Ghost in the shell: pochi ghosts e moltissime shells


Ghost in the shell è un film interpretato da Scarlett Johansson, Pilou Asbæk, Takeshi Kitano e Juliette Binoche che racconta le avventure di Major, un cervello trapiantato in un corpo sintetico utilizzato come arma in una sezione speciale della polizia chiamata Section 9. Ambientato in un mondo in cui i corpi umani sono frequentemente potenziati con innesti tecnologici, Major dovrà districarsi tra i propri dubbi esistenziali e un nemico potente e sfuggente per poter venire a capo di una serie di atti terroristici che flagellano la città di New Port City.

L’omonimo anime di Mamoru Oshii del 1995, tratto dal manga di Masamune Shirow, da cui questo film è ispirato è forse la singola opera d’arte di fantascienza degli anni ‘90 dal maggiore impatto nell’immaginario collettivo mai prodotta. Tradotto in parole povere, decidere di farne un film con attori in carne e ossa è certamente stata una scelta rischiosa, e dal campo minato in cui si sono ficcati nessuno tra regia, produzione e cast è riuscito a uscirne indenne.

Tutti gli occhi, naturalmente, erano puntati su SJ. Impossibile non pensare all’ultimo cyborg donna visto al cinema, la stupenda Alicia Vikander di Ex Machina, e di come se la cavi con sorprendente eleganza nel momento in cui dall’estremo cibernetico il suo personaggio passa ad avere un corpo completamente umano. Non sto dicendo che Alicia Vikander è una grandissima attrice mentre SJ sembra film dopo film sempre più capitata per purissimo caso in quel mondo. Sto però dicendo che l’inferno, si sa, è nei dettagli e se il tuo personaggio è in grado di correre come una medaglia d’oro olimpica, saltare come una medaglia d’oro olimpica e volteggiare come una medaglia d’oro olimpica non puoi, all’atto della sua preparazione, inventarti una camminata che ricorda i meno dotati frequentatori della giornata di prova del laboratorio “Teatro per tutti”.

Non sto nemmeno dicendo che l’idea di dare in mano un’operazione del genere a un regista quasi debuttante come Rupert Sanders fosse garanzia di problemi, dovendo dirigere grossi calibri come la stessa SJ, la Binoche e Kitano. E però fanno tutti a modo loro: Kitano è talmente Kitano, e lo amiamo per questo, che recita perfino in giapponese, la Binoche piange dalla prima sequenza all’ultima, quello sa fare, e SJ, beh, alterna momenti da medaglia d’oro a lunghe sequenze nemmeno degne del Teatro per tutti.

Sia chiaro, non sto neanche dicendo che un certo grado di fallimento sarebbe dovuto essere messo in conto, anche indipendentemente dalle scelte di casting. Certo, a posteriori forse sarebbe stato meglio ingaggiare un’attrice giapponese (sarebbe bastato ingaggiare un’attrice, ok), vi diamo anche nome e cognome sul quale ridere scorrettamente: Rinko Kikuchi. Nel mio personale immaginario Ghost in the shell è un prodotto profondamente giapponese e mi sarebbe piaciuto vedere più Giappone non solo nei protagonisti ma anche nei personaggi secondari. Ma forse sono io.

Tutta la pellicola, comunque, è percorsa da continue richieste di perdono:

  • Perdonateci, tranne un paio di eccellenti eccezioni gli esterni sono uguali a quelli di Blade Runner con l’aggiunta di ologrammi di carpe (in realtà sono peggio, in un certo senso).
  • Perdonateci, le automobili le abbiamo fatte di cartone per farle assomigliare il più possibili alle automobili che si vedono nei cartoni animati giapponesi.
  • Perdonateci, Takeshi Kitano vuole fare di testa sua (e per fortuna!).
  • Perdonateci, la trama originale era molto sottile e abbiamo reso tutto più semplice in modo che chi ha passato interi giorni a ragionare sul manga o sull’anime si senta opportunamente oltraggiato.
  • Ah, quasi dimenticavo, perdonateci se tutta la tensione erotica ben presente nell’anime è stata spazzata via per lasciar posto a corpi completamente asessuati non più in grado di sperare in una qualsivoglia forma di umanità carnale.
  • Soprattutto abbiamo dovuto ripetere la parola “Ghost” ottomila volte.
  • E quasi sempre mettendo la parola “Shell” nella stessa frase.
  • Così capite meglio no?
  • Infine, davvero, perdonateci. Non c’è stato verso, SJ vuole camminare così.

Il film di Sanders risulta glaciale perché pecca di un peccato molto grave: non è abbastanza freddo. Dove nell’anime si dilatavano i tempi, dove il primo piano degli occhi di Major o le lunghe sequenze descrittive dove lei semplicemente osservava il mondo che le stava attorno ci raccontavano per immagini una sofferenza non sempre detta, un impossibile tentativo di umanità destinato con certezza al fallimento, qui Sanders ha una grande fretta, ha fretta di raccontarci cosa prova Major in ogni frangente, di arrivare all’azione come per prendere fiato dopo un’insopportabile ma brevissimo momento di riflessione, di raccontare, raccontare tutto il raccontabile senza lasciare spazio al nostro sguardo.

E i cattivi fanno ridere. Punto. Kuze (interpretato da Michael Pitt) dovrebbe essere un miscuglio del Kuze che compare nella seconda stagione della serie TV e del mitico Puppetmaster, forse vero protagonista dell’anime. Ebbene il personaggio risultante è una specie di bambino dell’asilo dai piani troppo prevedibili che frigna senza soluzione di continuità dall’inizio alla fine. E tutto si risolve nel conflitto con un inutile supercattivo nel quale fortunatamente per noi sarà coinvolto proprio Kitano.

Cosa fare allora? Andare o non andare? Se per voi SJ o Beat Kitano valgono il prezzo del biglietto andate. Se siete impallinati e non volete perdervi per niente al mondo una qualunque uscita che riguarda GitS o il cyberpunk in generale non vi posso certo trattenere (io sono andato, no?). Andate anche se per qualche motivo l’estetica degli anime vi è estranea o vi provoca fastidio. Il film alla fine funzionicchia e gli sceneggiatori Jamie Moss, William Wheeler e Ehren Kruger la pagnotta se la portano anche a casa, con scelte estremamente conservative e lontanissime dallo spirito originale. Però può essere una porta d’ingresso a uno dei capolavori indiscussi del cyberpunk, un primo passo verso qualcosa che ha cambiato per sempre il nostro modo di vedere e raccontare certi mondi.

In tutti gli altri casi suggerisco di riguardare l’anime o magari di approfittare dell’occasione per leggere il manga che è pervaso da un’inquietante ironia non presente nell’anime. Vi lascio con la sequenza d’apertura dell’anime, che dopo 20 anni mi fa ancora venire i brividi.

Ghost in the shell – IMDbWikipedia

Scrive romanzi e racconti. Da sempre appassionato di fantascienza e da quasi sempre di cinema e teatro, scrive di notte nel silenzio della campagna inglese o tormentato dal vento del Mare del Nord.

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This article was written on 03 Apr 2017, and is filled under Scuse per parlare di film.

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