I film di paura dove Gli 88 Folli si sono fottuti il cervello per sempre


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Artwork di Riccardo Fano

Vi raccontiamo senza paura (ah ah che divertentissimo giuoco di parole) i film che ci hanno spaventati da morire fottendoci il cervello se non per tutta la vita, almeno per un lungo e ragionevole lasso di tempo.
In questo post(o) non ci troverete i 10 buoni consigli di film horror da vedere o altre cose simili: ci troverete la Paura. Inspiegabile, remota, pura, cristallina, fottuta paura.
Sì quella che non sente ragione e ti fa stringere le chiappe e correre veloce se vedi un lampione avvolto nella nebbia, un ragno che ti fa ciao da sotto il letto o un clown che ti dice “Vieni a giocare con me”.

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Tranquillità sulle strade

Non guardo molti horror perché poi ho paura. Probabilmente è più una convinzione instillata da piccolo da una madre apprensiva che una realtà empirica. No, scusate: mi sono ricordato che la scorsa estate ho guardato The Babadook e che se non c’è mia moglie dormo con la luce accesa. Realtà empirica, senza dubbio. In ogni modo, quando è venuta fuori quest’idea del post de paura per Halloween ho pensato a una paura che mi sia rimasta appiccicata nel tempo, ma fortunatamente sono quasi immune dalle paure. Se si escludono ovviamente creature marine che possano ghermirmi dagli abissi, tanto che quando nuoto in mare aperto mi vedo sempre le gambette che si agitano freneticamente inquadrate da sotto con uno zoom a ingrandire. Ma a parte questo non ho paura di niente. Eccetto che i cani un giorno o l’altro si trasformino in una creatura mostruosa venuta dallo spazio. Però per il resto sono abbastanza refrattario ai timori irrazionali, salvo una ragazzina che esce da una videocassetta. Insomma, sono uno coraggioso di mio. Però se devo pensare al Mostro che mi porto dietro da sempre non è uno zombi, un fantasma o una creatura soprannaturale: è il camion di Brivido (o Maximum Overdrive, 1986).
Brivido è il primo e unico film diretto da Stephen King, il quale per il suo debutto da regista scelse un oscuro racconto (suo, ovviamente) contenuto nella raccolta A Volte Ritornano.
La storia in breve: la Terra entra nella coda di una cometa, le macchine si animano e uccidono gli uomini, i quali devono rimanere vivi fino alla fine dell’effetto della cometa. Fine. Niente possessioni demoniache, obiettivi di dominio, direttive sbagliate: le macchine uccidono perché gli va. Questo è forse il motivo per cui Brivido mi è rimasto molto più impresso di Christine, che è di tre anni precedente e obiettivamente migliore.
Brivido dalla sua ha la gratuità assoluta della cattiveria delle macchine e il camion con il volto di Green Goblin. Quel pezzo di plastica inespressivo, un espediente scemo per rendere più spaventoso un oggetto di tutti i giorni, mi è rimasto impresso più di tante creature spaventose viste in seguito. Ancora oggi tutte le volte che incrocio un autotreno me l’immagino con quella maschera verde davanti e penso che, se volesse, potrebbe fare a pezzi praticamente qualunque cosa si trovasse davanti.
Allora stringo un po’ di più il volante, o il manubrio, guardo solo avanti e aspetto che se ne vada. Dopo, lascio scorrere un brivido lungo la schiena e mi riprometto di non cascarci più. Fino alla prossima volta.

