Gods of Egypt ovvero quanto ci manca essere bambini


Caro Alex,

ti scrivo questa lettera per mandarti un enorme abbraccio virtuale e dirti che ti voglio tanto bene. So che sono state settimane difficili, i critici hanno smontato il tuo film, lo hanno accusato di avere un cast quasi “total-white” manco fosse un dentifricio e, soprattutto, ha incassato forse meno dell’ultimo passaggio di Masha e Orso sul grande schermo ma se sono qui oggi è per dirti di non abbatterti, di continuare a lavorare in questo modo ignorando gli articoli di quelli che credono che il cinema sia tutta una roba fatta da gente come Malick e Sorrentino e continua a realizzare uno, dieci, cento (d’accordo, cento sono troppi) altri film come Gods of Egypt ovvero una delle pellicole più divertenti, fracassone e positivamente infantili degli ultimi mesi.

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Sobrietà.

Devi sapere, gentile Proyas, regista già di altre fatiche come Il Corvo, Io Robot e quella cosa indecifrabile che è Segnali dal futuro con un Nicolas Cage ancora in un giro decente prima che entrasse in quello probabile dei ricatti da parte della mafia russa o affini, che sin dal primo momento in cui mi sono trovato davanti al trailer del tuo film, ho sentito risvegliarsi in me una certa energia, un qualcosa proveniente dal mio più profondo inconscio, la stessa sensazione che scandiva i miei pomeriggi da decenne, momenti della giornata in cui, dopo i compiti per il giorno dopo, mi buttavo sul divano nell’attesa di essere rapito da cartoni animati, il tutto accompagnato da un panino con la nutella ed un bicchiere di latte. Unisci la passione di ogni ragazzino per l’antico Egitto, gente che si trasforma in creature con armature scintillanti e combattimenti mozzafiato e il gioco è fatto. Tutti già ad urlare al trash, all’ennesimo blockbuster inutile di una Hollywood sempre più in declino, quel mondo del cinema ormai costituito da reboot, remake, sequel e franchise ma volevo crederci. Dovevo crederci. Il bambino che era in me sapeva che dovevo crederci. E, meraviglioso Alex, a questo giro devo dargli ragione.

Perché Gods of Egypt con la sua storia costituita da divinità, Horus il buono e Set il cattivo, che litigano per il trono con l’aiuto di qualche intromissione di un paio di mortali che non possiedono superpoteri di alcun tipo ma invece dotati di una dose di fortuna così grande in grado di sorvolare sulla mancanza di capacità di volo o forza sovrumana, dicevo Gods of Egypt ci regala due ore in una landa estremamente colorata, popolata da figure mitologiche più vicina ai nemici dei Power Rangers e perfette per la realizzazione di uno, due, tre sequel ed una serie di action figures per bambini che già mi vedo la pubblicità su Italia1 se questo film fosse uscito nel 1996. Caro Proyas, il film sembra una partita a poker tra due pluri-miliardari che non vogliono arrendersi, soccombendo all’avversario, e che quindi rilanciano con cifre sempre più alte, regalando alla partita continui colpi di scena e donando al pubblico (se mai esista un pubblico delle partite di poker, il problema è che, esatto, so che esiste) una soddisfacente dose di spettacolo con enormi vermi mostruosi e piramidi che racchiudono tesori inestimabili come casseforti, per dirne due a caso. Il problema, amichevole regista, è che effettivamente il pubblico attirato nelle sale per il tuo film è stato proprio quelle delle partite di poker, gli incassi sono stati magri, le critiche si sono sempre più inacidite e hai tentato di difendere a spada tratta la tua pellicola che nel suo piccolo ha tentato di rompere una tendenza che, obiettivamente, sta appiattendo il genere mitologico nella contemporaneità.

Poesia.

Poesia.

Esatto, Alex, il tuo è un film innovativo e sai perché? Pensa a 300, a Immortals, al dittico Titanesco con Sam Worthington III, pensa a quella noia ammorbante che era Exodus di Ridley Scott, o a quella stupidaggine con i mostri di pietra che era Noah. Tutti alla ricerca di un’atmosfera spettacolarmente adulta con fotografie tendenzialmente monocromatiche (i primi quattro tutti tendenti al giallo, gli ultimi due al grigio-bluastro) e con una tremenda voglia di prendersi sul serio. E invece tu hai urlato “Basta!”, hai abbracciato il mondo del colore da un’estremità all’altra e hai realizzato un Egitto brillante, che ti prende le pupille, ti sovraccarica il cervello di allegre endorfine e ti riporta a quei momenti in cui ti ritrovavi davanti ad un album da colorare ed avevi solo tre pennarelli ma eri felicissimo di poterti sfogare e divertire con tinteggiature impossibili ed irrealistiche. Ma chissene infischia del realismo, di tutto questa serietà; d’altronde qualcuno diceva “All work and no play make Jack a dull boy” quindi lo svago è fondamentale. E, soprattutto, caro Proyas, sai da dove pare (pare, eh) essere stato tratto questo proverbio? Da una massima di un gran visir egizio, Ptahhotep. Torna tutto, vedi! E’ tutto connesso, è tutto collegato! L’Egitto è divertente! Deve esserlo altrimenti non è Egitto!

Concludendo questa lunga leggera, gentilissimo Alex, voglio solo farti i miei complimenti. Due ore che sono volate grazie ad una computer grafica a tratti così posticcia ma così volutamente e splendidamente posticcia da ricordarmi quei meravigliosi istanti in cui anche un video dei Backstreet Boys ambientati nello spazio mi sembravano fantascienza più estrema e per averci riconsegnato un cattivo, brutale ed ispirato Gerard Butler che, dopo il dittico Giustizia privata e Gamer e l’eccezione Attacco al potere, sembrava aver perso la strada della “cazzutaggine” per prendere il vialetto dedicato ai dvd da tenere nel cassone del Mediaworld. Un autentico (e involontario?) omaggio ai quei film mitologici di un tempo, in cui era normale vedere ciclopi, creature alate e scheletri popolare metri di celluloide mentre si accompagnavano eroi in viaggio tra inferi e isole misteriose.

Meraviglia.

Grazie Alex, a nome del bambino che da qualche parte continua a vivere in me e che dovrebbe vivere un po’ di più in tutti noi.

Gods of EgyptIMDb Wikipedia

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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