Io e Annie, io e Allen


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“Io e Annie” se chiedi a dieci persone di raccontarlo ti parleranno di dieci film diversi. Potrebbe essere perché non hanno capito una bega di cosa si stia parlando e si confondono con altri film, ma potrebbe pure darsi che abbiano capito benissimo, eppure.

C’è chi ti dirà che è il tipico film “alla Woody Allen”, ambientato a New York e pieno di battute sugli ebrei. C’è chi ti dirà che è il film che ricordi per l’abbigliamento di Diane Keaton, che riesce nell’impossibile impresa di essere figa oltre l’immaginabile mettendosi su cose che sembrano scelte a cazzo di cane da un baule di vestiti smessi da un paio di generazioni di persone dal buongusto discutibile.

C’è chi ti dirà che è la bibbia delle dinamiche relazionali (su tutte due scene: lui e lei che discutono di un argomento impegnato e noiosissimo a caso e nei sottotitoli scorrono i loro pensieri tipo “forse pensa che io sia cretina” “chissà come è da nuda”, e sempre loro che raccontano i medesimi episodi vissuti insieme, ma dandone interpretazioni diametralmente opposte). C’è chi ti dirà che è un film di nevrotici schiavi della psicanalisi, che manco si fanno il bidet senza averlo prima chiesto al terapista. C’è chi ti dirà persino che non gli è piaciuto.

Questo perché, come tutti i film ben scritti e ben girati, c’è davvero di tutto e a seconda di quello che ti colpisce in quel momento, di come sei fatto tu, di cosa stai cercando e cosa ti aspetti, troverai cose diverse. Ad esempio c’è moltissima New York, che viene posta più volte in contrasto con Los Angeles e contro la quale vince a mani basse senza manco levarsi il pigiama e lavarsi la faccia. E c’è un Allen bravissimo sia come attore che come regista: appoggia una battuta dietro l’altra e non c’è una volta in cui non finisci di vedere questo film pensando che è un fottuto genio. Fa uso del disagio come se fosse un attore in carne ed ossa e te lo rende simpatico, e in alcuni casi persino sexy. E sì, c’è una Keaton divina, che per questo film vinse un meritatissimo Oscar nel 1978. Stesso premio assegnato a Allen come regista e co-sceneggiatore e al film stesso.

Perché questo film è considerato da molti il capolavoro di Allen? Io credo che sia perché la storia con Annie continua a non funzionare mai, eppure va avanti. Prosegue, eppure ogni volta si arresta. Si vede che non c’entrano nulla l’uno con l’altra, ma non riescono a fare a meno di cercarsi. Tra risate, noia, tentativi di provare cose nuove e di ritrovare quello che di bello c’è stato. Io e Annie piace tanto perché è divertente, ma fa pensare. Impegna la testa, ma in modo leggero. Sono due pazzi nevrotici da strozzare, eppure li adori.

Che lo si voglia o no, Woody Allen è e resta uno dei più grandi autori e registi della storia del cinema: dove in altri film non trova la giusta misura, qui mantiene un equilibrio perfetto per tutto il film, elevando il difetto, il fallimento, la fragilità umana a mito assoluto. Io e Annie è un glorioso inno all’irrazionale, alla vittoria dell’emozione sul tentativo di controllare tutto. E il grande cinema, si sa, è tale quando colpisce dritto al cuore.

La bio la faccio dopo.

One Comment

  1. […] gli 88 folli, “Io e Annie, io e Allen”: Perché questo film è considerato da molti il capolavoro di Allen? Io credo che sia perché la storia con Annie continua a non funzionare mai, eppure va avanti. Prosegue, eppure ogni volta si arresta. Si vede che non c’entrano nulla l’uno con l’altra, ma non riescono a fare a meno di cercarsi. Tra risate, noia, tentativi di provare cose nuove e di ritrovare quello che di bello c’è stato. Io e Annie piace tanto perché è divertente, ma fa pensare. Impegna la testa, ma in modo leggero. Sono due pazzi nevrotici da strozzare, eppure li adori. […]

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This article was written on 21 Giu 2015, and is filled under Amarcord.

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