Our best was awful: è finito Girls


Ci sono poche, pochissime serie tv che migliorano stagione dopo stagione. Ma può succedere, se la serie è scritta da una talentuosa e intelligente 25enne che, con gli anni cresce, matura, fa esperienze, si innamora, si sposa, fa figli. È quello che è successo, per esempio, a Girls e alla mitica Lena Dunham che della serie è l’ideatrice e l’autrice.

Al principio, nel 2012, ci sono state: l’intuizione, ovvero una serie che si inserisse nello spazio lasciato scoperto da due serie di successo, Sex and the City e Gossip Girl; la voglia di rompere gli schemi, e quindi via libera ai nudi cellulitici di Lena, alle tette storte, al sesso bruto con Adam Driver; e l’eccezionale talento nella scrittura, perché le battute fulminanti delle prime stagioni sono indimenticabili. Ho l’abitudine di scattare uno screenshot per immortalare le battute che mi colpiscono, e il mio vecchio hard disk, che di nome fa King Kong, è pieno zeppo di frame tratti da Girls.

Poi le cose sono cambiate un po’, le battute fulminanti sono diminuite e difatti nel mio nuovo hard disk, che di nome fa Godzilla, ci saranno una decina di frame in tutto. Ma la serie ha acquisito uno spessore ulteriore, sotto certi aspetti nemmeno richiesto perché funzionava già così. E invece no: è diventata ancora più bella. Più adulta, più malinconica, più amara, più sincera, e più bella.

C’è stato un episodio, in questa sesta e ultima stagione, che può aiutare a capire la maestria raggiunta da Lena, che di questo script è autrice insieme a quel geniaccio di Judd Apatow: l’ottavo, intitolato What Will We Do This Time About Adam?

Lo vedi la prima volta e senti che è tutto sbagliato, che sta davvero succedendo quello che desideravi, ovvero Hannah e Adam di nuovo insieme, ma è fatto tutto male e ti chiedi perché farlo così male, che fretta c’è, ok che siamo alla fine ma sarà mai questo il modo di chiudere le storie? Si tratta di un episodio decisamente raffazzonato alla prima visione, ci sono ellissi pazzesche nelle quali lo spettatore annega: cos’è successo nel cuore di Hannah nel tragitto verso casa con Adam? Com’è che sono finiti a letto insieme? E cos’è quell’imbarazzo?

Poi guardi l’episodio la seconda volta e il sapore della visione è tutto diverso. Accetti le forzature alle quali non volevi credere fino in fondo e l’episodio diventa una struggente domanda sul perché gli amori finiscono, sul rimpianto che resta e che non guarirà mai ma non ci puoi far niente, sul tempo che passa e non puoi riacchiapparlo, sulla malinconia, sul fatto che non ci sono vincitori e vinti nella fine di un amore.

È un episodio brutale, alla prima visione, ma che alla seconda diventa poesia. Apatow e Dunham sono riusciti in una cosa geniale: a dare un senso alla re-visione di un episodio. Sono riusciti a dare un senso a questo nostro guardare e riguardare le puntate, i film, i pezzetti, avanti e indietro. L’episodio 8 è estremamente innovativo nel concetto di serialità, a mio modo di vedere, perché è un passo avanti rispetto alle aspettative dello spettatore.

Peraltro è un episodio che esaspera le caratteristiche naturali di Girls, serie brevissima, di sintesi estrema e perfino avara in termini di minutaggio. Ogni stagione è sempre stata uno shaker molto confuso di sensazioni ed emozioni, mai nulla di trascinato o di sbrodolato, tutto molto convulso. L’antitesi di una serie come Mad Men, per esempio. La gestione della tempistica e del ritmo è uno degli snodi fondamentali delle serie. Uno snodo stilistico, tuttavia, perché poi il finale resta aperto al futuro, qui come in Mad Men.

Ma non è finita: questo episodio 8 è concepito anche per essere un corto. La sua brutalità e il suo essere avulso dalla continuità, ovvero quelle stesse caratteristiche che spiazzano alla prima visione, gli consentono di essere visto come un breve filmato che racconta il tentativo di recuperare una sensazione perduta.
Spesso e volentieri Girls ha confezionato episodi slegati dalla storyline. Si tratta di una cosa che succede in molte serie ma in Girls gli episodi di questo tipo non avevano solo uno scopo ludico, ma avevano il sapore di una parabola, di un corto, appunto.

