Iron Fist: Game of death


Ve lo ricordate Luke Cage? Luke Cage è uscito l’anno scorso ed era la prima serie Marvel/Netflix che provava a fare una cosa un po’ diversa. Sì, c’erano i super poteri, ma il tutto era ammantato da questa aura di blaxploitation, di giochi di potere, di fratelli che lottano contro altri fratelli per la strada, per il rispetto, per la redenzione, di hip hop, di yo yo, di Method Man che rappa e così via.
Il problema è che la serie, una volta detto quello che aveva da dire, in quel campo lì (e, quindi, più o meno dopo sei episodi su dodici), era una noia mortale.

Esce Iron Fist e, diciamo, si pensa, si suppone, che tutto rientri sui binari più “normali”. Super poteri e botte. Molte botte, perché, diciamolo, si chiama Iron Fist, c’è uno che è un esperto di arti marziali, il più grande esperto di arti marziali, e quindi le botte non sono neanche da mettere in discussione.
Però qualcosa sembrava andare storto fin dall’annuncio del protagonista (Finn Jones), per proseguire con le prime foto di scena (gente per strada) e per finire con i primi teaser e trailer (dove non c’erano combattimenti di arti marziali).
Quando la serie è uscita, una settimana fa, eravamo tutti tra l’eccitato e lo spaventato. Va bene, forse anche solo spaventati. Ma la vita di un Folle si misura anche su queste sfide ed è così che la nostra Maestra, Madreh Losini, ha riunito me, Miki e Giacomo al tempio e ci ha detto che la via del guerriero passava attraverso dure prove, tipo vedere Iron Fist. Così ci ha mandati lungo la strada, forti del nostro kung fu, in cerca di illuminazione, saggezza e combattimento.

Esattamente così, con la scritta sopra che significa “La via della spada e del ciliegio. Take away. Aperto la domenica”.

Con una mano ti spezzo (Miki Fossati)

Allora l’ho fatto, mi ci sono messo d’impegno. Ho disdetto judo, ho cercato dento di me la forza e ho iniziato. Eccolo qui il quarto difensore: dopo il cieco assetato di sangue, la psicopatica alcolista e l’armadio a quattro ante del quale non so nulla (che la serie incentrata su di lui era tutta ammantata da questa aura di blaxploitation, di giochi di potere, di fratelli che lottano contro altri fratelli per la strada, per il rispetto, per la redenzione, di hip hop, di yo yo, di Method Man che rappa e così via è già stato detto?) arriva l’ultimo e più brutale esperimento Marvel/Netflix: l’eroe stupido. Si aggira per New York a piedi scalzi, può fronteggiare decine di nemici armati fino ai denti, ma a volte le busca dal signor nessuno, e quando parla, APRITI CIELO! quando parla vorresti maledire tutti gli sceneggiatori e andare a vivere una vita offline in un monastero sulla Quinta Avenue.
Il tutto ammantato da quello che ormai è il classico rumore di fondo di innumerevoli operazioni di casting: il protagonista non doveva essere bianco, ma orientale, orientale sarà il tuo tappeto, anche tua sorella, mia sorella *è* orientale e così via, tanto che alla fine quelli che vogliono avere solo una risposta alla domanda “sì, ma com’è” fanno sempre più fatica.
La storia poteva anche essere interessante: un ragazzino brillante, figlio del fondatore di una megacorporation miliardaria dato per morto torna dopo quindici anni (caliamo un velo pietoso su quelli che usano questo escamotage del protagonista che torna dopo decenni da chissà dove) e, contrariamente ad Arrow, è completamente rimbecillito: non sa cosa vuole, ma lo vuole tantissimo; deve combattere, ma non sa contro che cosa; predica la pace picchiando gli studenti e in generale si comporta in modo così insensato da gettare un ombra su tutta l’operazione Difensori.
Nei primi quattro episodi avrete: innumerevoli e variegati conflitti irrisolti con il padre, una rapidissima escalation del supercattivo (di questo passo immagino che Satana in persona entrerà in scena verso il settimo episodio), pochissimo kung fu, ma pochissimo eh, e tutto quello che poteva diventare un interessante flashback dilatato in lunghissimi e mortali (per noi) dialoghi.
A proposito di gettare, ho gettato la spugna. Lo so, sono stato debole, è una macchia che resterà per sempre indelebile sul mio curriculum. Ma se c’è una cosa che mi ha insegnato judo è che se un serial, dopo quattro episodi, continua a essere l’anticamera per l’orchite, di certo c’è di meglio da fare anziché andare avanti a guardarlo.
Tipo judo.

