God help the girl


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Con God help the girl fa il suo debutto alla regia Stuart Murdoch, cantante e mente creativa dei Belle And Sebastian. Il gruppo a dire il vero aveva già flirtato in precedenza con il mondo del cinema: la colonna sonora di Storytelling di Todd Solondz (2001) è loro, e molte loro canzoni sono apparse in serie TV e film (ad esempio in Juno).

Ora però c’è bisogno di condurre il lettore di fronte ad un bivio. Da un lato, chi non conosce i Belle And Sebastian; dall’altro i fan, che potranno saltare questa digressione iniziale, indispensabile per tutti gli altri, e passare direttamente al capitolo 2.

Capitolo 1: i Belle And Sebastian: chi sono?

La storia dei Belle And Sebastian arriva da lontano: diciamo dalla metà degli anni ’80. In quegli anni i componenti del gruppo erano adolescenti (Stuart Murdoch è nato nel 1968), e in fatto di gusti musicali dettavano legge riviste come il New Musical Express. Glasgow è ancora la capitale del famigerato Glasgow smile: avete presente il sorriso del Joker di Batman? Ecco, quel tipo di cicatrice pare fosse abbastanza comune tra i criminali di Glasgow. Ma la Glasgow di Stuart Murdoch, la Scozia degli anni ’80, non è solo criminalità e industria, kilt e sottoproletariato: un ricco sottobosco di gruppi musicali anima la città. Ci sono i Pastels e i Vaselines; ci sono gli Orchids, i BMX Bandits e i Primal Scream, che all’epoca avevano un suono completamente diverso da quello che avrebbero adottato successivamente. Nel resto del Regno Unito gli indiscutibili campioni di pubblico e critica sono gli Smiths, ma una miriade di gruppetti popola la nuova scena pop: nomi come Heavenly, Another Sunny Day, Talulah Gosh, e le altre band accolte dalla Sarah Records. È l’epoca d’oro dell’indie-pop britannico, una scena nella quale i gruppi scozzesi sono in prima linea. Nel 1986 il NME pubblica una cassetta con il meglio della nuova scena: il nome della compilation, C86, darà anche il nome al genere musicale, in cui l’etica del do it yourself ereditata dal punk si mescola all’ultrasensibilità degli Smiths, alle chitarre jingle-jangle, ad un’estetica naïf che porta alla ribalta nelle canzoni veri e propri antieroi, goffi o innamorati, disadattati o timidi; senza però farsi mancare accenni di umorismo nero, di allusioni sessuali. Insomma, l’indie-pop (o anche C86, o anche twee-pop) è il matrimonio scombinato tra il post-punk e la nostalgia dell’innocenza del pop anni ’50.

Questa la scena musicale dell’adolescenza di Stuart Murdoch. I Belle And Sebastian nascono nel decennio successivo: sono largamente influenzati da quella scena, e naturalmente dagli Smiths, e al contempo la rinnovano. Sempre in Scozia, nel frattempo, la scena pop indipendente è sempre fiorente, con gruppi che sviluppano le varie direzioni dell’indie del decennio precedente: ci sono i Delgados, gli Arab Strap, più recentemente i Camera Obscura. I primi tre dischi dei Belle And Sebastian sono fulminanti: Tigermilk (1996), If you’re feeling sinister (1996), The boy with the Arab Strap (1998) diventano rapidamente album di culto. Nei testi di Murdoch, adolescenti e post-adolescenti sono alle prese con le difficoltà di crescere: le attese della società, i turbamenti e la confusione sessuale, la solitudine, le crisi religiose, le malattie, l’eccentricità, la noia suburbana, lo scollamento profondo con le vecchie generazioni. I rifugi sono la musica, la letteratura, i sogni, le uscite solitarie in città magari sugli autobus oppure in bici, le vacanze estive. Volete chiarirvi le idee sul tipo di sound? Provate ad ascoltare, almeno, Expectations, Get me away from here I’m dying, If you’re feeling sinister, Sleep the clock around. Se vi piace e volete appronfondire, l’autore del presente articolo vi ha preparato un ricco best of con cui potrete sollazzarvi per ore, su Grooveshark. C’è anche, però, la possibilità che questo sound, quest’estetica, non vi piacciano, non vi interessino: in tal caso, lasciate stare i Belle And Sebastian, e lasciate stare anche God help the girl.

