Ida, il dolore e la bellezza


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Ida Lebenstein e Wanda Gruz, strana coppia. Ida è giovane, Wanda una donna matura; Ida è inesperta del mondo, Wanda ha combattuto in guerra, condannato oppositori politici dalle aule di tribunale, conquistandosi il nome di Wanda la rossa; Ida sta per prendere i voti, Wanda si abbandona sempre di più al fumo, all’alcol, alle avventure di una notte. Ida è mansueta, sotto il suo vestito da suora, Wanda invece è aggressiva, provocatrice, veste in modo elegante e sensuale. L’acquasanta e il diavolo, insomma.

Due donne così diverse, eppure un destino comune. Ida Lebenstein non sapeva di chiamarsi così, né di essere ebrea, prima che la madre superiora le imponesse un ultimo dovere prima di essere ordinata suora: fare un viaggio, conoscere sua zia, l’unico familiare che ha. Wanda, che non l’aveva mai voluta vedere in convento, pian piano si affeziona a questa nipote che le ricorda nei tratti fisici la povera sorella. Insieme fanno un viaggio nei luoghi in cui la tragedia si è consumata: Ida vuole ritrovare il punto in cui i suoi genitori sono stati sepolti, Wanda la accompagna. La prima tappa è la casa in cui i sono nate e cresciute Wanda e la madre di Ida, occupata oramai dagli Skiba, la famiglia che ha prima nascosto i Lebenstein in campagna per poi tradirli, uccidendoli e occupandone la casa. Wanda vuole regolare i conti col vecchio Szimon Skiba, va a cercarlo fino in ospedale nel suo villaggio natale, dove nessuno sembra ricordarsi dei Lebenstein, in un clima di omertà totale. Sarà poi il figlio Feliks a portarli sul luogo dove sono sepolti i genitori di Ida, tra i boschi: il carnefice, in lacrime, ne disseppellisce le ossa. Insieme ai genitori di Ida è seppellito il figlioletto che Wanda aveva affidato alla sorella.

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Questo viaggio nella memoria di eventi così dolorosi è raccontato con un pudore esemplare, con una grande tenerezza verso le due donne, e soprattutto con una vera e propria perfezione stilistica: il gioco delle sfumature dei grigi, le inquadrature di una bellezza disarmante. La fede incrollabile di Ida è messa a dura prova dalla scoperta del passato, e di un presente che non poteva conoscere. Il passato è nelle sue radici ebraiche, nella tragedia della sua famiglia, di una storia che può schiacciare col suo peso di orrore persino i caratteri più forti. Il presente che ignorava è il suo corpo di giovane donna, che attrae gli sguardi dei ragazzi, il suo viso simile a quello della madre; e la gioventù degli anni Sessanta, che girovaga tra gli alberghi a suonare il rock’n’roll ed il jazz: l’amore a Portofino, i 24000 baci di Celentano, John Coltrane suonato a tarda notte.

Ida, other films

Il film è decisamente tra i più belli del 2014, e la raffica di premi ricevuti ha addirittura bisogno di una pagina Wikipedia dedicata. Premi che non sono ancora finiti, probabilmente, in quanto il film è anche candidato a due Oscar: quello per il miglior film straniero e quello per la miglior fotografia (sarebbe una vittoria sacrosanta). ida14Il fatto è che il film, al di là della tematica difficile e per molti versi anche coraggiosa, ha proprio tanto tanto stile. Ida e le consorelle sdraiate per terra davanti al crocefisso; l’occhio curioso di Ida riflesso nello specchietto retrovisore dell’auto di Wanda, a guardare probabilmente il musicista autostoppista seduto dietro; Ida che si toglie il velo e si guarda in uno specchio; Ida con il vestito di sua zia; Ida sdraiata con i capelli scarmigliati: ogni inquadratura lascia sbalorditi per la straordinaria bellezza. Una scelta estetizzante che vuole forse prendere le distanze dal carico di dolore della Storia, e della storia di queste due donne, raccontata senza sentimentalismi, senza clamori, cercando di carpire il più possibile quella bellezza che rimane nel mondo al netto di tutta la miseria umana.

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Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell’Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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This article was written on 19 Feb 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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