I Fantastici 4 o del dramma dell’ennesima famiglia disfunzionale


Allora.

Sgombriamo la testa e la stanza da tutti gli elefanti che la storia de I Fantastici 4 della Fox e di Josh Trank si portano in dote. D’altra parte ci sono quasi sempre dissensi tra i vari comparti operativi durante la lavorazione/costruzione/uscita di un film.

Esempi di litigate illustri sul set e di disastri finanziari annunciati diventati leggenda ne sono I Cancelli del Cielo di Michael Cimino o Il Padrino giusto per citarne un paio epocali. Saprete meglio di me che la lista è lunga, che i compromessi li fanno tutti, che a volte sono una cosa buona e giusta per la riuscita di un film e che altre sono semplicemente la lapide di una morte annunciata.

Sulla lapide de I Fantastici 4 c’è scritto They are still in treatment.

Forse l’unica cosa giusta da fare durante tutta la lavorazione era assicurare a tutti uno strizzacervelli per la gestione dei conflitti e della rabbia, perché il film è l’esatto riflesso di ciò che è accaduto nella routine giornaliera del processo di realizzazione.

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Allontanati da me, sfiga

I racconti si sprecano (potete approfondire qui e qui) e il famigerato tweet di Trank è stato semplicemente il detonatore di una bomba innescata già da tempo. Pagato pegno al background che, ricordiamolo, non definisce in sé nulla se non l’ennesima conferma che per fare qualcosa di buono (vedi Ant-Man anch’esso immerso nella melma di grossi problemi di realizzazione eppure ce l’ha fatta) non servono solo tigna, soldi e visione ma serve saper gestire l’imponderabile roba che nessuno sa esattamente come indirizzare né prevedere (mamma il pippone che ho tirato ma è funzionale).

Allora.

Si parla di super eroi e anche io ho il mio modesto potere. Dimentico gli spoiler, dimentico le polemiche, riesco a vedere un film a distanza di anni come se lo vedessi per la prima volta, azzero il cervello, ho la tabula rasa a chiamata. Per cui ho iniziato a vedere I Fantastici 4 come se non sapessi nulla dei trailer orrendi, de La Cosa senza parecchie cose, del Doctor Doom con la faccia oblunga.

Passiamo ai fatti.

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Una volta ci volevamo bene

Reed Richards e Ben Grimm sono dei reietti: uno perché vaneggia di teorie quantistiche e di spostamenti di oggetti da uno spazio all’altro; l’altro perché arriva dagli ingrugniti bassifondi di una famiglia che si sostenta con il rimessaggio delle auto (probabilmente girerebbero i coglioni anche a me, rivaluto le mucche e gli aratri). Diventano amici grazie alla scintilla che la follia adolescenziale riesce a scoccare tra estremi. Crescono e rimangono inseparabili finché il talento visionario di Reed non viene scoperto dal Dr Franklin Storm che lo porta in unità speciale dove può finalmente avere accesso a tutta la tecnologia necessaria per costruire il teletrasporto. Sulla scena compaiono Johnny, Sue e Victor-greetings-from-Latveria.

Sono passati 40/45 minuti di film e tutto ha funzionato. Certo alcune battute paternalistiche fanno cadere la mascella ma si delinea un retropensiero, un terreno comune. Sono tutti dei disadattati e si finisce quasi per provare simpatia cazzona. Il teletrasporto ha successo ma bisogna che gli umani lo provino e i ragazzi lo provano. Finiscono sul Pianeta Zero dove un’energia senziente li aggredisce. Partono disfunzionali e tornano disfunzionali ma con il dna pimpato. Sul Pianeta Zero ci rimane Victor.

Mancano 40 minuti alla fine del film: siamo a più di metà e nessuno sa cosa fare coi ragazzi pimpati ma soprattutto nessuno sa come gestire la seconda parte che vacilla in modo quasi doloroso. Non c’è il piacere perverso di assistere a un incidente perché sai che si faranno tutti molto male, che ci sarà rimozione e questa consapevolazza lascia poco spazio al sarcasmo perché lo spettatore si sente disarmato, annichilito dalla pantagruelica negligenza.

A cominciare dagli effetti speciali: la Torcia si accende con la stessa credibilità delle esplosioni disegnate su pellicola. Mi sono sentita catapultata (meglio, teletrasportata) nel 1980. La Cosa si vede sempre in penombra che poi sarebbe una cosa fica se non fosse che non appena tocca la luce persino la sua ombra sembra un cartone animato. Tranne qualche momento in cui la tensione c’è sembrano tutti buttati lì nel ciclone degli ultrasuoni a fare cose disconnesse per salvarsi le chiappe.

Un caso a parte è Kate Mara. Avevano sbagliato già il tono di biondo o la parrucca a Jessica Alba nel tanto vituperato Fab Four del 2005.

Basta capelli di merda. BASTA.

Dico io perché riuscire a ripetere lo stesso, identico errore? Per non citar della sua recitazione a scatto fisso: con e senza l’orrido toupet biondo.

E invece moar #capellidimerda

Si viene  gettati senza nessun ritegno nel girone infernale dei tunnel senza luce in fondo: lo stacco temporale inesistente dei quattro tra il ricevere i poteri e il saperli usare è un insulto a qualsiasi ragionevole richiesta di sospensione dell’incredulità.

Il ritorno di Victor è l’apoteosi dell’imbarazzo: fa esplodere tutto e tutti con ‘sta faccia oblunga, brutta e intollerabilmente inespressiva (se nel fumetto è la sua forza qui è la kryptonite del personaggio all’ennesima potenza) perché si sente un emarginato.

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Ecco come saranno da ora in poi le facce di cazzo

Nella letteratura degli outcast sarebbe il peggior emarginato con il maggior grado di mancata empatia o simpatia al mondo. Gnegnea talmente tanto che vorresti solo riempirlo di boffe radioattive.

Gli ultimi cinque minuti sono un delirio di esplosioni, corri, scoppia e spacca talmente orchestrati male che persino Orlando Bloom avrebbe saputo fare di meglio su un qualsiasi Olifante sgarrupato.

Ora.

Non ho idea di cosa possa succedere alla famiglia super eroistica disfunzionale più negletta del momento in relazione al franchise e al Marvel Universe ma sono sicura di una cosa: se è vero che i traumi vanno affrontati a gradini e non rimossi auguro a tutto il cast, al regista e fino all’ultimo runner una terapia cognitiva fattiva e concludente.

Un pensiero particolare va a La Cosa perché sarebbe stato più dignitoso mettergli i pantaciclista, ché senza pisello, no. Non si fa.

I Fantastici 4 – WikipediaIMDb

Daniela Elle
Apre il suo primo blog di cinema nel 2004. Dopo averci pensato per almeno tre anni, nel 2014 fonda il collettivo cinefilo de Gli88Folli. Giusto per menarla quanto basta ha scritto e pubblicato un sacco di cose che sono arrivate in Cina e in Russia e voi no.

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This article was written on 15 Set 2015, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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