Luca Traversa – Brivido

 

 

Sei in un cinema e stai guardando uno che guarda il buio nella sua camera e non puoi morire di paura così al punto da voler uscire, al punto da pensare non ce la faccio non ce la faccio non ce la faccio. È solo buio, no? Ce l’ho fatta, ma solo per arrivare al punto che ha fatto sembrare la paura di prima un bubusette da bambini. Ancora oggi non sempre dormo tranquilla al pensiero che la persona a fianco a me, quando mi sveglio dopo un incubo, potrebbe sorridermi amorevole e l’attimo dopo trasformarsi in un mostro (non. guardate. il. video)

Mafe – Lost Highway

 

 

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Oggi non è giornata eh

I miei compagni alle elementari non facevano altro che parlare de l’Esorcista. Mimavano Blair quando ruotava la testa a 360 gradi e regolarmente finivano col ridere. Col tempo ho compreso meglio il valore di tutto questo. Doveva essere una sera in cui guardavo una rete privata e lo davano. Ci ho provato almeno venti volte nella mia vita a guardarlo tutto. E fino in fondo ci sono riuscita solo sette o otto fa. Ci sono arrivata per gradi. La prima volta che ho tentato ho resistito fino alle scene in cui Blair sente le voci e le fa sempre male la testa.
Le immagini delle radiografie luminose mi si erano attaccate alla retina e poi mi ricordo della madre che sentiva dei rumori e finiva in soffitta con una candela che diventava un lanciafiamme. In un altro goffo tentativo di visione mi sono guadagnata per sempre la turba della rabbia animalesca del respiro della ragazzina.
In apparenza quieta e così remissiva, in realtà così bestiale. Sapevo tutto del film: udito racconti, visto foto, intravisto trailer, spezzoni di scene, spoof qualsiasi cosa. Ma non avevo visto il film per davvero. Adesso che mi sto costringendo a rievocare la Paura l’escalation mi diviene chiara: l’imprinting dell’orrore fottuto e inesorabile se l’ho avuto con l’Esorcista (tra i miei infiniti aneddoti personali si annovera anche il noleggio del DVD guardato senza audio che non sono riuscita comunque a terminare) si è sedimentato per poi esplodere a 14 anni con un’insonnia durata per ben due mesi dopo aver visto al cinema Phenomena. Vaffanculo Phenomena te e le tue maledette vasche piene di pezzi di gente morta e il bambino-mostro. La stessa cosa mi è capitata con Signs, un film che razionalmente mi fece incazzare a morte perché non parlava di Alieni ma di religione mentre subdolo mi si insinuava facendomi salire un’inquietudine primitiva e avvolgente come il piombo. La scena della famiglia barricata nella cantina, il filmato della creatura che scappa durante una festa di compleanno, la gamba in dissolvenza che scompare nelle siepi. Poi è tornato Padre Amorth, la nebbia e gli stracazzo dei versi gutturali rabbiosi di Blair alla visione definitiva terminata con un beh però ce l’ho fatta. Sì certo. Come quel pomeriggio di qualche anno fa alla Bicocca, mentre DA SOLA avevo deciso di vedere due film horror in rassegna al Festival di Venezia e uscita dal cine era calato il buio. Ero DA SOLA in BICOCCA alla fermata del bus e non c’era nessuno. Poi un ragazzino – da dove CAZZO era uscito? – mi stava domandando con la tipica voce da oltretomba degli adolescenti maschi A CHE ORA PASSA IL BUS e io devo avere più o meno fatto la faccia di una che stava per schiattare di infarto. Oppure quando mi sono messa a guardare quella merda di Paranormal Activity e non ho dormito tutta la notte pensando alle entità cugine di Pazuzu che mi sfilavano il piumone. Non è che ci vuole una cima per capire che probabilmente le ore di catechismo e di racconti sul diavolo siano da indicare come ottimo terreno di crescita per le mie paure primordiali ma non è tanto questa la sede per spiegarsi né di usare il sarcasmo. Non si ride della paura degli altri perché poi la Paura ride di te.

