Hunger Games, il teen movie dei morti male


La quadrilogia (i libri scritti da Suzanne Collins sarebbero tre, ma come da tradizione dall’ultimo sono stati tratti due film) degli Hunger Games si avvia a diventare il franchise cinematografico più fortunato di sempre, o almeno finché non uscirà il secondo Avengers: è per esempio la prima serie di film a incassare più di 120 milioni di dollari nel weekend di uscita con tutti gli episodi, incassando nei primi due giorni di programmazione più del doppio di quanto siano costate le due parti di Mockingjay (in italiano: Il Canto della Rivolta) insieme.

Nel frattempo, la serie si è arricchita dello status di ultramegastar di Jennifer Lawrence, di un – provvidenziale, a parere di chi vi scrive – cambio di regista, di un cast che era partito come “stellare” e adesso è all’incirca “metà delle mattonelle su Hollywood boulevard”: ai protagonisti del primo film (Jennifer Lawrence, Liam Hemsworth, Josh Hutcherson, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Donald Sutherland, Stanley Tucci, Lenny Kravitz, Wes Bentley) si sono aggiunti Sam Claflin, Jena Malone, Amanda Plummer, Jeffrey Wright, Nathalie Dormer, Philip Seymour Hoffmann (qui alla sua ultima prova prima della morte per overdose, per aggiungere hype all’hype), Julianne Moore.

Sopra: l'All-Star Game(l’All Star Game)

Per chi non conoscesse la storia, ecco una breve sinossi: in un futuro distopico, a seguito di una guerra/ rivoluzione/entrambe, al posto degli attuali Stati Uniti c’è Panem, una nazione suddivisa a 12 distretti asserviti alla Capitale, che governa con un misto di forza militare e propaganda televisiva. La Capitale è ricchissima e decadente, mentre i distretti sono poveri e costretti a produrre per la crapula dei ricconi. In aggiunta, ogni anno ciascun distretto estrae a sorte due giovani (i Tributi) da inviare alla Capitale per farli partecipare agli Hunger Games, una sorta di reality televisivo ambientato in un’arena naturale in cui i ragazzi devono sbudellarsi a vicenda sino a che non ne rimane soltanto uno. Il vincitore si guadagnerà lo status di celebrità e una vita agiata per sé e per la propria famiglia negli anni a venire.

(Non suona nuovissimo? In effetti quello del tributo di giovinetti è un concetto abbastanza antico e la stessa Collins ha detto di essersi ispirata al mito del Minotauro, mentre quello del reality in cui si uccide ricorda almeno un precedente illustre. Poi ci sarebbe un altro film di ragazzi e ragazze che si ammazzano in un’arena naturale, ma l’autrice giura di non averne mai sentito parlare prima di scrivere il proprio libro. A mio parere ci sono abbastanza differenze, nella premessa e nella morale, per concedere a Suzanne Collins perlomeno il beneficio del dubbio. Magari ci torneremo.)

SAMSUNG(non siamo convinti)

Prima di Mockingjay, che sarà oggetto di una recensione tutta sua, proviamo a ripassare i capitoli precedenti.

