalcatura immaginifica della fabbrica, i fiumi di cioccolato (non mi freghi, bozo, manco fosse birra), la sottile e meno sottile crudeltà del Willy, lo schiavismo di esseri come gli oompa loompa, le lotte nella cioccolata di donnine nude, ehm, dicevo, tutta una manfrina fantastica messa lì per sviare dal fatto che la storia non è altro che una stucchevole tirata sulla rettitudine morale, quella casereccia che piace tanto agli americani, e che trovi sempre nell’uomo, o bambino, medio americano, insieme al normale desiderio di frustare il proprio personale schiavo in catene.

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Hai voglia a fare della faccia da schiaffi di Gene Wilder un meme dei più detestabili, caro il mio Wonka rimani quel che sei: l’icona del capitalista integerrimo che piuttosto tortura ed elimina dei bambini, pur di premiare la miglior pecora del gregge con il passaggio di consegne. Adesso, forse ho stiracchiato un po’ il concetto di “icona”, ma ci siamo capiti: se fai il bravo ti do la caramella, anzi, la fabbrica intera. Il sogno americano si tramanda in eredità.

Ma ecco che arriva Il Grinch!

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Saranno anche le troppe sigarette, ma uno ci spera: taci che il mito del Natale in cui tutti sono più buoni ora verrà corroso e reso una carogna putrida da quel figlio di puttana verde, peloso e avido come un… un arrampicatore sociale! E invece no. Anche il buon Jim Carrey, con la sua maschera grottesca e vendicativa, non ce la fa. Riesce solo a far rimpiangere The Mask, quello sì che era un bastardo amorale senza alcuna ragione, mica un povero cucciolo di goblin umiliato che diventa il Grinch ma poi, una carezzina qui, un predicozzo là, eccolo che torna quel cuore d’oro che tutti abbiamo e che ci batte dentro. Quando, soprattutto? A Natale, bravi riposta esatta!

Ci sono anche tonnellate di cartoni animati. Quelli sono forse gli unici film che sfuggono alla regola della scelta moralistica. Natale è la festa dei bambini, cazzo, li ingozziamo di cartoni animati fino a tramortirli. Facile. Non importa se sono brutti (i bambini, oltre ai film) e, dopo una ventina di Natali di seguito, sorpassati peggio di un Commodore Vic 20. Ma a furia di rivederlo anche un film come Le dodici fatiche di Asterix, senza nessuna pretesa di insegnare niente, ma con velleità di puro divertimento e qualche frecciatina didascalica qui e là alle falle del “sistema” (tipo la burocrazia), diventa un pistolotto devastante.

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Io adoravo i fumetti di Goscinny e Uderzo, vedere questo film ha incrinato tutto il mio amore. Ora il mio cuore sanguina e, si sa, sangue chiama sangue. A niente vale la consapevolezza che non è tratto da uno dei Sacri Fumetti Originali, ma è l’unico con una storia creata apposta per il film e pure da Goscinny e Uderzo stessi! Niente. Qui Asterix, che già di suo non è certo il personaggio più simpatico dell’universo, porcaputtana se non si sopporta. Ti vien voglia di stipargli il colon di fottute pozioni. Vince sempre. Con quella voce querula. Sempre. Riesce a farti parteggiare per un Cesare odiatissimo nei fumetti. Vince di forza, d’astuzia, d’intelligenza, di buon senso, ma chi sei? Babbo Natale? Ah già.

Poi però spunta Parenti serpenti. E qui l’ipotesi iniziale si sgretola e viene sepolta da polvere di calcinacci.

Ok, ho rovesciato il posacenere.

Chi avrebbe mai il cuore di trasmettere INTENZIONALMENTE un film del genere sotto Natale? Buoni sentimenti ‘sta fava stiappona. Perché qui, il Santissimo Natale è smascherato: una sordida parodia dei rapporti tra famigliari con l’unica ragion d’esistere che è l’opportunità di ottenere qualcosa, fosse solo il modo di bloccare il presente così com’è, non avere sorprese di sorta. Ci siamo visti, abbiamo mangiato, ora torniamo alla nostra vita di sempre e non disturbate più per un anno.

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Appena qualcuno rompe questo meccanismo, appena i veri bisogni umani fanno breccia mandando all’aria il copione prestabilito, il mondo esplode.