Daniela Losini – L’Esorcista + Phenomena + Signs + l’Esorcista

 

 

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Ospitalità crepuscolare

Quando sono andato al cinema per vedere Darkness, non sapevo che avrei visto Darkness. Per quanto sia in conflitto con l’amare il cinema, non riesco proprio a sopportare i film “di paura”. E lo dico dopo essermi visto la stessa notte Velluto blu e  Strade perdute, per cui non è l’inquietudine il mio problema. È proprio il farsela sotto.
Siamo tra amici, a dire il vero siamo una decina. Il cinema aveva appena cambiato il film che volevamo vedere, e qualcuno propone Darkness, consci del fatto che avrebbe fatto un po’ paura ma che oh, dieci uomini assieme non si faranno mica spaventare da 90 minuti di un film spagnolo, nemmeno particolarmente riuscito.
E INVECE abbiamo passato tutto il primo tempo in un silenzio incredibile, surreale. La sala era praticamente vuota, oltre a noi forse altre 4 o 5 persone.
Al termine della prima parte ci siamo guardati in faccia. Avevamo i volti di chi aveva appena incontrato il suo peggior nemico, bianchi e atterriti come quando giri l’angolo e vedi la tua ex fidanzata che si bacia con un altro.
Ho fumato, sì, ancora fumavo, ho fumato dicevo circa 4 o 5 sigarette nei pochi minuti in cui c’era la pausa tra i tempi. Abbiamo passato parecchio tempo a fissarci fino a che uno dei nostri ha fatto una vocina stupida mimando un personaggio del film e ha spezzato quell’infinito silenzio. Ci siamo messi a ridere, per la tensione, manco a dirlo. E abbiamo passato l’intero secondo tempo a ridacchiare nervosamente nelle scene più paurose, contagiando anche il resto della sala. Alla fine, siamo scoppiati tutti in una satanica risata liberatoria.
Anni dopo l’hanno passato in tv, ho rivisto qualche immagine. Ho spento la tv, guardato qualche puntata dei Griffin per dimenticare e sono andato (cautamente) a letto.

Satori – Darkness

 

 

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Tanti cari saluti a Fidelio

Trovare un qualcosa che abbia traviato la mia giovane esistenza nel corso di questi circa 20 anni non è stato semplicissimo. Ce ne sono state tante, lo so, ma scendere nei particolari è sempre difficile. Giuro, mi sono messo lì, seduto davanti alla mia scrivania con il capo chinato e il pugno appoggiato sulla fronte, cercando di trovare il film che più mi ha spaventato in tutta la carriera da spettatore cinematografico. Ora, senza alcuna ombra di dubbio avrei dovuto parlarvi di Anastasia, film d’animazione del 1997 della Fox, per colpa del quale non ho dormito tre (dico tre) notti grazie al malvagio Rasputin che con le sue unghie lunghe, i denti aguzzi e dei maledettissimi pseudo-demoni verdi al suo servizio mi hanno ripetutamente forzato a riposare nei pressi di un’illuminazione artificiale e a visitare frequentemente il locale dei servizi. Ma visto che i cartoni animati non valgono, vi voglio parlare de Le streghe di Salem. Vi lascio qualche istante per prendermi in giro e farvi sfogare.
Quando sono andato al cinema pensavo di trovarmi davanti al solito film di Rob Zombie ovvero tanta brutalità, molta violenza e parecchio sangue. Nulla di più. Poi le luci si spengono, in sala siamo solo io e una mia amica (sì, solo un’amica, mamma) e comincio a sprofondare nella poltrona. A questo punto sono obbligato ad aprire una digressione.
Non mi definirei un eccessivo credulone ma diciamo che mi lascio facilmente affascinare e conquistare dalle storie misteriose e inquietanti che la mia cumpa di amici ama raccontare. Sussurri nelle orecchie quando si è in casa da soli, alberi che bloccano la strada di notte davanti un vecchio ospedale psichiatrico (ve lo giuro, è vero!11!!) e robe del genere. Fatto sta che, abitando vicino a un argine del Po, un mio amico mi raccontò che di notte si sentivano colpi di tamburo dovuti a riti satanici che si sa che sugli argini al buio i riti vengono che è una meraviglia. Si sommi questo a una eccessivamente precoce passione per i film horror con particolare propensione ad argomenti demoniaco-satanici (non diteglielo ma quando avevo circa 13 anni, mio nonno mi comprò il cofanetto trilogia di Omen – Il presagio). Che fantastico bambino. Le streghe di Salem non è un filmone, lo so. Una deejay rockettara riceve un vinile di musica maligna che risveglia delle streghe; la storia è tutta qui. Se non fosse per il modo di rappresentare il tutto: ritmi lentissimi, inquadrature statiche e montaggi di immagini inquietanti e disturbanti come se piovesse, scenari onirici terrificanti con creature che fanno cose strane. E poi tanto silenzio. Gente che cavalca caproni, corridoi, soggetti con maschere di animali brutti, simboli esoterici, tanti corridoi, mostri che camminano per cimiteri e arrivano lentamente verso l’obiettivo della telecamera (come le odio queste cose, tipo il tiro lento a biliardino che vedi partire ed attraversare il campo ma che non riesci mai a parare) e ancora corridoi. Risultato? A fine primo tempo ho speso cinque euro di caramelle gommose per tamponare il terrore e una volta tornato a casa ho pensato di sentire tamburi provenienti dall’argine vicino per circa una settimana. Rob Zombie, sei un po’ uno stronzo.