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(la copertina del disco del 2009)

Capitolo 2 : God help the girl, la genesi

Se siete arrivati fin qui, ci sono due possibilità: o il capitolo 1 vi ha incuriosito, oppure sapevate già di Stuart Murdoch, dei Belle And Sebastian, e del progetto God help the girl. In effetti, la gestazione del film è durata qualche anno: forse non era nemmeno molto chiaro nella testa di Murdoch se l’opera che stava concependo fosse un film, o un disco, o una commedia musicale in stile Broadway. Per prime sono venute le canzoni, poi a quanto pare pian piano si è precisato un filo conduttore, dei personaggi, una storia. Queste nuove canzoni vengono subito sganciate dal marchio Belle And Sebastian, eppure non vanno nemmeno a costituire del materiale per un album solista; no, Murdoch le vuole far cantare da una voce femminile, anzi, da più voci femminili. Nel 2009 esce dunque il disco, God help the girl: titolo al tempo stesso del cd e del progetto aperto, portato avanti da un gruppo senza nome ufficiale, ma costituito in pratica dai Belle And Sebastian e da diverse cantanti, anche se alla voce di Catherine Ireton  è in realtà affidata la maggior parte delle canzoni.

Catherine Ireton è un personaggio che sembra uscire da una canzone dei Belle And Sebastian: è stata la cantante di un gruppo pop-jazz locale scioltosi senza fortuna dopo un solo disco e, quando viene arruolata per God help the girl, sta frequentando l’ultimo anno di università e al contempo fa del teatro in Irlanda. Una bella ragazza, anche, già apparsa del resto sulla copertina di un EP del 2006 proprio dei Belle And Sebastian. Una parentesi: provate a guardare tutte le copertine dei dischi dei Belle And Sebastian, compresi oscuri EP e compilation: nelle fotografie (soprattutto di ragazze) che costruiscono l’estetica del gruppo, ci troverete molto cinema, in particolare il ricordo di Anna Karina. Una generazione di hipster vestiti come nei film della Nouvelle Vague, amante del cinema francese e dell’estetica vintage è cresciuta anche attorno ai dischi dei Belle And Sebastian; è il tipo di ragazzi e ragazze che si possono trovare anche, in qualche modo, nel cinema di Wes Anderson, o in film come An education e in generale più o meno in tutti i film da Sundance Festival, dove non a caso il film ha avuto la sua première. Ma torneremo in seguito su queste suggestioni.

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Capitolo 3: God help the girl, il film

Il film: Eve è in una clinica psichiatrica, ricoverata in seguito ad un problema di anoressia nervosa. Scrive canzoni, è un’avida lettrice, ha registrato una cassetta che vuole inviare alla stazione radiofonica più in voga del momento. Durante una fuga, va in città a vedere un concerto; lì incontra James: anche lui scrive canzoni, ma fa fatica ad imporsi persino nel suo stesso gruppo; suona la chitarra, è un purista/idealista del pop, un misantropo, un fine conoscitore di Glasgow; lavora come bagnino nella piscina dell’università, è timido e porta gli occhialoni. Tra i due nasce un’amicizia, ed Eve diventa coinquilina di James. C’è del tenero, ma non riesce ad emergere; James è troppo bloccato, ed Eve nel frattempo prende a frequentare Anton, l’arrogante ma figo cantante di un gruppo rock caciarone alla moda. James dà anche lezioni di musica, in particolare a Cassie, una bionda ragazza inglese di famiglia ricca, svampita ed ingenua: i tre finiscono per formare un terzetto strambo ma affiatato. D’improvviso, l’idea meravigliosa: formare un gruppo, di cui Eve sarà autrice e cantante. Discussione sul nome del gruppo e sull’importanza dell’avere o no un nome, discussione sul genere di musica che si vuole fare, reclutamento dei musicisti tramite annunci molto cool affissi nei negozi indipendenti di dischi e nelle biblioteche. Ne esce fuori una band molto composita, con tantissimi musicisti, ed uno stile retrò che ricorda, nell’abbigliamento e negli arrangiamenti, gli anni ’50 ed i gruppi di Phil Spector. Tutto sembra andare per il meglio, ma poi la situazione si deteriora velocemente a causa della tensione sentimentale; poi Eve tenta il suicidio e bisogna nuovamente ricoverarla. Infine Eve si riprende, la band riesce a esibirsi in concerto, ma la decisione ormai è presa: Eve partirà per Londra per iniziare una scuola di musica, il gruppo si scioglie, l’amore tra i due ragazzi non sboccerà e resteranno solo bei ricordi e alcuni rimpianti.

