Il personal branding delle eroine moderne


Dal Pinterest di Amy Dunne

La mia passione per il cinema è nata in un cinema, ma non guardando un film: ero all’Anteo, era la fine degli anni ’80 e mi ero iscritta a un corso di sceneggiatura, affamata di qualunque cosa fosse scrittura. Scoprire che un film era l’elaborazione di un testo scritto mi ha fatto innamorare non solo del cinema ma in genere del rapporto tra il testo e la sua messa in scena, di qualunque tipo, anche quella che facciamo leggendo.

Una volta cresciuta ho scoperto con grande stupore che quasi nessuno dei miei interlocutori, di qualunque ordine e grado, è consapevole di quanta scrittura – di quanto design – anima i mass media e i nostri comportamenti. Dal surreale, come la difficoltà di spiegare cosa facevo in quanto copywriter (come se tutti i testi stampati in giro si autoproducessero), fino ad arrivare a quella che considero la più riuscita forma di manipolazione e cioè la convinzione che l’apparente spontaneità sia tale invece di essere il risultato di un grandissimo lavoro di squadra e di preparazione.

Lavoro che non sempre consiste nel “provare”, attività che trovo ampiamente sopravvalutata, ma che sempre sempre sempre ha a che fare con lo scrivere e in particolare con lo sceneggiare. Siamo una società prima scritta e poi messa in scena: dai programmi televisivi ai discorsi dei politici alle presentazioni aziendali fino alla scelta di cosa raccontare di sé sui social media viviamo in un mondo in cui sappiamo benissimo di recitare una parte (lo spiegava già Erving Goffman) ma trasformiamo noi stessi nei nostri primi spettatori, dimenticandocene all’istante.

Nella nostra società c’è una sceneggiatura per tutto quello che funziona: dagli scaffali dei negozi al packaging dei prodotti ai programmi politici al networking al customer care. Vestirsi è mettere in scena se stessi, anche quando – a maggior ragione quando – pensi di non fregartene niente di come ti vesti. Quando qualcosa non funziona è perché chi l’ha progettata non ha pensato alla sua messa in scena con attori tutti diversi tra loro e sempre sconosciuti, ma comunque progettabili esattamente come i personaggi delle storie.

In sala adesso ci sono due film che rappresentano benissimo il legame tra la scrittura (la progettazione) di una persona e la sua messa in scena, anche se in modo diverso: Gone Girl e il terzo episodio e mezzo di Hunger Games, Mockingjay.

Non ho apprezzato nessuno dei due, ma che importa? Un cattivo film può sempre aiutare a fare pensieri nuovi.

In Gone Girl [spoiler alert] la protagonista inventa e recita se stessa più volte nella sua vita: decide chi vuole essere, si scrive la parte e la interpreta alla perfezione. Ha avuto un discreto allenamento: i suoi genitori si sono arricchiti raccontando la bambina che avrebbero voluto avere, Amazing Amy invece di Normal Amy. Amy cresce decisamente “amazing”, anche se non proprio nel senso che i tuoi genitori sognano per te: è l’esasperazione perfetta di tutte noi cresciute o vissute in un’epoca in cui il tuo diario serve per essere pubblicato, non certo per scriverci i tuoi pensieri segreti.

Amy scrive i suoi pensierini

D’altra parte io da piccola nel diario – lucchettato – scrivevo i fatti come avrebbero dovuto andare, non come erano andati: quando una mia amica lo scoprì ebbi il mio primo assaggio del disagio con cui le persone normali affrontano la riscrittura di sé che poi, crescendo, diventa o patologica self deception o talento narrativo. Amy in Gone Girl ha decisamente talento e lo mette a frutto a modo suo: le sue vite sono vere e proprie installazioni d’arte contemporanea, omicidio compreso. Inarrivabile.

Più sfumata l’altra grande eroina dei nostri tempi, Katniss Everdeen. Katniss al contrario riesce a comunicare solo quando si incazza molto: tutti intorno a lei cercano di guidarne i comportamenti, amici e nemici, ma lei niente da fare, non ce la fa. Se le scrivono la parte la recita come un pesce lesso, se le apparecchiano un contesto pensato per la sua furia esprime esattamente i contenuti dei suoi interlocutori, sfumature comprese. Katniss, a differenza di Amy, è capace di amare e uccide solo per autodifesa; come Amy è il prodotto del mondo che ha intorno e che ha bisogno di usarla come schermo per proiettare il proprio sé, affissione circolante per veicolare messaggi.

Haymitch sceneggia Katniss

Entrambe, per un attimo, pensano di poter manipolare i media usandoli per far arrivare a destinazione il messaggio che credono di voler mandare, entrambe vengono costrette dai media ad agire secondo i piani degli altri: il marito, nel caso di Amy, il presidente Snow per Katniss.

Vi sentite confusi? A complicare le cose sia Amy sia Katniss sono prima di tutto le protagoniste di due grandi romanzi, di romanzi incredibilmente superiori ai film che le mettono in scena. Romanzi dalla scrittura troppo cinematografica perché un film possa contenerla tutta.

Loro due no, però, loro due sono immense a prescindere dalla qualità del resto: se la scrittura narrativa è l’arma del delitto loro la maneggiano alla perfezione, che lo facciano per incastrare un marito deludente o per salvarsi la vita poco conta.

Gone Girl – IMDb – Wikipedia

MockingJay – Part 1 – IMDb – Wikipedia

Photo credit: http://www.pinterest.com/gonegirlmovie/  – http://www.nydailynews.com – http://notapaperhouse.com/

Una che vede sempre un film diverso dal tuo.

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This article was written on 14 Gen 2015, and is filled under Arredamenti Kubrick, Ho un amico per cena, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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