Giacomo Borgatti – Le streghe di Salem

 

 

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Mi vedi un po’ pallida?

Uno dei primi film horror che mi ha fatto DAVVERO paura è stato Suspiria; ma non conta, perché quando lo vidi ero solo un bambino che se la faceva sotto per ogni cosa; del tipo che NON potevo guardare “Giallo”, la trasmissione di Enzo Tortora, perché trasmettevano “Gli incubi di Dario Argento”. Del tipo che NON potevo guardare nemmeno i Visitors, perché mi veniva la nausea a vedere il sangue verde. E infine del tipo che NON potevo guardare nemmeno Mixer di Gianni Minoli, perché una volta mandarono in onda un filmato nel quale compariva uno scheletro, e da quel momento ogni volta che sentivo la sigla iniziavo a sentirmi a disagio.
Un altro dei film che mi ha fatto paura è stato un Nigthmare, che vidi insieme a un Venerdì 13. Ma non contano neppure quelli, perché rivedendoli qualche anno dopo mi sono reso conto che non facevano paura affatto; anzi qualcuno era pure ridicolo.
PERÒ, nonostante io gli horror me li mangi come noccioline, esiste un film che mi ha inquietato davvero, anzi due: Ju-On e il suo seguito, Ju-On 2. Ovviamente quelli giapponesi e non quelle cagate dei remake americani.
Ju-On è una sorta di summa di quello che è l’horror giapponese e ne sa riprodurre gli stereotipi in maniera assolutamente inquietante, almeno per me. Ci sono case infestate, anzi MEGA infestate. Ci sono bambini pallidi e silenziosi. Donne dalle articolazioni strappate che emettono orribili suoni dal fondo della gola. Ci sono capelli che si attaccano a ogni cosa. C’è la terribile scena (nel 2) dei due tizi che ogni sera, alla stessa ora, sentono dei tonfi provenire dal muro e non riescono a capire quale sia la loro origine visto che l’appartamento accanto è vuoto. E soprattutto c’è una delle invenzioni che amo di più, e cioè quella del Male Assoluto (JuOn, il Rancore, appunto), che ormai è talmente radicato che non si può più levare e che colpisce tutti, buoni e cattivi, senza una ragione e senza un obiettivo, ma solo perché col male non puoi ragionare, non puoi venire a patti: se per caso gli passi davanti lui ti salta al collo e ti uccide. Perché è la sua natura.
Ci sono altri film, più o meno recenti, che mi hanno stressato alquanto. Tra questi mi viene in mente REC (il primo; che barba con questi sequel!), che a fronte di un inizio lento e mortifero ha un finale davvero agghiacciante; il giapponese Dark Waters, e altri ancora.
Ma se penso a un film che ho trovato spaventoso dall’inizio alla fine, inquietante e capace di trasmettere una paura sottile, strisciante, dalla quale non si riesce a trovare scampo, è proprio Ju-On.
Chissà, forse se lo rivedessi oggi lo troverei cambiato e non mi spaventerebbe più.
Ma che faccio, corro il rischio?

