Fuocoammare. Lampedusa, cuore del Mediterraneo


fuocoammareSembra esserci, sotto quest’ultimo film di Rosi, una domanda del tipo: «Ma se il mestiere che mi sono scelto è quello del documentarista a che cosa servo se non racconto ciò che la gente non vuole vedere?». Una domanda che presuppone una lieve torsione rispetto a quella che sembrava accompagnare i film precedenti e che suonava più come: «A che cosa servo se non racconto ciò che la gente non può vedere?». Le vite formicolanti intorno al Gra, il narcotrafficante messicano pentito erano storie invisibili – il narcos aveva perfino il volto coperto – diversamente dagli sbarchi a Lampedusa, residuo solido ineliminabile di tutte le contraddizioni dell’Occidente, che avvengono sotto i nostri occhi. Con questa scelta pelosissima, Rosi dimostra coraggio perché un documentario del genere è un tipo di operazione a rischio fishing for compliments e lui, che è un regista onesto, lo sa bene.

Con quel suo ritmo calmo che ormai abbiamo imparato a conoscere, e la telecamera che ogni tanto si volge a guardare l’orizzonte di paesaggi immobili, quasi avesse bisogno lei stessa di tirare fiato, Rosi documenta le spedizioni di soccorso notturno alla drammatica ricerca dei naufraghi in un Mediterraneo nero come la pece, gli stomaci che palpitano di brividi nei corpi in fin di vita, il medico di base di Lampedusa, eroe lontano – lui sì – dagli sguardi del mondo, le preghiere rap intonate dai sopravvissuti nigeriani che omericamente elencano le tappe dell’Odissea vissuta, il campionato di calcio nel centro di accoglienza nel quale le squadre partecipanti sono un elenco dei paesi più martoriati dell’Africa e del Vicino Oriente: Somalia, Siria, Nigeria, Eritrea…

54344_pplFanno da contrappunto gli isolani che, impotenti alla tragedia che si riversa sulle loro coste, vivono senza far menzione di quello che succede, come quei soldati che, tornati dalla Grande Guerra, non volevano parlare di quel che avevano visto. In particolare il contrappunto è offerto da Samuele, un ragazzino che trascorre i pomeriggi a tirare con la fionda e ad arrampicarsi sugli ulivi. Benché sia abbastanza irrequieto e dotato di una certa verve polemica, Samuele ha l’ubbidienza che deriva dal candore e quando il medico gli dice che deve portare gli occhiali con la benda perché ha un occhio pigro (ovvio richiamo al “non voler vedere” di cui sopra), lui si adegua. E quando il padre gli dice che deve esercitarsi a camminare sul pontile per abituare lo stomaco al mal di mare, lui mette da parte la fionda e trascorre solitari pomeriggi a dondolare sul pontile. Perché il suo destino di lampedusano, gli viene spiegato, è diventare pescatore, e Samuele non lo mette in discussione perché, se le cose stanno così, così si deve fare. Allo stesso modo: se arrivano dei disperati sulle tue coste l’unica cosa che devi fare è accoglierli. Semplicemente. Sorreggergli il braccio mentre passano da una barca all’altra, dar loro una coperta termica e del cibo, curarli se sono malati.

(Tra le righe, come già in Sacro Gra, ritroviamo in Fuocoammare un sottile ma appassionato orgoglio patrio. Là si raccontava l’Italia nascosta, quella che lavora o si arrabatta, quella stramba e ironica, quella che comunque è bella, insomma noi. Qui c’è Samuele il contrappuntista che con grande impegno risucchia gli spaghetti.)

Schermata 2016-02-27 alle 13.33.20Il mal di mare: altro punto centrale del film. Il mare non è affatto buono, non è materno, non è amniotico, non protegge un bel niente. Anzi, è respingente, e Samuele lo capisce bene anche quando impara a remare. Ancora una volta si torna ai tempi omerici, quando il mare era un dio dispotico, ancor più di notte quando l’unico mezzo a disposizione per scandagliarlo è un faro minuscolo. Chissà perché mi è venuto in mente un film diversissimo, Sonatine di Takeshi Kitano, ma che ugualmente restituisce l’idea del mare come portatore di un oscuro presagio e dell’isola come boa cui aggrapparsi.

E poi ci sono le figure che Rosi ama raccontare, ovvero i personaggi laterali che entrano ed escono dal film abbozzando schegge di quotidianità: la signora Maria che telefona alla radio locale per dedicare le canzoni al figlio, il cercatore di ricci di mare capace di stare in apnea minuti e minuti. Ombre schizzate e inconcluse sullo sfondo, che qui appaiono come una dichiarazione di impotenza da parte di Rosi. Anche i barconi, in fondo, sarebbero pieni di storie che non è giusto ridurre all’episodio dello sbarco.

Fuocoammare non è, a mio avviso, il più bel film di Rosi anche se piacerà a molta più gente di quanta abbia apprezzato Sacro Gra. È meno ardito dei precedenti e, anche se mescola con sapienza i registri e i generi, qua e là odora di classico (cosa che personalmente mi prende poco). Non è il suo più bel film, ma è senza dubbio il più importante.

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Fuocoammare – IMDbWikipedia

 

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 22 Mar 2016, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?.

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