In questa stagione c’è stato quello con Matthew Rhys, mai così bello (vogliamo parlare della capacità di Lena di far diventare bellissimi gli uomini?), e in passato quello con Marnie e il suo ex Charlie, un episodio che tra l’altro cita Panico a Needle Park di Schatzberg; e poi quello con Hannah e il suo fidanzato per un giorno Patrick Wilson; e quello della festa a casa di Marnie negli Hamptons.

Tuttavia, diversamente dai “corti” precedenti, quest’ultimo episodio con Adam Driver, che in questi sei anni, con la sua gestualità e la sua fisicità pazzesche, è diventato una star (grandioso in Star Wars: in pochi istanti leggi il rancore mortifero che nasce dall’essere stato un bambino sfigato), risulta, in definitiva, estremamente significativo anche rispetto alla storyline. What Will We Do This Time About Adam? è un corto ma è anche un architrave della sesta stagione e dell’intera serie, visto che determina la risoluzione del rapporto fra Adam e Hannah. Una notevole acrobazia stilistica.

Un altro momento eccezionale di quest’ultima stagione è stato quello della riconciliazione fra Hannah e Jessa: due prove attoriali magistrali, fatte di sguardi di sguincio, lacrimoni e arrese. Lena e Jemima Kirke sono amiche dal college e fa strano vedere una tale freschezza nella loro interazione fiction. Non si sa cosa Jemima Kirke farà in futuro a parte crescere i suoi figli (praticamente in questi anni non ha fatto nulla a parte Girls) ma è una forza devastante dello schermo.

Che ci fosse nell’aria l’abbandono di NY era evidente già dai due primi episodi di questa sesta stagione, nei quali Hannah incontra prima l’istruttore di surf e poi l’ex modella che la rampognano quasi con le stesse parole: via dalla City si sta meglio. La domanda è: che cosa rappresenta questo abbandono della città per eccellenza? E del luogo cinematografico per eccellenza… Suona come una dissacrazione. Ancora una volta Lena prende la strada alternativa perché è un’eccentrica molto più che un’egocentrica, come invece è il suo personaggio. Forse questo abbandono della City sta a significare una semplice uscita dalle scene (ipotesi convalidata dal fatto che invece Elijah resta a NY per diventare una star di Broadway).

L’ultima puntata è squisitamente femminile e femminista. Ci sono solo Hannah, Marnie e la mamma di Hannah. E un intruso, il piccolo Grover, inconsapevole granello nell’ingranaggio. Lena Dunham è una femminista militante, ma lo è a modo suo, come in tutto. Per cui, quando si tratta di descrivere i rapporti tra donne, non usa i toni rosa di Carrie Bradshaw ma quelli viola della gelosia che non riesci a controllare, del senso materno non così scontato, delle battute acidule e dei percorsi impervi per arrivare a una soluzione che era a un passo, degli sciagurati sfoghi di pancia che sai essere sconfitti in partenza ma ci provi lo stesso, delle nevrotiche litigate con la mamma (un grande classico), della pazzia ormonale, dei tempi biblici di gestazione dei conflitti, e dei cambiamenti che alla fine arrivano, perché alla fine arrivano sempre. In quest’ultima puntata Lena rivendica in modo definitivo il diritto di essere “matte”, rivendica il diritto a una logica fuori da ogni “logica”.

Si potrebbe parlare a lungo del punto di vista femminile della Dunham, perché non è un argomento fine a se stesso ma è la materia nella quale lei ritaglia il proprio modo di fare fiction, cioè è una vera poetica a tutto tondo, un punto di vista molto centrato. La Dunham è senza dubbio una voce inedita e dalla quale ci si aspetta molto nel risicato panorama di autrici e registe femmine.

Ma, come già detto, c’è stata molta coerenza in quest’ultima stagione e già dalle prime puntate – quella col surfer e quella, già citata, con Matthew Rhys – emergeva un notevole astio nei confronti del maschio. Ed è qui che davvero si conclude questa prima fase della vita di Hannah Horvath: quando lei e il suo bambino (Pensa a qualcosa di più originale. Credi di essere il primo ad averle rifiutate (le tette n.d.f.)? Sai cosa? Stai facendo un po’ lo stronzo. Sei proprio un piccolo bastardo) trovano finalmente una sintonia. Va bene così.

Ciao ragazze <3

Girls – IMDbWikipedia

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

Lascia un commento

Information

This article was written on 01 Mag 2017, and is filled under Binge-watching, Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?.

Current post is tagged

, , , , ,