Gone Girl: Rosamund piglia tutto


Mi riesce davvero difficile parlare di Gone Girl senza parlare di Rosamund Pike-Amy quindi – pagato pegno all’introduzione – vi dico subito che se non lo avete ancora visto smettete di leggere.

Sarà mica stato il gatto?

Potrei usare i soliti eufemismi utili a non spoilerare o a dire cose per dirne altre ma ci sono due motivi ben precisi che mi fanno scegliere di essere il più diretta possibile:

1) dopo nemmeno cinque minuti dall’inizio del film c’è il primo Grande Avvertimento. Quando Nick/Ben Affleck (e no, il pisello non si vede nella scena della doccia, consolatevi con quello di Fassbender in Shame e finiamola lì) va dalla sorella gemella al loro locale, le porta un gioco di ruolo. Il gioco di ruolo si chiama Mastermind. Ora, se avesse voluto tenere nascoste le sue intenzioni Fincher avrebbe fatto altro. Invece te lo dice subito attento caro spettatore che qua non solo nulla è come sembra, ma stiamo giocando a un gioco grosso con posta al rialzo ogni dieci minuti circa.

2) Non si può godere appieno delle sfaccettature del film senza parlare in modo esplicito del personaggio di Amy. Non è che puoi definirla in modo semplicistico psicopatica senza farle un torto oppure Dark Lady del Millennio mettendola al pari di Diana dei Visitors per ingordigia di emozioni o di una contemporanea Catherine Tramell che per far innamorare di lei non ha nemmeno bisogno di accavallare le gambe e che, anzi, si tiene le mutandine addosso perché non le servono le allusioni. O ancora di paragonarla a colei che negli anni 80 incarnò le ombre femminili meglio di chiunque altra, Theresa Russell, senza riuscire comunque a renderle giustizia.

Ridi, ridi

Fin dalle prime battute capisci quanto fiele ci sia all’orizzonte, di quanta nebbia – che sia di zucchero, reale, mattutina, della mente – sia impregnato il rapporto tra Nick e Amy. A volte lui sembra (sembra?) un coglione meschino altre il perfetto complice. Quando sorride accanto alla foto della moglie scomparsa, quando si fa scattare una foto con una groupie, quando potrebbe dire di no alle figure di merda e invece le fa, quando manipola anche lui situazioni risultando meno esplicito delle architetture sofisticate della moglie ma non per questo meno dannoso o meno colpevole (poi lo decida ognuno di noi di cosa).  Il resto è contorno: il giornalismo mistificatorio, i genitori egocentrici, il palcoscenico mediatico, gli investigatori.

Ravanando nella piccola scatola dell’odio

Sono sempre stata convinta che non esista matrimonio che non attraversi crisi o che non abbia la propria piccola scatola dell’odio: la differenza è che non tutti i matrimoni sfociano in un gioco di tensione come in Gone Girl dove ci scappa anche il morto fisico ma possiamo realmente dire che non ci siano cadaveri di altro genere nei campi di battaglia affettivi?

Il tutto è intriso della giusta dose di dramma: l’abilità di Amy, che nella vita narra storie, è quella di saper improvvisare quando costruisce La Storia. C’è stato un momento durante la visione nel quale mi sono domandata ma perché, perché lo sta facendo? E rispondersi perché è psicopatica è troppo poco. Non basta. C’è molto di più: c’è la volontà di plasmare gli eventi, di renderli qualcosa di accettabile in nome della soddisfazione dei propri bisogni primordiali, di fare in modo che nella rappresentazione della felicità ci si arrivi con qualsiasi mezzo a disposizione e che, per essere reale, debba essere condivisa. Persino con la forza. Persino imbrattandosi di sangue della Vittima Necessaria. Vi sfido a portare addosso tutto quel rosso con quell’incredibile savoir faire: Rosamund Pike indossa il vestito della morte con una tale sconvolgente eleganza che Hannibal Lecter rimarrebbe a bocca aperta scaricando i traumi di Clarice Starling e Will Graham in otto secondi.

Idee per il prossimo Halloween

Alcuni si sono infervorati tacciando Fincher di misoginia e dimenticandosi (risultando ancor più misogini per contrappasso) che la mano e la scrittura – dal libro alla sceneggiatura stessa – sono quelle di una donna, Gillian Flynn.

Cosa vogliamo fare amici, reprimere la natura umana? Raccontarci per l’ennesima volta sotto la strisciante egida del maschilismo più retrogrado, vecchio e inconsapevole ovvero quello che risiede nella negazione delle pulsioni più feroci che per natura non sono legate al sesso di appartenenza, che non possiamo essere cattive?

Pensaci tu, Amy.

Gone Girl – IMDbWikipedia

 

Daniela Elle
Apre il suo primo blog di cinema nel 2004. Dopo averci pensato per almeno tre anni, nel 2014 fonda il collettivo cinefilo de Gli88Folli. Giusto per menarla quanto basta ha scritto e pubblicato un sacco di cose che sono arrivate in Cina e in Russia e voi no.

2 Comments

  1. Pietro
    dicembre 28, 2014

    Che dire, io non ho letto il libro (lo farò quanto prima, ma dopo la visione – terminata da poco – ho letto il tuo post e qualche dibattito su Guardian e Washington Post a proposito delle differenze tra libro e film (a questo punto mi sono semplicemente fatto l’idea che il libro sia ancora più acido e cattivo). Anche io a un certo punto, specialmente al ritorno di lei, mi sono chiesto “ma dai, tutta questa misoginia a che pro?”, anche se poi capisco che un’altra lettura può essere totalmente femminista, la donna cattiva, la donna ribelle che non ci sta a farsi incasellare. Avrei voluto più “genitori di Amy” perché veramente vedendo loro ci si immagina subito che lei sia cresciuta come una psicopatica (e ho fatto attenzione a non leggere nulla del film prima di vederlo). Comunque gran filmone, grande interpretazione di Rosamund Pike, colonna sonora come sempre magnifica e poi dai, bello, asciutto, gelido. Al Maestro sarebbe piaciuto, gli sarebbe piaciuto magari “sporcare” Grace Kelly con un personaggio così. PS la scena dell’omicidio di Desi, per quanto io sia un amante dello splatter, mi è sembrata un po’ gratuita nell’economia del film, mi sarei aspettato di più uno strangolamento, ma va beh.

    • Daniela Elle
      dicembre 28, 2014
      Daniela Elle

      Ho appena finito il libro: grosse differenze non ne ho trovate, ci sono solo alcuni approfondimenti e qualche retroscena in più con un tono sarcastico e tagliente che comunque nel film permane (non dimentichiamo che la sceneggiatrice è sempre l’autrice). Tra l’altro trovo sempre oltraggiose se non perniciose le discussioni sul “trova le differenze” ne sia esempio Shining che King disconobbe (a mio parere) per rosicamento manifesto rispetto alla visione di Kubrick. Detto questo la scena gore c’è anche nel libro e non è gratuita in nessuno dei due luoghi: in ogni battaglia c’è versamento di sangue e quella morte è il tributo alla sopravvivenza.

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This article was written on 14 Dic 2014, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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