La trama, in sé e per sé, è esilina, qualcosa a metà strada tra l’illustrazione di una serie di testi di canzone e il pretesto puro e semplice per introdurre numeri musicali. In effetti, l’equivoco persiste durante tutto il film e lo rende sbilenco: la trama vuole sviluppare idee sorte per canzoni scollegate tra loro, oppure le canzoni accompagnano una trama ben delineata? La prima opzione sembra la più probabile, e, del resto, l’apertura del film si fa su una canzone del repertorio dei Belle And Sebastian, Act of the apostle. L’opera, in sintesi, sembra molto arruffata, la sceneggiatura cucita grossolanamente. Ma questo patchwork funzionerebbe, in realtà, anche bene all’interno di quell’estetica indie di cui si è parlato nel primo capitolo (e tu, ignaro lettore, pensavi fosse un’inutile digressione!). Allora, cos’altro non funziona?

Stuart Murdoch è alla sua opera prima, e si vede pure troppo. Da un lato il musical è un genere insidioso: rischia sempre di essere una collezione di numeri musicali, la trama un pretesto per fare il ponte tra gli uni e gli altri. Nel caso di un musical pop, come questo, il rischio è quello del collage di videoclip. God help the girl non scansa più di tanto il rischio e finisce anzi con entrambi i piedi in questa buca: c’è da dire però che in questi videoclip che si susseguono può esserci anche molto buon gusto, tutto è molto charmant. All’interno di un cd un gruppo può permettersi di esplorare diverse direzioni: in dieci-dodici canzoni, può passare da un genere musicale all’altro, dalla malinconia struggente all’upbeat più solare, dalle contaminazioni dance al pop più minimalista. In un film, da questo andamento ondivago può risultare un prodotto sfilacciato e, soprattutto, con un’identità poco chiara. Ora, il problema di God help the girl è che questo aspetto un po’ rattoppato, non estraneo alle influenze musicali dei Belle And Sebastian (il pop scozzese degli anni ’80 è esplicitamente ricordato nel film, tra l’altro), sembra soprattutto frutto dell’indecisione tra l’anima do-it-yourself del C86 e quella perfezionista del pop. Si potrebbe pensare a Wes Anderson come all’autore che riesce nel miracolo di conciliare i due elementi e di tenerli costantemente avvolti da splendida musica. Stuart Murdoch, purtroppo, non ci riesce, nonostante alcune indubbie qualità del film.

Una di queste sono gli attori, malgrado il cast che costringe a vere e proprie capriole di sceneggiatura: ambientato in una Glasgow quasi invisibile, God help the girl è costruito attorno ad un’attrice australiana e a due attori inglesi. Non ci si può fare niente, l’accento scozzese è pressoché assente dal film, tutto ciò che di interessante poteva sortire dalla presenza di quella città scontrosa ma anche hipster che è Glasgow è completamente annullato da questa scelta. Però gli attori, che cantano anche tutte le canzoni del film, funzionano, in particolare la protagonista, Emily Browning. Dato che si tratta di materiale già noto (il disco è di ormai 5 anni fa), si può fare il confronto tra le versioni cantate da Catherine Ireton e quelle cantate dalla Browning: l’attrice che era già stata protagonista di Lemony Snicket (2004) e di Sleeping beauty (2009) non sfigura affatto.

(Altra parentesi: nonostante la bravura di Emily Browning, il ruolo sembra però ritagliato quasi su misura di Carey Mulligan, che tra l’altro ha anche inciso un singolo con i Belle And Sebastian nel 2010. Difficile dire perché non sia stata coinvolta nel film.)

In fondo, un musical si difende soprattutto con la qualità delle canzoni: il resto può essere considerato secondario. Da questo punto di vista, cos’ha da offrire God help the girl? Il critico cinematografico dell’Hollywood Reporter ha scritto che il film sembra un lungo lato B. Affermazione un po’ maligna in cui però c’è del vero: il film appartiene più a quella sfera di side-project che possono essere sì interessanti ma che sono soprattutto seguiti per curiosità dai fan della formazione titolare, che non ad un vero punto di inizio di una nuova carriera. Un regalo per i fan, un lungo videoclip più elaborato con materiale vario: da canzoni appena abbozzate, ad altre che forse non entrerebbero nella tracklist definitiva di un disco del gruppo, oltre ad almeno un paio di pezzi davvero belli, questo in particolare. Finito il film, sui credits finali suona questa canzone: l’esperienza è stata tutto sommato piacevole, ma un pensiero torna in mente: se c’è una cosa che Stuart Murdoch sa fare davvero bene è scrivere canzoni così, che ti si attaccano alla pelle.

God help the girlIMDb – Wikipedia

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell’Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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This article was written on 12 Giu 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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