Hunger, non sei tu, sono io.


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Ci sono film che per i più diversi motivi non riesci a vedere al cinema e poi, nonostante la curiosità, l’interesse per l’argomento, le critiche positive passano gli anni e continui a non averli visti e a dirti “ah, ma prima o poi…”. E poi invece niente.

Hunger di Steve McQueen è uno di quei casi. Ne sento parlare da quando ha vinto il premio Caméra d’Or a Cannes nel 2008 e, con l’uscita del film nelle sale francesi, Michael Fassbender, fino ad allora, almeno per me, un totale sconosciuto, ha cominciato a riempire le copertine delle riviste di cinema. Ma fino a qualche giorno fa non ero riuscita a vederlo, perdendolo, per la mia proverbiale lentezza di riflessi, anche quando nel 2012 si sono decisi a distribuire il film in Italia.

È quindi probabilmente colpa delle aspettative troppo alte, montate negli anni insieme al senso di colpa di non aver mai trovato il “momento giusto” per vederlo, sicuramente hanno il loro peso le tonnellate di libri, film, documentari sulla questione irlandese accumulati fin dall’adolescenza, non escluderei nemmeno di essere parzialmente affetta da quella che potremmo chiamare “Sindrome di Ken Loach” che ha condizionato la mia idea di com dovrebbe essere un film su Bobby Sands, ma la visione di Hunger è stata per me una delle delusioni cinematografiche più grandi degli ultimi dieci anni.

Il film racconta l’ultimo periodo della carcerazione di Bobby Sands , cioè quello delle durissime lotte di Sands e dei suoi compagni per l’ottenimento dello status di detenuti politici per i membri dell’IRA. Le lotte raggiunsero il loro apice con lo sciopero della fame condotto da Sands fino alla propria morte, dopo 66 giorni, il 5 maggio 1981 e, successivamente, da altri 9 detenuti.

Ora, davvero, non è che non si possa fare un film su questa vicenda, senza farne un film politico, impegnato e barricadero. Si può, anzi forse si deve, c’è già chi li ha fatti e li continua a fare e forse se ne sono fatti fin troppi sulla questione irlandese. Mi sta bene, lasciamo il contesto storico sullo sfondo, affidiamolo alla voce distante dello speaker radiofonico, a qualche mezza frase allusiva, scegliamo di non spiegare, ma di evocare.

Con quel che resta però McQueen purtroppo non riesce a mettere insieme un film completo e convincente.

Resta solo abbozzato l’aspetto umano, la relazione tra le guardie carcerarie inglesi e i detenuti politici irlandesi (traduzione esasperata dalla cattività dello scontro politico tra la Corona Britannica e l’IRA). I protagonisti vengono in modo troppo semplificatorio, e forzatamente equidistante, descritti come due facce di una stessa medaglia di fanatismo. Fanatico l’aguzzino, che insulta, aggredisce, umilia, tortura con fredda e metodicità, fanatico il detenuto che, consapevole di essere sopraffatto, si incaponisce nelle sue rivendicazioni e si butta a testa bassa verso quella inevitabile violenza.

I dialoghi sono volutamente rarefatti, smozzicati, quasi assenti. Ancora una volta allusioni, evocazioni, nessuna concessione, anche minima, ad una esplicita spiegazione di quel che sta succedendo. La macchina da presa può soffermarsi per diversi secondi sulle briciole che cadono sul tovagliolo in grembo al poliziotto che fa colazione, o sulle sue nocche spaccate dalle tante botte date, ma non ci è concesso sapere chi siano di preciso i detenuti, che cosa abbiano fatto, quali messaggi si affatichino i loro familiari a trasmettere con mille sotterfugi in parlatorio.

A fare eccezione, e a salvare il film da una quasi totale inutilità, c’è il lunghissimo (oltre venti minuti) e intenso dialogo tra Bobby e il suo confessore. La scena fa da snodo di tutto il film. Finalmente Bobby parla. Annuncia la decisione di 75 detenuti di iniziare una catena di scioperi della fame. Giustifica la radicalità della sua scelta con la sua inevitabilità. Ne sostiene la necessità nel dialogo con il prete che gli contrappone la sua logica incalzante nel tentativo di dissuaderlo.

Ma anche in questo caso la dialettica si limita al carattere estremo dell’azione di lotta, alla sua apparente inevitabilità, e mai, in nessun caso, al quadro più grande, complesso e articolato che è quello storico in cui trovano quel luogo, quelle persone, quelle parole. Una scelta così radicale e così politica viene spogliata a poco a poco di tutto, delle sue ragioni, della sua necessità, del suo significato fino a restare solo un gesto.

Così tutta la seconda parte del film si limita ad una lunga, estetizzante, morbosa descrizione del deperimento di un corpo privato di cibo e di acqua, delle piaghe, degli spasmi, delle sofferenze. E mentre il corpo perde, fotogramma dopo fotogramma, consistenza la perde anche la figura di Bobby Sands, non solo politicamente e storicamente, ma anche umanamente. Nulla ci viene detto della sua vicenda, poco traspare della sua umanità, il personaggio è a malapena abbozzato e l’interpretazione di Fassbender, rinchiusa in confini troppo angusti da questa scelta, fatica ad emergere per poi ridursi a mera trasformazione corporea, per quanto estrema.

Alla fine rimane una grande sensazione di inconsistenza, si sente la mancanza di un’intenzione esplicita, di un racconto, per andare oltre la pura descrizione del gesto e coglierne un po’ di più il significato, e infine una gran voglia di correre a rivedere, Bloody Sunday, Nel nome del Padre, La moglie del soldato e l’intera, didascalica, cinematografia di Ken Loach sulla questione irlandese, ma questa è la Sindrome che parla.

Hunger movie poster Steve McQueen

Hunger – IMDb – Wikipedia 

Nandina
Non è una vera blogger perché purtroppo non ha un gatto. Da piccola le dicevano “farai grandi cose” e lei ancora aspetta.

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This article was written on 18 Ott 2016, and is filled under Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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