The Hunger Games (2012)
Ai settantaquattresimi Hunger Games partecipano, dal Distretto 12 – il più povero, il più sfigato, quello da cui esce quasi sempre carne da macello – Katniss Everdeen e Peeta Mellark. Katniss è orfana di padre, abile arciera, ha un amico per cui forse prova qualche sentimento (Gale Hawthorne) , è scontrosa e ribelle e si offre volontaria al posto della sorella minore Primrose; Peeta è tranquillo, benvoluto da tutti e segretamente innamorato di Katniss. Katniss vincerà gli Hunger Games, riuscendo anche a salvare Peeta fingendo di amarlo e sostanzialmente mostrando il dito medio al governo della Capitale, diventando così il simbolo e la scintilla della rivoluzione che là porterà a… no niente, non diciamo come vanno avanti i libri (peraltro sono curioso di vedere fino a che punto gli sceneggiatori spingeranno la fedeltà ai romanzi, data la quasi totale assenza di NO NON HO DETTO NIENTE).
Guardare il primo episodio della quadrilogia è un’esperienza faticosa: il regista Gary Ross, già sceneggiatore e regista di commedie, fatica per tutto il tempo a trovare un registro adatto alla messinscena. Per esempio, cercherà in ogni modo di privilegiare i rapporti umani rispetto all’azione, giungendo all’invidiabile risultato di impiegare più di metà del film per far incominciare gli Hunger Games veri e propri. Ciò comporta una micidiale introduzione semimuta nel Distretto 12, girata con una fotografia che vorrebbe essere documentaristica, in cui ci viene presentata la vita di Katniss e la preparazione al giorno del “raccolto” (ovvero l’estrazione a sorte dei partecipanti al massacro), seguita da un’estenuante preparazione alla lotta, che la Lawrence attraversa attonita.
Ok, ma poi quando iniziano le mazzate diventa interessante? Mi spiace, no: l’idea di Ross è quella di rendere ogni morte significativa e tragica, in modo da farci sentire l’orrore di un reality in cui dei ragazzini si ammazzano in diretta. Personalmente ritengo che qualunque essere senziente con una moralità appena più sviluppata del fungo dei piedi comprenda che far combattere minorenni in TV a fini di propaganda sia BRUTTO e NO-NO: quel che Hunger Games si dimentica di mostrare è invece perché guardare i suddetti ragazzi lottare per la sopravvivenza possa essere divertente. Mancano la paura, l’euforia del sopravvissuto e lo sguardo che dal Signore delle Mosche in poi ci mostra come nei giovinetti non alberghi precisamente un buon selvaggio, quindi manca anche la partecipazione dello spettatore ai giochi. Paradossalmente, privando le morti del loro lato circense Ross ne perde la spettacolarità, la tragedia e infine l’unicità: in poche parole, arrivi a sperare che facciano in fretta a schiattare tutti per vedere in cosa consiste la premiazione.
Molto meglio va il secondo film, ovvero:

Catching Fire (La Ragazza di Fuoco) (2013)
Katniss e Peeta sono sopravvissuti agli Hunger Games, ma il fatto di aver infranto le regole non è andato giù al cattivissimo presidente Snow, che si vendica istituendo una speciale edizione dei Giochi a cui sono costretti a partecipare i vincitori degli anni passati. Pertanto, Katniss e Peeta, che pensavano di essersi guadagnati una vita di tranquillità e brutti ricordi, si ritrovano nella Capitale, printi a scendere di nuovo nell’arena.
La regia passa a Francis Lawrence, ex videoclipparo e già regista di Constantine (ehm) e Io sono Leggenda (SPOILER WILL SMITH AMMAZZA IL SUO CANE NON GUARDATELO) ed è una fortuna: consapevole di avere per le mani una storia letta da 24 milioni di persone, Lawrence si attiene alla storia e non fa altro che rendere ogni immagine il più magniloquente e decadente possibile, in opposizione alla compostezza e alla serietà che Jennifer Lawrence e Josh Hutcherson impongono a Katniss e Peeta.
In aggiunta, si può anche dire che in questo caso la materia è più semplice: i precedenti vincitori sono incazzati a morte con il presidente Snow e con l’organizzazione dei Giochi, pertanto si formano squadre e diventa più facile parteggiare per i buoni. L’arena stessa si rivela una specie di trappola per topi, aggiungendo un ulteriore elemento di avventura. Non guasta nemmeno che non ci sia più Katniss da sola che cerca di sopravvivere ma un gruppo misto di ragazzi e adulti che non si fidano completamente l’uno dell’altro: oltre a mantenere sempre alta l’attenzione per un possibile tradimento, la presenza di individui maturi aggiunge alcune sfumature alla necessità di uccidere (per esempio, alcuni adulti ne hanno scoperto il piacere, altri fanno delle scelte, nessuno più è soltanto “vittima” degli Hunger Games)

Jennifer-lawrence-stars-as-katniss-everdeen-in-the-hunger-games(“Vittima a chi?”)

Dal canto suo, il regista si impegna a mantenere alto il ritmo, a far esplodere quanta più violenza gli riesce entro i limiti del PG13 e a darci un nemico da odiare facilmente nel presidente Snow, preparando il campo all’epilogo, una lotta tra oppressi e oppressori, tra libertà e dittatura, tra bene e male* che è diventata il simbolo di alcune rivolte vere: per esempio la giunta militare, al governo in Thailandia dopo il colpo di stato dello scorso maggio, arresta i giovani che utilizzano il saluto con le tre dita che è il simbolo della rivolta nei film di Hunger Games.

(Quando la realtà raggiunge la fantasia e le fa il saluto con tre dita)

*In realtà le cose non stanno proprio così: la rivoluzione si rivela… ne parleremo con Mockingjay

Luca Traversa
Passa sull'internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

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This article was written on 10 Nov 2015, and is filled under Amarcord, Scuse per parlare di film.

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