13th episodes of Shaolin (Fabrizio Casu)

C’è una cosa che ho sempre pensato di Luke Cage ed è che gli ultimi sei episodi erano scritti talmente male ed erano talmente difficili da digerire, che sembravano venti.
Iron Fist non ha lo stesso problema, ma, nonostante questo, rimane una serie infinitamente peggiore di Cage. Questo perché laddove la seconda, quanto meno, ci ha provato a ritagliarsi un suo spazio, a crearsi un suo stile, una sua regia ed espressione narrativa (rubando a piene mani dalla blaxploitation, certo, però vedevi un episodio di Cage e riconoscevi un marchio), Iron Fist è quanto di più pigro e sciatto sia stato prodotto in televisione da lungo tempo a questa parte (e, badate bene, io ancora seguo Arrow, sa solo il cielo perché). Per dire: in uno dei primi episodi, c’è il personaggio di Coleen, maestra di arti marziali, che si aggira per la città con una katana sulla schiena. Una katana (da allenamento, ma cionondimeno una katana) sulla schiena. Ora o sei capace di far passare una scelta del genere (in Kill Bill, per esempio, la Sposa viaggia su un aereo che ha il portakatane nei sedili e la cosa sembra perfettamente plausibile) o sembri uscito dal film delle Tartarughe Ninja. E neanche quello del 2014, ma quello del 1990.

In questa scena Michelangelo spiega a Iron Fist come si tira un pugno.

Ecco, Iron Fist è pieno di queste scelte buttate lì, senza una qualsiasi idea reale, alla base. Cerca di creare un mondo in cui le arti marziali sono il fulcro della vita di buona parte dei personaggi, ma fallisce nel farlo perché non c’è nessuno che sappia combattere e le coreografie dei combattimenti sono TUTTE orribili (probabilmente lo avrete già visto, ma gira questo articolo qui, che spiega come Finn Jones preparasse le scene di lotta quindici minuti prima di girarle), nel frattempo, per diversificare, inserisce sbiadite dinamiche familiari contrastate, sotto trame corporativo-finanziare-industriali di nessun interesse e tutta una serie di personaggi di contorno che vengono buttati dentro a manciate, per smuovere un po’ le acque, non rendendosi conto che di acqua non ce n’è e che siamo seduti sul fondo di una piscina vuota a chiederci cosa ci facciamo lì.
Iron Fist non è manco orribile (vi ho già detto che continuo a guardare Arrow?), ma è proprio sbiadito e moscio come se qualcuno, al momento di scriverlo, avesse detto “oh sai che c’è? Qualcosa ci inventeremo con The Defenders” e si fosse limitato a riciclare le idee per le avventure del suo gruppo di gioco di ruolo. Quelle che aveva scartato, precisamente.
Non aiuta neanche il casting, composto da scelte sbagliate, da volti anonimi e dal cercare di convincermi che il cattivo portante sia interpretato da quello che faceva Faramir, ne Il Signore degli Anelli, dove risultava meno carismatico persino di quello che faceva l’elfo pinzo ne Le due torri. Ma, soprattutto, dove compare, per la quarta volta, Rosario Dawson. Rosario Dawson che, nonostante tutto, ci prova e, chiaramente, si impegna ed è quella che se li è sciroppati tutti e quattro, gli eroi Marvel della Netflix e che, quindi, diciamolo, meriterebbe un abbraccio, quanto meno.
Nonostante l’addestramento e la volontà di servire la Maestra Losini, intorno all’ottavo episodio ho cominciato a vacillare e, a un certo punto, sono caduto, lasciando il buon Giacomo ad andare avanti senza di me.

Da K’un Lun con (poco) furore (Giacomo Borgatti)

