Fury: la guerra è bella anche se fa male?


(No.)

Un cavaliere si aggira tra le carcasse. Carcasse di uomini, carcasse di blindati, scheletri di alberi morti e freddi. È elegante e impettito nella divisa immacolata e il suo cavallo bianco sembra non sporcarsi col fango del campo di battaglia. Improvvisamente, qualcosa si anima: da uno dei rottami si stacca un pezzo, una figura indistinta piomba sul cavaliere. Un paio di coltellate nel fango e il cavallo è libero di andarsene da solo, lontano da quel cimitero improvvisato.

Sorpresa!

 Titoli di testa.

In nuce, Fury è tutto qui: prende l’epica della guerra, la rotola nel fango, la accoltella, ne tira fuori le budella e gliene spalma in faccia il sangue, le mostra l’impossibilità di mantenere la divisa immacolata – anche metaforicamente – quando le scelte si riducono all’essenziale e poi le dà fuoco. Quello che rimane è un pastone denso e non particolarmente profumato che viene modellato nella forma di cinque uomini, cinque figure senza tempo da film di guerra.

Aprile 1945: gli Alleati sono sbarcati in Normandia e stanno lanciando l’offensiva finale in Germania (qui ricostruita nell’Oxfordshire), mentre le truppe naziste rastrellano villaggio per villaggio, casa per casa, decise a non lasciare nulla di intentato nell’ultima, disperata difesa.

Tra i carri americani che hanno percorso tutta la strada, dal deserto del nord Africa alle spiagge sulla Manica sino alla campagna tedesca, c’è il Fury: un vecchio Sherman M4 pieno di buchi e rattoppi. Come il suo equipaggio: facce sporche e sghere, veterani sbilenchi e induriti abituati a vivere in una cassa di lamiera. Al comando c’è il sergente Don “Wardaddy” Collier, un Brad Pitt che mantiene gli occhi buoni in mezzo a una faccia che pare cuoio invecchiato.

[Intermezzo 1 – Petizione per far fare a Brad Pitt solo film ambientati durante la seconda Guerra Mondiale: primo firmatario, lo scrivente. Sarà la pettinatura, sarà che nella sua gamma di espressioni quella faccia a metà tra il dolente e lo smargiasso gli riesce benissimo, sarà che gli donano gli anfibi e i giacconi di pelle, sarà quel che volete ma il 1945 è la migliore annata di Brad Pitt disponibile]

Brad Pitt 1945: lievemente barricato in carro armato con sentori di benzina, sudore e polvere da sparo

“Wardaddy”: una figura paterna e di guerra. Nel nome c’è già tutto il personaggio: Wardaddy  tratta il suo equipaggio come una famiglia. Sa guidarli, sa dare insegnamenti spicci (“gli ideali sono pacifici, la Storia è violenta”), sa distribuire carezze e punizioni. I suoi stessi uomini lo venerano, prima ancora che per l’abilità in guerra, per la capacità di mantenerli uniti.

Il suo ultimo “figlio” sarà la recluta Norman, un giovane dattilografo inesperto (e impreparato) che viene sbattuto al fronte come carne da macello. Norman dovrà prendere il posto dell’assistente mitragliere – prenderne il posto letteralmente: raschiandolo dall’interno del Fury con secchio e spugna – e ricevere un corso accelerato sull’uccidere i nazisti, prima di intraprendere l’ultima missione del Fury: tenere un crocevia fondamentale per evitare che le truppe tedesche accerchino gli alleati.

[Intermezzo 2 – Ma quanto è figo il nome Don “Wardaddy” Collier? Per me è uno dei tre nomi di soldati più belli di sempre, entra in classifica al secondo posto scalzando dal podio il Tenente Aldo l’Apache Raine. Ecco la mia classifica attuale: 3) Pete “Maverick” Mitchell; 2) Don “Wardaddy” Collier; 1) Tom “Gunny” Highway.]

“Questa è la mia casa”: è la frase con cui Wardaddy giustifica l’ultima decisione di non abbandonare il Fury per difendere quell’incrocio. Non è un caso in effetti che l’unico luogo dove non ci siano ambiguità sia l’interno del carro armato stesso. Lì i cinque soldati sono una famiglia che si protegge e sostiene a vicenda, lì Norman riceve il rispetto dei suoi commilitoni (Michael Peña, Joe Bernthal e uno stranamente poco irritante Shia Labeouf nei panni di Boyd “Bible” Swan, una specie di soldato predicatore) e un nuovo battesimo con il nome di battaglia di “Machine”.

Al di fuori del Fury i confini si fanno sfumati, le azioni sono difficili da decrittare. Come nella clamorosa scena nella casa delle due cugine tedesche Emma e Irma, che agisce da centro morale del film e test di Rorschach per chi guarda: è uno stupro? È un’altra iniziazione propiziata da Wardaddy per far conoscere a Norman i vantaggi dell’essere un invasore in guerra? È un momento di calore tra due giovani, pur se effimero e destinato a morire? La risposta è ciò che uno vuole credere, ma un gioco di specchi può rivelare una faccia nascosta e orribilmente sfregiata come la schiena del sergente Collier.

“L’inferno alle spalle”, cicatrici su schiena, coll. priv.

Tutto questo si sposa benissimo con l’idea di cinema di David Ayer: un cinema in cui i fluidi corporei si sprecano, le pallottole maciullano i corpi, i cingoli dei carri armati percorrono sentieri in cui i cadaveri si fondono col fango. Ayer cerca il massimo realismo nel rendere la vita all’interno del carro e i combattimenti: ha costretto i suoi attori a vivere davvero in un carro armato, dormendo, mangiando e urinando in quello spazio claustrofobico, e il risultato è cupo e disperato quanto si può immaginare.

Ma Fury è anche un film di guerra, uno di quelli in cui un manipolo di individui dispari si ritrova eroe per caso e necessità (e, se non fosse abbastanza chiaro il debito, il personaggio di Michael Peña si chiama Trini come il Trini Lopez della Sporca Dozzina): in questo procede con la sicurezza di chi sa che la fine è scritta, la resistenza estrema inevitabile e senza speranza.

Perché lo dicono anche i soldati del Fury che quello è “il miglior lavoro che abbiano mai avuto”: per un dollaro e trentacinque al giorno vale la pena tenerselo fino all’ultimo.

Fury – IMDbWikipedia

Luca Traversa
Passa sull’internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

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This article was written on 08 Giu 2015, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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