Gianni Canova, il mito della critica cinematografica ed io


Quando ero piccolo c’è stato un momento in cui, durante le festività natalizie, assieme a mio padre e a un’amica si realizzava un piccolo spettacolo. Il tutto filmato da una videocamera, su nastro magnetico. Si cantavano canzoni, c’erano scenette, barzellette e balletti. Insomma, come una puntata qualunque del Bagaglino. Decisi che da grande volevo essere un attore, volevo recitare per sopravvivere e volevo vivere per recitare.

Poi l’adolescenza: l’obiettivo della camera non faceva più per me. Volevo mettere in scena storie che potevano raccontare qualcosa a coloro che avrebbero poi visto il prodotto finale. Volevo dirigere delle persone davanti a un obiettivo. Ma, si sa, non è un lavoro per tutti. E’ difficile, la tecnica è fondamentale e, con l’età universitaria, la consapevolezza dei propri mezzi inizia a farsi sempre più prepotente. Quindi mi approccio alla scrittura, sempre in ambito cinematografico. Questo, in aggiunta ad un incremento di acidità caratteriale, mi inizia alla pseudo-critica cinematografica. Amo parlare di film, di cinema. Adoro tentare di sviscerare particolari, mi piace tentare di dare una visione personale incoraggiando sempre e continuamente la visione di qualsiasi pellicola.

Mi dico “Ok, voglio fare il critico”. Ma cosa significa essere un critico cinematografico? E, soprattutto, nell’Anno Domini 2017 può ancora essere una definizione utilizzabile e una professione da rincorrere, quando chiunque (come me) può dare la propria versione in un angolo remoto del web? Non sono mai stato bravo a dare risposte alle domande che mi pongo da solo. Usualmente, la mia mente tende a rispondere con frasi che vuole sentirsi dire. Quindi ho deciso di parlare con Gianni Canova. Fondatore di riviste come “Duellanti” e “8 e mezzo” e “Cinemaniaco” di Sky Cinema, ha accettato il mio invito, ha tentato di trovare un senso alle mie domande e, incredibilmente, ha pure tentato di trovare una risposta. Quindi mi sono seduto, anche un pelo intimorito dall’incredibile carisma che quell’uomo emana, e ho iniziato a chiedere domande sul mio futuro. Che comunque sarà quello di disoccupato.

Questo signore qui.

Volevo partire veramente dall’inizio. Qual è stato il suo primo ricordo del mondo del cinema e come ha capito che quello sarebbe stata la sua passione?

“Io sono un autodidatta puro nel senso che il cinema è stato un po’ il mio destino. Se penso alla mia infanzia ricordo che l’unica volta che mia madre mi diede uno schiaffo, facevo la prima elementare, ero affascinato da un cartellone pubblicitario vicino a casa nostra di cui ricordo solo un auto con due fari nella nebbia. Ricordo che un pomeriggio d’inverno rubai i soldi dal borsellino di mia madre, uscii e andai al cinema. Mia madre non mi trovava più, chiamarono i carabinieri, ero scomparso e quando tornai bel bello, pam! Il mio primo bacio è stato in una sala cinematografica, c’è un’ossessione che ritorna. Ai tempi non era previsto studiare cinema nelle scuole italiane, men che meno all’università e quindi sono autodidatta. Mi sono laureato in Lettere moderne con una tesi sul giallo italiano degli anni ’30, ma inteso come giallo romanzesco non cinematografico, e poi ho cominciato a coltivare questa passione nutrendomi per parecchi anni di cinema, di libri sul cinema, di riviste sul cinema. Ricordo che quando ancora facevo il liceo mi abbonai alla rivista “Cinema nuovo” che era allora una rivista molto militante: a 15 anni leggevo questa rivista con citazioni di Lucáks e Benjamin, capivo poco e nulla ma comunque qualcosa mi è rimasto dentro. Poi ho cominciato un po’ per caso: ero militare, l’anno del sequestro Moro, ero in caserma, ordine pubblico duro e puro. Io, un po’ per non alienarmi totalmente nella divisa, andavo al cinema nelle serate libere e poi scrivevo. Mandai una recensione a un giornale e, incredibilmente, mi richiamò. Non c’erano i telefonini, mi richiamò quindi in caserma e mi dissero “C’è piaciuto il suo pezzo, se vuole collaborare con noi… ovviamente non la paghiamo”. Era il 1978, funzionava così anche allora. Ci sono voluti otto anni per il mio primo miserrimo assegno.”

