Frank: testone di cartapesta dal cuore malinconico


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Frank è una pietra miliare. Una bussola.

Frank è intriso di tutta quella cultura che negli ultimi anni – facciamo dieci? – ha creato l’inevitabile frattura tra coloro che non vogliono sapere nulla di ciò che accade attorno a sé e commentano  “non capisco quello che stai dicendo/scrivendo/facendo/nontiriconoscopiù” e coloro che sono andati avanti e hanno provato a dare un occhio e tentare di annusare quel che succede in giro.

Succede da sempre che a ruota ogni tre/cinque anni ci sia un ricambio di idee, suggestioni e che tutte queste idee – prima o poi – si raggruppino naturalmente formando qualcosa. Si chiama(va)no punk, grunge, emo, robbosi, paninari, hipster, radical chic quel che volete. E c’è sempre stato qualcuno che non li ha capiti, che li ha derisi e che non ha saputo cogliere la visione di insieme.

Frank vive, respira e crea musica indossando una maschera totem che non gli impedisce di condurre una vita piena e assolutamente, follemente libera. Dovete volermi bene perché al posto di questa frase ci dovrebbe essere la spiega della metafora pirandelliana di uno, nessuno, centomila e invece ringraziatemi che ve l’ho risparmiata.

Il roscio Jon ha ambizioni musicali e il suo passo da impiegato frustrato con velleità artistiche incontra quello della band di Frank, i Soronprfbs. Finiscono in Irlanda (ho avuto i lucciconi, poco altro mi fa venire i lucciconi come l’energia irlandese, questione di imprinting) a registrare musica giorno e notte per realizzare un album.

Jon contribuisce con l’arroganza di chi crede di aver davvero qualcosa da dire, Frank miscela ogni suggestione dei componenti trasformandola in qualcosa di surreale e attraente. Tu pensi mioddio questi prenderanno il treno a 180 all’ora in faccia e si spiaccicheranno nella mestizia. Poi succede sempre qualcosa che li salva dal baratro. Tranne uno, ma doveva andare così sin dal primo fotogramma.

Rimarrebbe tutto tra gli alberi e le pareti di legno dello chalet a riva lago non fosse per il Roscio che invece decide di condividere i momenti più importanti dell’esperienza sui social network. Usa Twitter poi You Tube cominciando l’opera di mistificazione e di scollamento dalla realtà ovattata che Frank allestice nel suo mondo.

Cominciano i problemi: lo scollamento diventa frattura e sul palco della vetrina più importante, un festival musicale indie (madonna quanto mi sento giovane&vecchia a scrivere indie), accade il punto di non ritorno.

Ma Frank è qualcosa di molto più profondo: il testone di cartapesta ti prende per mano e ti porta in un territorio pauroso quanto sconosciuto, raccontando qualcosa di universale e potente e allo stesso tempo così difficile da comprendere.

La piega amara del film è sincera, cruda e senza possibilità di alibi. Tanto che quando Frank canta la sua canzone più malinconica, tu non puoi far altro che ascoltare e tacere.

PS I love you all.

Frank – IMDbWikipedia

Daniela Elle
Apre il suo primo blog di cinema nel 2004. Dopo averci pensato per almeno tre anni, nel 2014 fonda il collettivo cinefilo de Gli88Folli. Giusto per menarla quanto basta ha scritto e pubblicato un sacco di cose che sono arrivate in Cina e in Russia e voi no.

2 Comments

  1. Giuseppe Marino
    dicembre 21, 2014
    Giuseppe Marino

    E una bella riflessione sull’arte, che è poi il filo migliore che si tende fra punk, grunge, emo, ecc. (oddio, paninari non so…). Oggi m’è capitato di leggere “L’atto creativo è già di per sé una negazione della morte. Ne consegue che esso è intrinsecamente ottimista, anche se in ultima analisi l’artista è una figura tragica. Per questo non possono esserci artisti ottimisti e artisti pessimisti. Possono esserci solo il talento e la mediocrità”. I love your wall.

    • Daniela Elle
      dicembre 21, 2014
      Daniela Elle

      Ho scritto paninari proprio perché ci piaccia o meno, è stato anch’esso un movimento che ha espresso, non so bene cosa, ma qualcosa, vedila così. Io voglio molto bene a Frank per tanti motivi soprattutto per quella capacità di prenderti per mano e di portarti in luoghi un po’ paurosi ma umani.

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This article was written on 13 Dic 2014, and is filled under Scuse per parlare di film.

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