Osmanspare/Cristiano Fighera – Ju-On

 

Non passerò alla storia come esperto di horror per un semplice (sebbene difficile da confessare), indiscutibile e tragico motivo: sono un fifone, sono un immenso fifone, forse il re dei fifoni. Il film di cui avrei dovuto parlare? Quello che mi ha influenzato per più lungo tempo popolando le mie notti di incubi e terrore?
Bambi.
(Scusate, una telefonata: Pronto Miki? volevo dire… c’è scritto Bambi. Cioè Bambi il cerbiatto? Non un titolo di un film segreto di Wes Craven distribuito esclusivamente al mercato nero di Cleveland, Ohio? No, Bambi Bambi, quello del 1942 della Disney)
Ma non temete non parlerò in questa sede di Bambi (me la devo risolvere una volta per tutte sta faccenda).
In tutta la mia vita ho visto esattamente dodici film dell’orrore, dei quali alcuni non so nemmeno bene se siano classificati “dell’orrore” (Bambi mi pare – erroneamente – di no). Tutti e dodici questi film hanno condiviso il mio stesso atteggiamento di fronte allo schermo: cercare di entrare in contatto con il sé più profondo, assumere una posizione fisica comoda, essere pervasi da una calma innaturale, mantenere la stessa posizione per alcune decine di ore dopo la fine della proiezione, trovare il sé più profondo che se la sta facendo addosso in uno scantinato semibuio pieno di teste di cervo impagliate alle pareti.
Ma delle diverse paure che mi accompagnano quotidianamente ce n’è una che definirei di ordine superiore, ed è una paura raccontata molto bene da Screamers.
Screamers è un film a cui la gente non ha voluto molto bene. Tratto dal racconto “Modello due” di Philip K. Dick è il film tratto da qualcosa scritto da Dick che ha avuto meno successo nella storia (escludendo forse a priori il recente The man in the high castle prodotto da Amazon che se poco poco mantiene quanto promesso dal pilot verrà presto dimenticato da tutti). Il suo sceneggiatore, Dan O’Bannon, era uno forte: Alien, un segmento di Heavy Metal e Atto di forza (sempre tratto da Dick) sono tra le sue produzioni.
Però in un certo senso è forse il film più dickiano mai prodotto. Non andai a vederlo al cinema (in quanto classificato horror, io non vado a vedere consapevolmente film horror), mi ci imbattei alla televisione alcuni anni dopo la sera tardi. Cambiai canale a film iniziato: uno stivale in primissimo piano si appoggia e scivola su quella che sembra una duna di sabbia. Una sequenza di meno di due secondi, più che sufficiente per passare a DEFCON 1. Qualcosa in quello stivale, in quella sabbia, in quell’inquadratura così ravvicinata da essere sfuocata mi ricordava Philip K. Dick. Pur non sapendo di che film si trattasse rimasi incollato allo schermo alla ricerca del mio sé più profondo per tutto il tempo. Riconobbi presto il racconto (ma allora non sapevo nemmeno che Screamers era stato tratto da “Modello due” se no forse al cinema sarei andato) (no, figuriamoci, assolutamente no) e rimasi sconcertato per la grande padronanza della materia dickiana che veniva mostrata. Sia esteticamente sia narrativamente (se si esclude il finale) la ricerca del gusto dickiano mi parve perfetta.
La gente, dicevo, non ha amato questo film: Alien faceva più impressione, Blade Runner era più forte, l’Invasione degli ultracorpi faceva più paura.
Quello che sentii io fu il grande amore che O’Bannon provava per Dick e il grande rispetto. Cioè provai nitida e tagliente quella sensazione tanto cara a Philip K. Dick ovvero di non sentire più la terra sotto ai piedi, come quello stivale in quella prima inquadratura. La profonda sfiducia di Dick (e di O’Bannon) nei confronti dell’umanità si dispiega lenta e potente fino al culmine nel quale cosa è umano e cosa non lo è non importa più perché tutto senza eccezioni e senza possibilità di redenzione è ormai disumano.
Screamers è un film a cui penso spesso: questa paura di ordine superiore, del disumano che si nasconde dentro ciascuno di noi, si è fatta nitida per la prima volta quella sera e sostanzialmente non mi ha mai più abbandonato. Anche a Bambi penso spesso, ma questo magari lo racconto un’altra volta (a un dottore).

