Hungry Hearts. La mamma è morta. W la mamma


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Strana sorte quella di Hungry Hearts. Il giorno in cui è stato presentato a Venezia condivideva la ribalta con altri due film nei quali la figura materna svolgeva un ruolo centrale: Ich seh, Ich seh, film austriaco perverso e allucinato come solo gli austriaci sanno essere, e Tre cuori, con l’immarcescibile Catherine Deneuve (nel senso che ormai è un po’ mummificata).

Ora che è nei cinema si contende gli spettatori nientemeno che con Mommy e le pastoie edipiche di Dolan.

La madre che dà la vita e che può toglierla, l’amore materno come salvifico o come venefico sono le tematiche comuni a due film altrimenti molto diversi per intenzione, prospettiva, sguardo. C’è un’altra cosa, però, che li accomuna ed è l’horror vacui. Com’è noto, Dolan ha scelto di girare in 1:1 accatastando tutto il film in uno schermo di dimensioni ridotte che priva gli spettatori dello sguardo periferico. Mettendoci i paraocchi come ai cavalli, insomma.

In Hungry Hearts l’operazione horror vacui è decisamente più raffinata, anche perché Costanzo ha nella gestione degli spazi ridotti, cinematografici e concettuali, una delle sue fissazioni fin da Private, dove le inquadrature erano spesso molto più strette dell’1:1 di Dolan perché erano le fessure di chi osserva non visto.

Non nego che Costanzo mi piaccia molto. Mi piace anche nelle sue stravaganti scelte musicali (*), nella sua frivola nostalgia degli anni Ottanta e nel suo non voler stare simpatico a tutti i costi. Mi è piaciuto perfino nel film che non è piaciuto a nessuno, ovvero In memoria di me, in cui le prospettive erano dritte come binari, i binari della fede ça va sans dire.

Hungry Hearts parte a razzo con quell’incipit-prologo che dice perfino più di quanto dirà il film. Da lì in poi è tutto un destreggiarsi in inquadrature virtuosistiche quasi quanto quelle del cecchino di Eastwood. Da sotto, da sopra, da lato, dalle spalle, la visuale è sempre in qualche modo disturbata, sbilenca, instabile.

Come la graduale deriva mentale di Mina, certo, ma non solo. Tutto il precipitare degli eventi in Hungry Hearts si compone di dilemmi scivolosi e insidiosi. Dubitare del rapporto tra una madre e il figlio appena nato. Intromettersi in ciò che non ti appartiene. Chiedersi che cosa c’è nella testa di chi ami. Sovrapporsi alle decisioni altrui. Fingere. Tutte partite nelle quali parti perdente, come quando decidi di salire sull’altalena a leva con uno che pesa il doppio di te.

Questo mondo storto e traballante grava sulle gigantesche spalle di SuperAdamDriver (created by Lena Dunham), costretto in un appartamento troppo minuscolo per lui mentre la silhouette diafana di Alba Rohrwacher appare e scompare come un dubbio che si infila in un uscio o viene inghiottito da una scala a chiocciola. Nella scena in cui lui e lei sono seduti sul divano sembrano riproduzioni in scala diversa. E forse lo sono, ma quanto a impatto fisico sul grande schermo se la giocano alla pari.

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Alla fine, benché Mina sia decisamente più sciroccata della mommy di Dolan, l’addio che Costanzo le riserva è più generoso rispetto a quello che vediamo nel film del canadese che invece, con tutta la sicumera dei suoi vent’anni, ci sbatacchia da un picnic a un ospedale psichiatrico imponendoci il suo tè con il Bianconiglio.

Costanzo usa altri modi perché il suo obiettivo non è esprimersi e basta – com’è giusto che sia a 25 anni – ma è trovare l’esatta misura delle cose, quella che registra ogni punto di vista ma non per questo è frutto di un compromesso.

Perciò, diversamente da Dolan, Costanzo congeda la mamma con una scena dolce e lieve quanto un ricordo e che però, ancora una volta, non rinuncia a essere obliqua: perché proprio Mina, in quella scena, ci concede la prima boccata d’ossigeno dopo un’ora e mezza di film, la prima dopo quell’incipit piuttosto impegnativo. E quindi sorge il dubbio: che avesse ragione lei? Che avesse davvero tutto sotto controllo?

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(*) Sono costernata. Fino all’altro ieri su Youtube c’erano ben due video con la mitica scena de La solitudine dei numeri primi in cui Luca Marinelli fa le scale di corsa

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mentre Kim Carnes canta a tutto volume, poi suona il campanello e Alba Rohrwacher, che non l’aspettava, si veste di fretta e inciampa, si trucca ma ha i capelli bagnati,

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la porta si apre e loro non hanno il coraggio di guardarsi.

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Ma ormai hanno cancellato tutto. Mi dispiace.

Hungry Hearts – IMDbWikipedia

 

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 02 Feb 2015, and is filled under Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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