Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 1 spiegato bene


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Non so se avete presente Shakespeare in love (sì, lo so, partiamo malissimo). A un certo punto arriva Ben Affleck a cui viene concesso questo monologo introduttivo da attore spaccone che dice “ho fatto questo, ho fatto quest’altro, sono questo, sono quello, sono lui, sono lui”. Interrotto dal mecenate che finanzia la nuova opera di Shakespeare, gli urla addosso uno sprezzante “Chi siete, Voi?” e quello, un po’ timido, ma comunque giusto, risponde “Io sono il danaro”.
Ecco, questo per dire che io mi immagino ci sia uno, a Hollywood, che ha quel ruolo lì, quello di sedersi ai tavoli, durante le riunioni di pianificazione e pre-produzione dei film, in cui si discutono cose tipo casting e budget e date di uscita e sta lì, zitto zitto, poi, a un certo punto, dice una cazzata epocale e tutti lo guardano tra l’incredulo e lo sbigottito, fino a che uno non chiede “Ma tu chi sei?” e quello, appunto, risponde “Io sono il danaro”.

Il ruolo del danaro consente, insomma, di prendere decisioni fondamentalmente del cazzo e nessuno può dire niente, tutti zitti e muti. Una delle decisioni di questo tipo, nella storia recente, è quella dello spezzare film in due parti, perché in due parti ci stanno un sacco di soldi in più, potenzialmente, che in una pellicola sola. Per dire: le ragazzine che andavano a vedere Twilight, tipo, che stavano arrivando all’ultimo capitolo e poi finita la pacchia e ci sono i figli da mandare in vacanza, perché non prendere queste ragazzine e costringerle a tornare ancora in sala? Quindi si prende l’ultimo libro e lo si spezza a metà. Harry Potter? Stessa cosa. E insomma, qualcuno deve avere pensato di non essere da meno, e quindi ha deciso che questo andava applicato anche al terzo libro di Hunger Games. Chi è stato a pensarlo? Il danaro, of course.

Cosa possiamo dire del terzo libro di Hunger Games che non si sia già detto degli opuscoli dei Testimoni di Geova? Il fatto che, chiaramente, ai tempi della scrittura del primo libro non era stata prevista una sceneggiatura e se già al secondo è difficile mandare giù un secondo giro di giochi con gli stessi protagonisti, al terzo devi inventarti qualcosa di nuovo e conclusivo. Il che significa che non è così facile, perché, chiaramente, devi creare tutto quel mondo che nei primi due libri avevi accennato senza andare nel particolare. E quindi devi, per dire, decidere come si combatte una guerra, con che armi, con che mezzi, con quali strategie. Ora: non vi dirò che è un libro brutto, ma è, probabilmente, il più debole dei tre, talmente debole che, per buona parte, arranca verso un finale un po’ così, un po’ tirato via, che in certi momenti ti fa alzare il sopracciglio e pensare “ma che cazzo…?”.

Cosa possiamo dire del terzo film di Hunger Games? Che rispecchia bene quanto detto qui sopra, con, in più, il problema che il terzo libro non ha abbastanza materiale per venire spezzato in un film di due ore e quindi, quando arrivi alla fine, ti ritrovi a pensare “sì, va bene, e quindi?” perché, tutto sommato, il cliffhanger di chiusura non è che sia ‘sta cosa trascinante che ti fa venire voglia di vedere il sequel.

Che è l’ultimo film in cui ha recitato Philip Seymour Hoffman, che è stato ricostruito in CGI, in un paio di scene, e che pensarci, mentre lo si vede, da un lato ti lascia l’amaro in bocca da “proprio questa, come ultima pellicola” (ma a Raul Julia è andata peggio), dall’altro ti lascia l’amaro in bocca perché anche in un ruolo come questo mostra la sua bravura e la grazia di cui era dotato.
Che è il primo film di Jennifer Lawrence dopo lo scandalo del leak delle foto porno…e no, qui una battuta non ce la metto, tanto ne avrete già tutti fatta una, dentro di voi.

Che rende meglio che sul libro la parte riguardante alla guerra mediatica, ai filmati propagandistici, alla battaglia non reale, ma combattuta sul filo dei video.
Che non emoziona poi molto. Che non ti lascia il voglino di vedere cosa succede dopo, ma, anzi, un po’ di stanchezza al pensiero di (almeno) altre due ore di film e di gente che frigna e batte i piedi e non sa bene se limonare uno o limonare l’altro.
Che, dopo, saremo in fondo e in attesa di una nuova serie di libri di Young Adult da buttare nei cinema, sperando che siano i nuovi Twilight, perché così ha deciso il danaro, indipendentemente dalla bontà del materiale.

Che non ci sarà più Philip Seymour Hoffman, ad arricchire i film che andremo a vedere. E questo è qualcosa per cui nessuno può fare niente. Neanche il danaro, quello stronzo.

Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 1 – IMDbWikipedia

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi “Perché sto guardando Step Up 4?”. La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po’ di importanza ce l’ha, ma sorvoliamo).

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