Miki Fossati – Screamers Urla dallo spazio

 

 

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Giochiamo colle bambole?

 

Il 70% della mia (piuttosto vasta) videoteca è roba horror. Dal sofisticato film belga, alla melma trovata nel cestone del supermercato, passando per DVD e file ricevuti da registi indipendenti (me ne ha mandato uno pure Samara Morgan, ora sapete quale regalo riceverete a breve).
Eppure, tutte le volte in cui mi chiedono “quale film ti ha fatto morire di paura?”, vado in crisi. Forse tutto questo horror mi ha anestetizzata, ma la vera paura non la provo più da tempo immemore (Bob di Twin Peaks a parte, che sarà il mio incubo per sempre). Disgusto, turbamento, divertimento, angoscia: quelli sì, ma la paura?
Così, risparmiandovi le solite liste di film fighissimi che avrete già visto tutti quanti, posso solo confessarvi quello che mi ha terrorizzato da ragazzina. Qualcuno qui sopra ha già citato quei piccoli incubi di Dario Argento in Giallo: per l’episodio del verme credo di non aver più dormito per un mese.
Quando parlo con mia sorella e ci diciamo “Ti ricordi Trilogia del terrore?” facciamo ancora degli urlettini adolescenziali, ma non pensiamo davvero a tutto il film. Perché questo film televisivo era composto sì da tre storie differenti, ma le prime due non se le ricorda nessuno, mentre la terza è l’essenza stessa del film.
L’episodio Amelia  narrava la storia di una donna che dava buca alla madre rompiballe per festeggiare il compleanno del fidanzato. Per quest’ultimo, un insegnante di antropologia, Amelia aveva comprato un bellissimo regalo: una bambola-feticcio Zuni, che secondo tradizione doveva tenere imprigionato al suo interno lo spirito di uno spietato guerriero armato di lancia. Vi lascio immaginare.
Da quel momento sono vissuta nel terrore che qualche piccolo essere potesse accoltellarmi le caviglie dalla fessura sotto al letto e nella diffidenza verso le bambole di ogni tipo.
Quando da adulta ho scoperto che l’episodio era stato scritto da quel geniaccio di Matheson, non mi sono stupita per nulla.
Ne è stato prodotto un sequel, ma non mi sono mai presa la briga di vederlo.

Barbara A. Ripepi – Trilogia del terrore

 

 

