Il Caso Spotlight, O Di Come Il Giornalismo Salva Ancora Il Cinema


spotlight-cast-image-e1440093909648«Questo genere di storie è il motivo per cui facciamo quel che facciamo» dice l’editore del Boston Globe Marty Baron il giorno prima di pubblicare l’inchiesta sugli abusi sessuali perpetrati per anni da preti cattolici locali e sistematicamente insabbiati dalla Santa Romana Chiesa. Questa frase, oltre a essere una delle misurate perle concesse dal personaggio interpretato da Liev Schreiber – se la gioca in testa con «umpf, aggettivi», detto con la penna rossa in mano al momento dell’ultima revisione – potrebbe benissimo campeggiare sul biglietto da visita di Josh Singer e Tom McCarthy, autori della sceneggiatura originale de Il Caso Spotlight. O di qualsiasi sceneggiatore di buona volontà con in testa l’idea di salvare il cinema come lo conosciamo.

Che le storie di giornalismo fossero la salvezza di Hollywood non è certo una scoperta, almeno dai tempi de La Signora Del Venerdì (1940) o di Tutti Gli Uomini Del Presidente (1976). Certo, con la lenta agonia della carta ce ne eravamo quasi dimenticati. Eppure come ne La Signora Del Venerdì Cary Grant e Rosalind Russell ci insegnarono con le proprie schermaglie cosa fosse la commedia romantica e come andasse fatta, Il Caso Spotlight, in uscita in Italia il 18 Febbraio, rischia a sua volta di diventare punto di riferimento per un genere di film ormai ingurgitato dalla serialità televisiva. Usando ancora una volta la redazione di un giornale come espediente narrativo, si intende.

McCarthy, regista oltre che sceneggiatore, comprime una storia enorme in due ore esatte. Singer, dapprima tentato di accorpare le storie di due giornalisti in un personaggio solo per amor di semplificazione, riesce nell’impresa di raccontare tutti i giornalisti della redazione di Spotlight. Avventure che per ricchezza di dettagli ormai ci aspettiamo di trovare solo su Netlfix, comodamente spalmate in dieci episodi da divorare sul divano, possono ancora appassionarci al cinema, in un film a forma di Oscar.

Per quanto nel film la Chiesa sia spesso quanto di più simile, per potere e inattaccabilità, ai cattivi della Marvel, Il Caso Spotlight non è una storia di eroi: per anni la redazione del Boston Globe si è voltata dall’altra parte di fronte a notizie di abusi. Il film fa tutt’altro che nasconderne l’evidenza e forse sta in questo dettaglio la grandezza della sceneggiatura. Singer e McCarthy non si sono basati su materiale già pubblicato, su biografie o libri, per scrivere il copione; hanno preso carta e penna e hanno intervistato i giornalisti, gli editori, ovvero i protagonisti della vicenda, così come anche gli antagonisti. Nella fattispecie hanno parlato con l’avvocato responsabile di decine di patteggiamenti a porte chiuse, a scapito delle vittime, che a sorpresa ha candidamente confessato i tentativi di avvisare la stampa, pressappoco caduti nel silenzio. Quando gli autori di un film sul giornalismo d’inchiesta fanno essi stessi giornalismo d’inchiesta, siamo forse di fronte a qualcosa di più di un dramma procedurale.

Il sospetto poteva venire già a leggere il cast. D’altronde sarà una decina d’anni che Mark Ruffalo non sbaglia un film – qualità che pare soprannaturale di questi tempi. Anche in questo caso regala una buona performance, forse un po’ sopra le righe rispetto al resto del cast, composto principalmente da Michael Keaton, Rachel McAdams, Stanley Tucci, Billy Crodup, Brian D’Arcy James, John Slattery, oltre al già citato Liev Schreiber, che in una manciata di scene giganteggia a colpi di etica e understatement. Peraltro, come gli attori di Friends negli anni ‘90, tutti gli attori de Il Caso Spotlight sono stati promossi rigorosamente in ruoli non protagonisti, un po’ per aumentare le chance di nomination (strategia che ha pagato anche agli Oscar, con sia Ruffalo sia McAdams a giocarsi la statuetta), un po’ per sottolineare lo spirito di squadra di una redazione votata al bene comune.

SPOT

Il film non si sofferma sul dramma delle vittime ma decide di concentrarsi sulle prove legali degli abusi. Porte in faccia, fogli Excel e quadernoni di nomi evidenziati diventano stranamente avvincenti. E se il primo piano delle rotatorie al momento della pubblicazione pare un omaggio al giornalismo (e al cinema) che non c’è più, l’enorme cartellone di AOL che campeggia sul parcheggio del Boston Globe ci ricorda che il film è ambientato in un’epoca ancora priva di Buzzfeed e di boxini buffi sui siti dei giornali, un’epoca che ancora non sa che faccia possano avere il giornalismo lontano dalla carta e il cinema all’incrocio tra Netflix e i franchise.

Spotlight – IMDb – Wikipedia

Classe 1983, come Amy Winehouse e Risky Business. Fa il consulente di marketing a Los Angeles, dove vive e ha un account Netflix.

One Comment

  1. Pilloledicinema
    febbraio 19, 2016
    Pilloledicinema

    Mah. Detto con grande sincerità a me è sembrato di una noia mortale. Troppa gente che parla seduta a una scrivania “del bene comune” come dici tu. Non è questa roba che mi ha fatto innamorare del cinema, ma è ovvio che parlo per me.

    Il film ha pochi buoni momenti – quasi tutti con la presenza di Rachel McAdams – e una marea di minuti che passano senza che succeda niente di niente se non discutere con l’arcivescovo, parlare con il responsabile della comunicazione della scuola davanti alla redazione e cose così. La realizzazione non l’ho trovata classica, ma piatta e senza neppure un guizzo di regia, non parliamo di trovate sceneggiatura.

    Mi sarebbe piaciuto vedere approfondito l’aspetto di cui parla l’ex prete che si è sposato con una suora e cioè che la quantità di preti pedofili è enorme, circa il 10% del totale. Mi sarebbe piaciuto chiacchierare di più con il prete in pensione che dice tutto serio che siccome lui non traeva piacere dai suoi stupri non è peccato.

    Invece no, non si affonda mai il naso nella merda. Non si tira mai la pietra dove si dovrebbe. Le ultime scene poi sono da spaccare i tavoli per il nervoso. La nipote che porta un bicchiere d’acqua alla nonnina che legge l’articolo, il responsabile della rivista che risponde al telefono per “essere sul campo”.
    Mi sembrano null’altro che puttanate.

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This article was written on 19 Feb 2016, and is filled under Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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