Humandroid il tanghero


chappie

In un futuro non troppo lontano robot umanoidi vengono utilizzati per contrastare il crimine. Quando Chappie, uno di questi robot, viene rubato e riprogrammato diventa il primo droide con la capacità di pensare e provare sentimenti.

Nelle ormai introvabili pagine del Compendio Universale delle Intelligenze Speciali, giova ricordarlo, è scritto che i robot si dividono in:

  1. appartenenti ai governi (o ai matusa)
  2. da riavviare
  3. con dentro troppa polvere
  4. radiocomandati
  5. non ancora addestrati
  6. anfibi
  7. leggendari
  8. esclusi da questa classificazione
  9. con il chip emozionale
  10. innumerevoli
  11. programmati da giovanissime vergini sulla riva di un fiume
  12. eccetera
  13. che hanno bruciato la siepe
  14. che da lontano sembrano Batman

Neill Blomkamp mostra di conoscere bene i sacri testi, girando un film che ci fa dimenticare l’orrendo Elysium proponendo una versione sudafricana di quel capolavoro della cinematografia mondiale che fu Corto circuito. Il Sudafrica di Blomkamp non è però composto da immense praterie e animali selvaggi ma da terrificanti sobborghi e un esercito di tangheri, barbari, burini, tamarri e zotici da fare impallidire un qualunque sobborgo di un qualunque altro paese del mondo, in particolare quelli di District 9 dei quali certamente condivide la bruttezza.

La trama è originalissima: un robot senziente stupisce tutti con le sue capacità sovrumane. No, davvero. Originalissima, manco compare nella categorizzazione del Compendio Universale la voce “senziente” tanto è originale. Blomkamp stava correndo il grossissimo rischio di ricadere sotto alle condizioni del famigerato Teorema dei Wachowski: “Se passi venticinque anni della tua vita ad arrovellarti per il tuo film perfetto e poi per una botta di fortuna incomprensibile te lo fanno fare tutto quello che verrà dopo non ha avuto venticinque anni di arrovellamenti alle spalle e sarà una schifezza.”

Mullet! Mullet!

Mullet! Mullet!

Invece nessun Hugh Jackman pettinato con un ferro da stiro probabilmente troppo caldo, nessuna Sigourney Weaver che sembra aver dimenticato come si fa a recitare, nessun Dev Patel che continua a comportarsi come se fosse nella redazione di The Newsroom anche quando si rotola per terra coperto di sangue, nessuna violenza gratuita che – purtroppo – toglie ai più giovani la possibilità di vedere il film riescono a levare del tutto il fascino alla pellicola.

La cosa più difficile da accettare, lo sforzo di sospensione dell’incredulità più violento, è riuscire a credere che un numero così grande di personaggi stupidi sia riuscito a entrare in una sola storia. Mettere il proprio interesse davanti a tutto anche con conseguenze disastrose, non avere nessuna capacità di valutare i rischi del proprio operato, essere ciechi a qualunque possibilità di miglioramento anche quando estremamente esplicita costituiscono la normalità del comportamento di tutti i personaggi (umani, almeno). Davvero difficile da accettare.

Sicuramente qualche arrovellamento, comunque, c’è stato. Il film è lo sviluppo di un cortometraggio del 2004 intitolato Tetra Vaal in cui già compaiono le stesse tematiche con lo stesso, inconfondibile, stile. E la società che produce i robot poliziotto, tra cui Chappie, si chiama proprio Tetravaal, non a caso.

Parte del merito del fascino che permea il racconto va alla coppia di tangheri Ninja e Yo-Landi, componenti del famosissimo gruppo rap sudafricano Die Antwoord, che nel film in pratica non recitano ma fanno sé stessi. Se all’inizio questa scelta suona un po’ discorde alla fine trascinano sulle loro spalle tatuate tutta la storia dandole un tocco “sporco” decisamente interessante. Soprattutto Yo-Landi che ci fa percorrere tutto il tragitto da “fastidiosissima cagna” a “personaggione indimenticabile” non cambiando mai la cifra interpretativa (Ninja in questo senso è più barbaro ma anche più attore). Le scene in cui il gruppo di criminali da strapazzo insegna a Chappie a stare al mondo (al loro mondo), sono molto divertenti e sono la parte più originale e che funziona meglio dell’intero film.

Parte del merito va anche al fatto che solo per il fatto di essere sudafricano Blomkamp non inserisce nella sua storia un rapporto irrisolto col padre, tematica un filo sovrasfruttata nelle produzioni americane. (Stacco, scuola di scenografia della Los Angeles University Of RECITESCION, interno giorno, un giovanissimo e brillantissimo wannabe sceneggiatore consegna l’opera che potrebbe trasformare per sempre la storia del cinema mondiale e il docente gli mette F “NON C’È NESSUN CONFLITTO CON IL PADRE MA DOVE TI CREDI DI ESSERE? IN SPAGNA? VATTENE VIA! VATTENE VIA!”)

appleseed1

Infine, e sembra scontato, è notevole il robot, esplicitamente ispirato a Briareos Hecatonchires di Appleseed. Il suo percorso da spietata unità della polizia a entità intelligente protagonista del dramma non rappresenta alcuna sfida alla succitata sospensione dell’incredulità e anzi, nel mare di stupidità che permea tutti i personaggi in carne e ossa, non è difficile immedesimarsi nella macchina.

Siamo fortunatamente lontani dai disastri di Elysium e Blomkamp è tornato (forse) tra noi. Humandroid non è un’operazione completamente riuscita ma ci lascia ben sperare per il futuro.

Humandroid – IMDbWikipedia

Scrive romanzi e racconti. Da sempre appassionato di fantascienza e da quasi sempre di cinema e teatro, scrive di notte nel silenzio della campagna inglese o tormentato dal vento del Mare del Nord.

3 Comments

  1. Giuseppe Marino
    aprile 14, 2015
    Giuseppe Marino

    Ci sono anche i robot progettati con un pennello finissimo di pelo di cammello. Blomkamp lo avevo ormai mentalmente archiviato come “grossa delusione”, ma da quel che dici un’altra mezza possibilità se la merita.

  2. Miki Fossati
    aprile 15, 2015

    Bravo Giuseppe, una mezza possibilità la merita sì, se posso suggerire in originale, che lo slang è metà del divertimento.

  3. […] *quel* Neill Blomkamp, quello di District 9 e Humandroid – che in originale era Chappie e non so perché cambiare un titolo inglese in un altro titolo inglese, […]

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This article was written on 14 Apr 2015, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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