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Sogni d’oro, Johnny

Il primo horror che io abbia mai visto è stato Poltergeist di Tobe Hooper. Mio padre me lo diceva, “ma sei sicuro? Guarda che poi non dormi!” E io, convinto: “Ma no! Lo so che è un film, non ho mica paura!”.
Morale: non avrei dormito per una settimana (va dato atto alla buonanima di mio padre che, dopo una settimana di pianti – sorvolando sulla prima notte, trascorsa interamente in bianco – ancora non aveva ceduto al “te l’avevo detto”). Ma alla fine, come tutte le cose, la paura ha cominciato a scemare e ho finalmente trovato pace nel sonno.
Perché l’orrore mi piaceva, volevo vedere altri film, ma dovevo trovare un meccanismo per sopportarlo. E lo trovai nel sonno. È curioso come, a distanza di tantissimi anni, tuttora la mia reazione all’ansia sia il sonno. Quando ho un periodo di stress, di ansia, di difficoltà emotiva, reagisco dormendo. C’è chi perde il sonno, chi l’appetito: ecco, io sono decisamente parte della seconda categoria, ed è ancora più curioso il fatto che, in periodi “normali”, io tenda all’insonnia.
Poi, nel – credo – 1988, Wes Craven è quasi riuscito a mandare tutto a puttane. Il suo Nightmare era uscito nelle sale qualche anno prima (l’84, per la precisione), io ovviamente l’ho visto in televisione (al di là del fatto che all’epoca avessi sette anni, nessuno sarebbe stato sufficientemente stupido da portarmi al cinema a vederlo). In quegli anni la mia passione per l’horror era decisamente cresciuta, avevo scoperto Dylan Dog, Poe, Lovecraft, i Venerdì con Zio Tibia, etc., e ogni volta che riuscivo ad affrontare quelle due ore, buona parte delle quali passate a spiare lo schermo nascosto dietro alle mie stesse dita, poi – nonostante l’angoscia – facevo di tutto per addormentarmi il prima possibile. Il sonno era un alleato, accorciava i tempi di recupero, il giorno dopo era… beh, intanto era giorno, e tutto sembrava molto meno credibile.
Ovviamente Wes Craven deve aver pensato una cosa simile. Deve essersi detto “in che modo tutto nuovo possiamo turbare l’esistenza della gente? Dove possiamo andarli a tormentare, quando credono di essere al sicuro?”. Ed è nato Freddy Krueger.
Non credo sia necessario starvi a raccontare il film, se l’avete visto dubito che l’abbiate mai dimenticato. Se non l’avete visto, non ho intenzione di sprecare il mio tempo con voi, andate a rimediare. E comunque, pure se non lo avete visto, ma avete vissuto nel mondo occidentale per qualche anno, sapete benissimo di cosa stiamo parlando. Freddy mi ha perseguitato per anni, in maniera molto più profonda di qualunque altro orrore fino a quel momento. La scena in cui il letto di un giovanissimo (forse esordiente assoluto, non so) Johnny Depp si trasforma in un… beh, gigantesco frullatore da cui il giovanissimo-forse-esordiente Johnny Depp viene sparato sul soffitto me la sono portata dietro per molto, molto tempo. Ma il punto forte era un altro: la trappola drammatica in cui ero caduto era la stessa in cui Freddy aveva rinchiuso le sue vittime nel film: il sonno non era più la fuga, un momento di pace, macché! Era l’inizio dell’orrore.
“Cerca di dormire”, da quel momento in poi, non avrebbe più funzionato. Cosa cerco di dormire? Stai cercando di darmi in pasto a quel tizio? “Ti faccio la camomilla?” era una cosa orribile da dire. Quale camomilla, cosa cazzo dici? Dammi della cocaina, piuttosto, madre! Non posso dormire. Freddy Krueger verrà a prendermi.
Con l’occasione, vorrei dire: ciao, Wes. Sei stato una grande perdita.
Ah, e mi raccomando, RIPOSA IN PACE, EH?

Leonardo Leonardi – Nightmare

 

Va tutto bene

Va tutto bene

Io non saprei spiegare bene cosa mi spaventa, quando guardo i film horror. Per dire: le scene gore non mi dicono niente. Di più la tensione del momento immediatamente prima, quando ti aspetti che stia per succedere qualcosa di brutto e questo qualcosa di brutto tarda ad arrivare.
Ricordo chiaramente di avere visto Che fine ha fatto Baby Jane? con l’innocenza di quello che pensa “uh, c’è Bette Davis, figo”. Perché, chi mi conosce lo sa, ho una passione per cinema e star del periodo e allora, dai, dice che è un film drammatico, spariamocelo che sarà mai.
A rivederlo ora, è un melodramma a tratti troppo carico, ma che è invecchiato ancora bene. Ma più di tutto ha quella cosa lì, quella della tensione che sale, lentamente, e vedi la Jane di Bette Davis che sta perdendo colpi, la follia che sale, la rabbia che diventa inarrestabile e ti ritrovi a chiederti cosa succederà. E quando quella follia lì esplode e la violenza diventa reale, stringi i denti e pensi che lo sapevi che finiva così, però, per l’amor del cielo, sbrigatevi a finirla.
Credo che tutt’oggi, Bette Davis truccata da bambina, che canta con vocina stridula, sia uno di quei ricordi atroci di cui non mi libererò mai e incarni al meglio una delle cose più agghiaccianti che abbia mai visto al cinema. Perché racchiude tante, troppe cose spaventose: l’orrore, la follia, la mancanza di qualsiasi appiglio logico, il maledetto aspetto da bambino in un corpo da vecchio.
Ho recentemente rivisto  il film e ancora mi piace e ancora mi spaventa. E lo so che, magari, non regge con i più moderni horror, lo so che parte del fascino, ai tempi, derivava dalla reale rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford, ma rimane un pezzo magistrale di atmosfera e di recitazione.
Però, per l’amore del cieli, sbrigatevi a finirla.