Che cosa pensa della critica oggi e rispetto a una critica del passato, quella degli anni ’70 e ’80, una critica anche televisivamente più approfondita? Com’è cambiata?

“Innanzitutto io, da una decina d’anni a questa parte, non mi definisco più un critico cinematografico e mi sento a disagio se uno usa ancora questa etichetta. Se uno mi chiede il lavoro che faccio, a parte il docente, l’altra parte di me la definisco come un promotore socio-culturale del cinema. Che differenza c’è tra il critico e il promotore? Il critico è colui che pretende di dire se un film è bello o brutto, io tutt’al più arrivo a dire se un film mi piace o non mi piace. Ho smesso la pretesa di attribuire alle mie soggettive valutazioni un valore assoluto e oggettivo come invece fanno per la maggior parte dei casi i miei colleghi. Ritengo che il fatto che una cosa piaccia o non piaccia sia un fattore puramente personale, del tutto ininteressante per gli altri, mentre quello che cerco di fare è contagiare chi mi legge, chi mi ascolta o chi mi vede in televisione con la mia passione per il cinema. Il mio obiettivo è quello di far venir voglia alle persone di andare al cinema e di vedere film. Quindi credo che la critica abbia una colpa, quella di aver interpretato un po’ troppo il lavoro del critico come un qualcosa di analogo al lavoro del giudice o del boia. Cioè chi emette sentenze inappellabili e poi le esegue, tagliando la testa non soltanto al re ma anche a poveri cristi. Non mi piace della critica la saccenteria, l’integralismo, il fanatismo e la presunzione che il proprio punto di vista sia quello giusto. Non mi piace la tendenza al ‘pollice giù’ e al ‘pollice su’. Ho smesso di collaborare con l’unico quotidiano con cui collaboravo perché ad un certo punto il direttore mi disse ‘Guarda devi concludere le tue recensioni con un giudizio’ e gli risposi ‘Però, nella maggior parte dei film che vedo, il pollice non è né giù ne su, è a metà’. Tra il nero e il bianco ci sono infinite sfumature. Lei non troverà mai, negli ultimi anni, un mio giudizio assolutistico, non do più giudizi, né pallini. Il problema della critica oggi è che ognuno posta quello che vuole: è bellissimo, è democratico, però spesso si postano cose che non stanno né in cielo né in terra, che non hanno la minima competenza.”

Chiunque può scrivere qualcosa su internet. Ma, allora, che cosa si potrebbe fare per aumentare la credibilità della critica online?

“Credo che ci sia un territorio di possibilità grandissimo. Il limite mi sembra che da un lato c’è il problema dell’orizzontalità della rete, non ci sono gerarchie, non ci sono livelli e tutto è sullo stesso piano, per cui la riflessione del più grande intellettuale è sullo stesso piano di colui che va al cinema una volta ogni tre anni e le spara grosse. Dentro questo quadro di inevitabile orizzontalità, c’è il fatto che secondo me, però non sono un attentissimo utente della rete, che quando vado a leggere ho l’impressione che tutto ciò che venga pubblicato circa un determinato film si assomigli molto. Cioè saltando da un sito all’altro, ma siti tipo Movieplayer, Coming Soon, è come se si scopiazzassero l’uno dall’altro. O come se prendessero i comunicati stampa e partissero da lì. E’ raro trovare qualcosa d’illuminante.”

(Provo a dire la mia: la critica non dev’essere solo critica, la critica dev’essere analisi ma anche piacevole per la lettura. Mi accorgo di aver detto la parola ‘critica’ sedici volte nel giro di trenta secondi.)