C’è assolutamente molto di meglio da fare piuttosto che andare avanti con Iron Fist. Fissare il termosifone spento. Cercare di stabilire il record di accensione e spegnimento in un’ora della luce del vostro bagno. O costruire una replica esatta della Sagrada Familia con gli stuzzicadenti. E invece ho scelto di vedere questi maledetti tredici episodi in cui la noia regna sovrana e l’unico aspetto per cui si cerca di rimanere attenti è il cogliere a tutti i costi le citazioni dalle altre serie supereroiche (Supereroistiche? Superetiche? Supererotiche?) targate Netflix. C’è l’avvocato Carrie Ann-Moss che salta fuori tanto per ricordare a chi sta guardando che “Ehi, questo è un universo condiviso”; c’è Rosario Dawson che sta diventando come Don Matteo, ovvero una calamita per problemi che tenta di risolvere; una maglietta di Luke Cage che viene prestata al protagonista e via così. Insomma, diciamolo subito: è stata una faticaccia e il solo motivo per il quale uno spettatore sano di mente voglia guardare interamente la serie è perché ha seri problemi di completezza e ha paura di non capire nulla nel momento in cui verrà rilasciata la miniserie dedicata ai Difensori. E con queste ultime righe vi ho descritto il mio problema. O almeno uno dei tanti ma, suvvia, qui non stiamo parlando di me ma di Iron Fist. Lo psicologo ce l’ho il giovedì pomeriggio.
Danny Rand torna dopo quindici anni, entra nel mega palazzo della corporation di suo padre morto e con apparente pace alla buddhista si ritrova a dispensare consigli e a tentare di agire sempre per conto del bene, di una morale giusta che gli hanno insegnato dei monaci in un posto fantastico che, per cinque puntate, non viene creduto realistico da nessuno salvo convincere tutti di botto ad un certo momento. Quindi arriva la Mano, l’organizzazione criminale composta nei fumetti da ninja velocissimi e immortali e qui rappresentati come un manipolo di scagnozzi confusi e assolutamente mortali gestiti da asiatici random, che ha dei traffici di droga e, soprattutto, sono cattivi. Quindi Danny, che è buono non si sa mai che ancora non ve l’avevo detto, combatte contro i cattivi. Di solito contro massimo cinque cattivi alla volta.

“Ho detto che sono buono?”

Perché, siamo chiari, i grossi problemi di Iron Fist sono essenzialmente due: un protagonista carismatico come un pacchetto di fazzoletti da naso e una messa in scena che vuole essere globale, ampia ed epica salvo risultare il più delle volte un direct-to-dvd del tardo Steven Seagal con capannoni probabilmente di una periferia del New Jersey mascherati da misterioso centro di narcotraffico cinese. Buoni ed eccessivamente grossi propositi bloccati da un budget limitato e da una produzione poco coraggiosa che probabilmente ha ragionato dicendosi “Massì, tanto ce manca un difensore solo, ormai il grosso è fatto”. Errore.
Complessivamente, considerando quello che ho appena detto fino a questo punto, sembra che Iron Fist sia ai livelli di Pretty Little Liars (un saluto ai fan di Pretty Little Liars e lo dice uno che sono quattro anni che sta continuando Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D.) ma non è proprio una serie da buttare. E’, piuttosto, qualcosa di inutile, insipido, prodotto con poca ispirazione e poca voglia di provarci, con un finale che, anche con un cliffhanger narrativo, non riesce ad appassionare lo spettatore, rimanendo dentro i consueti canoni che comunque le serie Marvel/Netflix sembravano voler scardinare un minimo. Non bastano un paio di coltellate e qualche decapitazione per far credere allo spettatore di trovarsi davanti a qualcosa di diverso. Il primo passo falso della casa delle meraviglie a fumetti e del colosso dello streaming che speriamo sia solo una rappresentazione telefilmica della cosiddetta calma prima della tempesta.

Marvel’s Iron Fist – IMDbWikipedia

Gli 88 Folli
Volevamo scrivere nella bio qualcosa di originale, ironico e un po’ solare ma poi s’aveva qualcosa di meglio da fare tipo il culo ai laureandi in cinematografia.

One Comment

  1. Pilloledicinema
    marzo 27, 2017
    Pilloledicinema

    Ho perso la voglia di vederlo quando ho visto la foto del protagonista. Ho avuto conferma che facevo bene quando hanno detto che Iron Fist lo avevano fatto per i fan e non per i critici. Che bravi. I fan sono tipo i figli di Flanders e non solo dicono “evviva” a qualsiasi cosa, ma sono anche pronti a comprarla felici.
    Dire che un prodotto televisivo si rivolge a loro significa mettere l’asticella della qualità ad un livello bassissimo. Oltre a stringere in maniera mostruosa il potenziale pubblico.
    Detto questo, nessuno – e intendo nessuno – ne ha parlato bene. Manco i fan. Una tale unanimità di giudizio al negativo non la vedevo dai tempi del film sull’orso Yoghi del 2010.
    Mi spiace perché la collaborazione fra Marvel e Netflix era partita benino. Il primo Darevil provava ad andare oltre la “solita” Marvel da pop corn e cazzeggio. Col discorso che Netflix è prevalentemente fruita da adulti si mandava in soffitta l’odioso PG-13 per mostrare violenza, coreografie di corpo a corpo di tutto rispetto e un po’ (ma poco) di sesso. Era un inizio promettente.
    Poi però qualcosa si è rotto, palesemente. Mi pare ovvio che se si continua su questa strada una tale marea di ore se le guarderanno davvero soltanto i fan. E i critici. Con buona pace degli addetti stampa dal faccino offeso.

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This article was written on 27 Mar 2017, and is filled under Binge-watching.

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