Fabrizio Casu – Che fine ha fatto Baby Jane?
Gli 88 Folli
Volevamo scrivere nella bio qualcosa di originale, ironico e un po' solare ma poi s'aveva qualcosa di meglio da fare tipo il culo ai laureandi in cinematografia.

9 Comments

  1. Diego Mencarelli
    ottobre 29, 2015
    Diego Mencarelli

    A me principalmente mi fanno paura i film con gli zombi. Tutto è nato da quel film dove loro erano nel supermercato ma senza Salvatempo e veniva fuori un disastro.
    Al tempo ero fanciullo, ma ancor oggi, dopo aver guardato quello con Will Smith (“non lo guardare, ci son gli zombi” – mi dicevo – “ma figurati ho anche famiglia” – mi rispondevo) dove lui rimane solo circondato da zombi notturni, ho avuto problemi a portare fuori il cane la sera, temendo i punti di buio buio in mezzo alle case.
    Io dico zombi.

    • Daniela Elle
      ottobre 30, 2015
      Daniela Elle

      @Diego gli Zombie ci sta averne paura ma i tizi di I’am Legend NON sono Zombie ma Vampiri ché nel linguaggio dei cinefili che amano l’horror è come dare dei grillini alla brava gente

  2. Luca Traversa
    ottobre 29, 2015
    Luca Traversa

    So’ vampiri e NON parlare di cane in riguardo a quel film che piango ancora adesso

  3. Fabrizio Casu
    ottobre 29, 2015

    Madonna, ma dove li abbiamo tirati su, questi due?

    • Daniela Elle
      ottobre 30, 2015
      Daniela Elle

      Me lo sto domandando da un paio di giorni

  4. Barbottina
    ottobre 30, 2015

    Io amavo i film horror da ragazzina, li vedevo da sola o in compagnia di un amico appassionato come me, tanti, di tutti i tipi. Poi sono invecchEHM cresciuta, ne ho visti un po’ meno e poi una volta ho visto Darkness e insomma quello è stato l’ultimo, adesso non ce la faccio più, mi danno noia anche le presentazioni al cinema (adesso mi è tornato in mente Giancarlo Giannini nonno horror e menomale che è giorno. Speriamo bene per stasera)

    • Daniela Elle
      ottobre 30, 2015
      Daniela Elle

      Mi è successo il contrario: dacché non ne volevo sapere ora mi piacciono parecchio, non posso farne a meno e cerco sempre di vederli o in alcuni casi di rivederli perché è anche curioso scoprire cosa succede con i film che ci hanno terrorizzato. Però l’Esorcista ecco devo sentirmi pronta per riguardarlo.

  5. Anonimo
    novembre 1, 2015

    guardate che in Leggenda quelli SONO Zombi

    • Daniela Elle
      novembre 1, 2015
      Daniela Elle

      Allora caro Sceneggiatore di Io sono Leggenda, diciamo che hai ragione in parte. Nel libro originale di Richard Matheson (facciamo un po’ di sano name dropping) erano VAMPIRI mentre nel film hanno deciso di trasformarli in Zombi con un grosso problema coi raggi UV. Per non fare torto a nessuno io me la prenderei coi tizi di Hollywood che dico io, come si fa a confondere i Vampiri con gli Zombi.

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