“Critica” l’ho già detto?

“La recensione è un genere giornalistico come tanti altri. Quindi la capacità di scrivere in modo accattivante, brillante e seducente è fondamentale. E questo spesso non la trovo nelle cose che leggo in rete. Spesso trovi persone anche con riflessioni interessanti, ma con uno stile involuto, con periodi lunghissimi, settantadue subordinate all’interno della stessa frase, nessuna cura degli aggettivi. Sto generalizzando, poi, per fortuna, le eccezioni, eccome. Però una cosa che mi colpisce è il tendenziale parassitismo della maggior parte dei siti e dei blog nei confronti delle forme pre-rete ovvero la recensione scritta o la video recensione di matrice televisiva. Mentre invece, avendo a disposizione l’archivio infinito delle immagini sul web, sarebbero maturi i tempi per provare a lavorare sul cinema usando come linguaggio prevalente non quello verbale, ma quello iconico. Cioè usare l’immagine per far critica all’immagine. C’è qualche tentativo qua e là, come video essay, ma sono ancora molto marginali e ancora molto embrionali. Chi riuscisse a mettere a punto un format, anche se non è la parola giusta, capace di scardinare l’egemonia del verbale nelle pratiche della critica affiancandola quantomeno con un uso forte dell’iconico, quello sarebbe un sito molto interessante.”

Quindi il futuro della critica non è la critica?

“E’ una post-critica. Quello che dico sempre è che bisogna smettere “che cosa ne pensi di un film” e chiedersi piuttosto che cosa pensi dopo aver visto un film. Cioè interrogarsi non sul giudizio che ne dai, ma su quanto senso e pensiero, cioè anche emotivo, quello ha generato in te. Se si riuscisse a passare a quel livello… E poi bisogna inventarsi qualcosa: quando lei generosamente mi dice che sono uno dei più importanti critici, grazie, ma anche io mi sono inventato delle cose. Che sembrano delle cose banali. Adesso l’unica cosa che faccio, ricollegabile alla critica forse, pubblico ogni lunedì un intervento su un sito che si chiama We Love Cinema dove banalmente non faccio la recensione, ma prendo un film e lo analizzo dal punto di vista di uno dei mestieri. Per esempio ho parlato di Cafe Society ragionando solo sulla fotografia di Vittorio Storaro, ma non sostenendo “Bella la fotografia!”, ma cercando di capire come la fotografia ottiene determinati effetti cromatici, illuministici e quindi emozionali e anche narrativi. Altre volte parlo di un film ragionando solo sui costumi o la sceneggiatura. E sta avendo, mi dicono, un discreto successo. Tanto è che mi hanno aumentato il compenso quindi… (ride). Semplicemente faccio una cosa che prima non c’era. Lei conosce qualcun altro che fa questa cosa qui?”

(Gli rispondo che qualcosa su YouTube c’è. Però sono brevi perché devono attrarre visualizzazioni, risultando accattivanti quindi poca profondità. Mi accorgo che il tempo sta scorrendo inesorabile e che ancora non ho detto “critica” negli ultimi cinque minuti.)

Domanda semplice: il suo film preferito?

“Non glielo dirò mai. Nemmeno il secondo. E’ come se mi chiedesse cosa mi piace fare quando faccio sesso, sono fatti miei. Il rapporto non è casuale: per me il cinema è equivalente al sesso per il piacere che mi procura.”

Facciamo un giochino. Le dico un nome di un regista e lei mi dà un aggettivo. Partiamo con Michelangelo Antonioni.

“Rarefatto.”

Michael Bay.

“Tonitruante.”

Lucio Fulci.

“Tenero.”

James Wan.

“Ombroso.”

Enrico e Carlo Vanzina.

“Italiani. Anzi, romani.”

Che consigli darebbe a qualcuno che volesse prendere il suo posto?

“Di vedere, vedere, vedere. Leggere, leggere, leggere. Vivere, vivere, vivere.”

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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