Ora, che film di Natale sarebbe questo? Al limite lo programmerei ai Morti. Ma non importa, è uno di quelli che ha vinto la lotteria del film fissi a Natale, e si godrà la sua fortuna. O la sua dannazione eterna.

Perché pensa a Bill Murray. O a Dan Aykroyd. Attori che hanno girato ben altri cult, vogliamo star qui a ricordarli?

Bene. Niente da fare, Bill Murray verrà ricordato per S.O.S. fantasmi, ennesima minestra riscaldata del Canto di Natale di Dickens, e sorvoliamo senza por tempo in mezzo sulla novella originale.

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Cioè, si ride eh? Graffia pure, sembra quasi sul punto di farcela… Ma dopo la terza volta che lo vedi, gli vorresti mettere un flusso su per il condotto del camino. E vabbe’, se proprio non ce lo ricorderemo per quello (io ad esempio insisto a ricordarlo per la prova eccezionale e la faccia di granito in Lost in translation, piuttosto mi spengo una sigaretta sul braccio per riprendermi dal lavaggio di cervello natalizio, ma tengo duro) sarà comunque condannato al girone dantesco degli attori natalizi per sempre e senza appello.

Così come toccherà a Dan Aykroyd, risucchiato nella memoria di Una poltrona per due e nel meccanismo “ti faccio credere che una cosa è brutta, ma poi, sorpresa!, alla fine non è brutta, bisogna solo usarla con bontà”. La “cosa” è  l’economia capitalistica, che permette la qualunque a chi ha i soldi, ma no da è anche un dono di dio e se lo sfrutti con onestà e rettitudine tutti stanno bene, scompare la povertà e la solitudine, anche se non puoi fare a meno di continuare a guardare Aykroyd e vedere Renato Pozzetto che vaga sotto i ponti di Milano del film Un povero ricco.

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Ho un debole per Pozzetto, lo ammetto, ma scambiarlo per Elwood Blues? No, bastardi NO. Vi stramaledico dannati film natalizi, voi e le vostre esalazioni mefitiche, non mi avrete (e di solito qui faccio partire un porno a ciclo continuo finché non mi svuota la RAM del cervello…). Rimane un film in cui si ride, e bene, eh? Ma al solito, dopo tre volte che senti le medesime battute, ecco l’allucinazione visiva che ti mostra Aykroyd ed Eddie Murphy con il capo posato su un bancone da macellaio e tu che agiti ghignante una mannaia.

Perché alcuni film se lo meritano il Natale. Quel Tutti insieme appassionatamente di cui sopra, ad esempio. Onestamente, che ha quel film di buono? Se la merita la maledizione degli Infiniti Calci in Culo. La domanda che ti sorge vedendolo è sempre una: “cosa c’è? ”Cosa cazzo c’è? Perché vi dimenate così, perché vi innamorate e siete allegri? Cosa c’è che mi sfugge? Siete degli austriaci per dio! E anche se non lo foste, c’è la Germania nazista che vi sta per invadere! Ripigliatevi! Scappate, disperatevi, scopate come non ci fosse un domani, fate qualcosa, per dio. Macché. Silenzio in sala. Attacca maestro: una gallina che fa coccodè, ecco le cose che piacciono a meeee…

MyFavouriteThings

Seriously? Vado a frullarmi la testa nel cesso e torno.

Nessuno dovrebbe girare un film con queste premesse. Tantomeno un musical. Che poi diventerà un cult peggio di Rocky Horror, oltre che un film di Natale. Ma in che mondo, in che mondo?

Basta, mi fermo qui. Di film natalizi ce n’è ancora una cornucopia, ma basta. Mi basta così.

Ho capito: non mi resta che accettare l’amara rivelazione.

Ora so qual è il criterio che promuove un film al rango di Fottuto Film di Natale.

Non c’è. Prendi un titolo qualsiasi, inseriscilo nella programmazione natalizia, lascia passare due anni, e il gioco è fatto: appena lo senti nominare ti spunta un fucile a pompa tra le mani e un supermarket in cui farne buon uso.

Buona visione di Natale!

Leonardo V.
Pur di non parlare di me di solito nei profili metto un calembour, un paradosso, due cazzate in croce e via che me la cavo così. (<— sì, è un paradosso)

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This article was written on 11 Dic 2014, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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